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18 novembre 2017

Tornaconti ucraini


La conferenza sulla sicurezza di Monaco di Baviera; le votazioni della Verkhovna Rada per le leggi d’esenzione dal visto; la Turchia ha confermato d’aumentare la collaborazione con l’Ucraina; non passa il voto di sfiducia; blocco dei camion russi; apertura del procedimento a Londra per il “debito di Yanukovich”.
Alla riunione sulla sicurezza di Monaco di Baviera, come sono state prese sul serio le dichiarazioni di Dmitry Medvedev di un inizio della “guerra fredda” tra Russia e Occidente, poi sconfessate, sono state recepite molto bene anche le dichiarazioni di Poroshenko, nelle quali ha ancora spiegato, che in Ucraina orientale non si tratta di una “guerra civile”, bensì di un atto di aggressione russo e di una guerra vera e propria tra due Stati. In seno alla conferenza, il presidente ucraino, oltre che aver discusso con il vice presidente americano Joe Biden delle prospettive di cooperazione con il FMI, che continuerà ad essere guidato da Christine Lagarde, ha anche affrontato il tema dell’escalation delle tensioni nel Donbas, dove la Russia continua ad inviare nuove attrezzature militari, carburante e munizioni.

Ukraine's President Petro Poroshenko (L) and U.S. Vice President Joe Biden pose for the media prior to meeting on the sidelines of the World Economic Forum in Davos, Switzerland, January 20, 2016. REUTERS/Michel Euler/Pool

Ukraine’s President Petro Poroshenko (L) and U.S. Vice President Joe Biden pose for the media prior to meeting on the sidelines of the World Economic Forum in Davos, Switzerland, January 20, 2016. REUTERS/Michel Euler/Pool

Una grande delusione è arrivata da Papa Francesco. Nel frattempo, Vladimir Putin, per far abolire le sanzioni contro la Russia, è alla continua ricerca di alleati facilmente malleabili. E, mentre la riunione di Papa Francesco e il patriarca Kirill della Chiesa russo-ortodossa a Cuba, è stata dannosa per gli ucraini greco-cattolici, la successiva dichiarazione del vescovo di Roma, che non è chiaro chi ha iniziato la guerra in Ucraina, è stata come aver gettato un secchio d’acqua ghiacciata in viso a tutti gli ucraini. Nel corso dei colloqui con il presidente ungherese Victor Orban, Vladimir Putin ha sottolineato l’inutilità di collegare la questione della revoca delle sanzioni con il compimento degli accordi di Minsk da parte russa, perché il Cremlino, come ha più volte sottolineato, non ha nulla da soddisfare nell’accordo d’armistizio.
L’Ucraina ha formalmente completato l’adozione di tutte le leggi richiesti dall’UE per ottenere un regime senza visti; tuttavia, i membri della coalizione parlamentare ucraini sono riusciti a manipolare il regolamento che rende pubblici i ricavi dei funzionari statali, tanto che il rappresentante della Commissione europea a Kiev, Jan Tombinski, è stato costretto ad intervenire, sottolineando che il governo ucraino non è interessato alla lotta contro la corruzione. D’altra parte, l’adozione di queste leggi, è stata probabilmente l’unica nota luminosa del lavoro della coalizione della scorsa settimana. L’Unione europea nel frattempo, che sembra aver risolto i suoi problemi con il Regno Unito, potrebbe anche dimostrare un atteggiamento più favorevole verso le prospettive d’esenzione del visto ucraino.
Il primo ministro turco ha criticato le azioni russe che, secondo lui, minacciano la pace e la stabilità. Il primo Ministro turco Ahmet Davutoglu, ha fatto una serie di dichiarazioni politiche durante la sua visita a Kyiv. Non solo ha definito l’Ucraina come un partner strategico del suo paese, ma ha anche sottolineato che Ankara considera la Crimea un territorio ucraino. È interessante notare che, la partnership strategica tra l’Ucraina e la Turchia, sfocerà, durante l’attesa visita di Petro Poroshenko ad Ankara, nella creazione di una zona di libero scambio tra i due paesi. Importanti cambiamenti economici e politici si sono verificati in un altro vicino di casa dell’Ucraina: la Bielorussia. L’Unione europea ha tolto alla Bielorussia quasi totalmente le sanzioni imposte nel 2004, sia quelle contro il regime che quelle contro il presidente Alexander Lukashenko personalmente.

Lui ora, sicuramente non verrà più bollato come “l’ultimo dittatore d’Europa”, e l’Ucraina dovrebbe approfittare dei buoni rapporti con Minsk per ottenere dei dividendi politici.
Nonostante l’invito del presidente Poroshenko per un reset completo del governo, in parlamento non si sono presentate le condizioni sufficienti per estromettere il primo ministro e tutto il suo Gabinetto.
– Ora è chiaro che c’è una richiesta per un riavvio completo del governo. Al momento, il primo ministro mantiene la possibilità d’espletare la sua attività nel modo che lui ritiene migliore – ha sostenuto Poroshenko prima che avesse luogo la mozione di sfiducia.
Il presidente ha spiegato che oltre il 70% degli elettori erano favorevoli al licenziamento di Arseniy Yatsenyuk.
Lo stesso giorno, il 16 febbraio, la maggioranza parlamentare ha riconosciuto insoddisfacenti i risultati del lavoro svolto dal governo nell’anno 2015, e in particolare, che avesse causato un crollo economico della Nazione, e che si stesse nascondendo dietro la guerra nel Donbas per non dar seguito alle riforme. Alla fine, nonostante l’apparente determinazione a sbarazzarsi del Gabinetto di Yatsenyuk, solo 194 deputati hanno sostenuto il movimento di sfiducia.
Tuttavia, mentre le autorità continuano a definire la situazione una “crisi politica”, l’attuale composizione del governo è ancora nel limbo: resta un mistero come e quando verrà riformattato il Gabinetto. Il leader del blocco di Petro Poroshenko, Yuriy Lutsenko, ha riferito che nelle prossime tre settimane il primo ministro dovrà proporre una nuova composizione di governo, altrimenti la Rada prenderà in considerazione una domanda di sfiducia diretta personalmente contro di lui.
La scorsa settimana, il conflitto russo-ucraino si è portato a un nuovo livello con il blocco del transito dei camion attraverso i territori dei due paesi. Dopo che gli attivisti ucraini avevano annunciato una campagna per impedire il passaggio dei camion russi a tempo indeterminato in 10 regioni dell’Ucraina, la Federazione Russa, il 14 febbraio, ha bloccato il transito dei camion ucraini sul suo territorio.
In risposta alle azioni russe, il Consiglio dei Ministri ucraino, il 15 febbraio, ha adottato le stesse misure a specchio. Dopo alcuni giorni di reciproco blocco dei tir, l’Ucraina e la Russia si sono fatte alcune concessioni: i camion che erano stati bloccati hanno ottenuto la “autorizzazione di tornare a casa”, la concessione scade il 25 febbraio.
Il ministro delle Infrastrutture dell’Ucraina, Andriy Pivovarsky, ha espresso speranza che la Russia torni nel quadro degli accordi internazionali sul transito dei mezzi pesanti.
– La Russia, per rientrare nel quadro degli accordi internazionali sui principi di reciprocità, dovrebbe ritirare le limitazioni di transito ai veicoli ucraini – ha spiegato il ministro.
La scorsa settimana, la Russia ha presentato presso la High Court di Londra una causa contro l’Ucraina per il mancato pagamento del debito di 3 miliardi di dollari. Il Ministero delle Finanze ucraino ha dichiarato la propria disponibilità a difendere gli interessi della nazione presso la corte inglese.
Secondo il ministro degli Esteri Pavlo Klimkin, l’Ucraina dimostrerà al tribunale che il “debito Yanukovich” era in realtà una tangente: “Naturalmente, lavoreremo per dimostrare che in realtà si trattava di una tangente, sia nella forma che nel contenuto”.
Naftogaz ha inviato un avviso a Mosca d’aver avviato una controversia sui suoi beni sequestrati in Crimea.
– Se la controversia non verrà risolta con i negoziati, Naftogaz intende adire vie legali – riporta una nota della società. Naftogaz valuta i propri asset energetici “rubategli” in Crimea pari a 15,7 miliardi di dollari. Se la Russia ignorerà l’avviso di Naftogaz, la conseguente causa integrerà una serie di altre richieste di arbitrato che l’Ucraina ha già iniziato contro la Russia.
Nel 2015, la più grande compagnia petrolifera ucraina, Ukrnafta, e la più grande banca, Privatbank, hanno presentato un appello all’arbitrato internazionale di Londra contro la Federazione russa per la protezione dei loro investimenti in Crimea.

Gabrielis Bedris

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