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18 novembre 2017

TUTTI CONTRO CAMERON


Non è bastato. L’inquilino di Downing street, David Cameron, aveva da pochi giorni incassato quelle che ha definito fondamentali deroghe al regolamento comunitario per l’Inghilterra, dopo 40 lunghe ore di dibattito con i vertici UE. L’Italia era in prima linea come osservatore. Cameron si era impegnato su numerosi fronti, riuscendo a raggiungere un’impensabile status speciale per la Gran Bretagna in materia di immigrazione, burocrazia, sovranità e welfare. E, punto delicatissimo del negoziato, una certa libertà di movimento finanziaria per le banche della City.

Ma, a quanto pare, non è bastato.

Quella che da alcuni era vista come una manovra tutta politica, (laburisti in primis) tesa a depotenziare gli argomenti del fronte anti-euro in vista del referendum popolare del 23 giugno, non sembra aver sortito gli effetti sperati dal premier Inglese.

Che si trova ora ad affrontare nemici interni ed esterni con l’arma spuntata di un accordo che sembra aver lasciato tutti scettici. A complicare la già difficile situazione del leader Tory, un ultimo voltafaccia, un duro colpo da parte di un alleato che sperava fondamentale: il major di Londra, Boris Johnson, che si è schierato apertamente contro le ‘ingerenze europee’.

Johnson va ad aggiungersi alla lunga lista di nemici di Cameron, che attraversano trasversalmente tutti gli schieramenti. Dall’agguerritissima “nemesi”, Farange dell’Ukip, fino a pezzi del suo stesso esecutivo, il sentimento anti-europeo sembra minacciare di travolgere anche il faticoso risultato mercanteggiato con l’Europa. Dei 5 ministri inglesi che voterebbero a favore dell’uscita dall’Europa, il più funesto è stato sicuramente Duncan Smith, ministro del lavoro che ha paventato, alla BBC, attacchi terroristici simili a quelli di Parigi se l’Inghilterra rimanesse in Europa.

Eppure da questa parte della Manica l’accordo sembrava addirittura eccessivamente generoso con l’Inghilterra. Il Regno Unito si spostava, in sintesi, ulteriormente al di fuori dell’influenza Ue. “Gli Stati Uniti d’Europa” non avrebbero visto l’Inghilterra tra i suoi membri, ed un eventuale esercito europeo non avrebbe avuto soldati inglesi. Regole meno rigide e minor potere alle burocrazie europee (leitmotif, questo, apertamente inteso ad accontentare la pancia degli antieuropeisti). Welfare inglese parzialmente off-limits anche per i lavoratori comunitari. E un pò di ossigeno extra per gli istituti finanziari della City, come detto, (anche se le banche inglesi sarebbero sempre rimaste sotto l’autority continentale.) I maligni rincaravano la dose facendo notare che all’Inghilterra si era concessa una libertà di manovra negata, per esempio, alla Grecia, all’epoca del tracollo di Atene e di un “Grexit” nato morto.

Il presidente del consiglio europeo Tusk si era detto soddisfatto. A lui aveva fatto eco Matteo Renzi, visibilmente disteso, che parlava di “un buon compromesso”. Meno soddisfatta la Lituania e qualche malumore in altri paesi, che sposavano la tesi di una manovra tutta elettorale e interna di Cameron pensata per calmierare le tensioni in patria in vista di un ‘guadagno’ elettorale.

Dal canto suo Cameron ribadisce la bontà dell’accordo e ricorda, forse un po’ tiepidamente, vista la verve dei suoi numerosi avversari, che il legame con l’Europa non può essere del tutto spezzato. Quali sarebbero le conseguenze di un Brexit? Cameron non ha dubbi: efficienza contro criminalità e terrorismo diminuita dalla minor collaborazione interforze, aziende inglesi più esposte ai capricci del protezionismo EU, un’Inghilterra isolata. Nei corridoi di Bruxelles si è ancora più drastici: il Brexit sarebbe un terremoto economico.

Se un beffardo pezzo di Patrick Collinson nel Guardian irride gli scenari apocalittici paventati frettolosamente da entrambi gli schieramenti, altri analisti non sono altrettanto tranquilli. Certo è che l’Europa ha concesso molto, e per un buon motivo: le conseguenze del Brexit non sarebbero piacevoli e controllabili. Per l’Italia? Vediamo.

A rimetterci in primis sarebbe Berlino, che dovrebbe rinegoziare gli scambi commerciali con una perdita di Pil stimata fino al 2%. A ruota, ad essere colpiti dal Brexit, nel worst case scenario, sarebbero Irlanda (per ovvi motivi) Lussemburgo, Svezia, Belgio, Malta e Cipro. Uno dei grossi nodi sarebbero le tariffe doganali, settore in cui si specula ancora su cosa possa accadere, che interesserebbero anche il nostro paese.

L’Italia da parte sua ha tutto l’interesse che l’Inghilterra rimanga nella sua attuale posizione. In primo luogo come partner commerciale di Finmeccanica, Eni e una manciata di altri colossi del made in Italy che con l’isola di sua maestà hanno stabilito negli anni ottimi rapporti, potenzialmente messi a rischio da uno scenario confuso e complicato. In secondo luogo perchè l’Italia sarebbe chiamata, come gli altri stati dell’Unione, a sopperire all’uscita dei contributi inglesi. In terzo luogo, come dimostrano sia le turbolenze monetarie degli ultimi giorni sia l’interesse diretto di alcune banche commerciali come Goldman Sachs nella permanenza dell’Inghilterra in Europa, I mercati non si possono permettere ulteriori scossoni determinati da decisioni politiche, che andrebbero necessariamente a influenzare l’andamento complessivo delle borse, italiana inclusa, per molto tempo.

Per quanto riguarda il mercato del lavoro, poi, si aprirebbe un’altra questione. Sono centinaia di migliaia I lavoratori italiani in UK, e si specula che un’ipotetica perdita di posti di lavoro conseguenti al Brexit andrebbe ad influenzare una larga fetta di nostri connazionali.

C’è poi un motivo tutto politico, e forse soprattutto politico (viste le conseguenze economiche tutte da verificare) per sperare che Cameron la spunti: il Brexit non è che la ‘versione britannica’ delle tensioni anti-europee che soffiano in Europa, anche a casa nostra. Una sconfitta di Cameron avrebbe sicuramente un forte impatto emotivo anche sugli assetti nostrani, spostando equilibri e favorendo ulterioremente pericolosi populismi.

In sintesi, Cameron in patria ha molti nemici. Ma sicuramente quelli che nell’Unione Europea ‘tifano’ per lui, pur con un Inghilterra in corsia preferenziale, sono molti di più e hanno a cuore un progetto europeo di più ampio respiro che non ridotti interessi nazionali e particolaristici.

Matteo Poles

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