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22 settembre 2017

L’Eco di un intellettuale


Il 19 febbraio il mondo ha sospirato: un altro Grande è scomparso.
Il 2016 pare un po’ a tutti iniziato con il piede sbagliato, come se fosse un anno sceso dal letto ancora confuso, dopo una festa di capodanno finita un po’ troppo sopra le righe. Come se, ancora massaggiandosi  la testa dolorante, il 2016 scendendo dal letto avesse urtato il mignolo contro il comodino o inciampato nelle scarpe lasciate lì la sera prima.

Ad ogni imprecazione di questo nuovo anno, ecco un Bowie, uno Scola, un Frey o un Rickman dissolti nell’aria.
Tutti conoscono il nome di Umberto Eco. Dopotutto le sue parole hanno raggiunto tutto il mondo, si parla di romanzi tradotti in 47 lingue, di milioni di copie vendute. È uno di quei nomi con cui si cresce, anche se paradossalmente non si è mai letto un suo libro o non si ha mai assistito ad una sua conferenza, mai ascoltato una sua lezione. Ed è questo, forse, che fa di un uomo un pilastro di un’ epoca.
Nato nel 1932, è cresciuto tra studi e università importanti, manifestando ed approfondendo il suo amore per la cultura, letteralmente la sua philosophia.
Eco è stato forse uno degli ultimi autentici intellettuali di questo tempo. Lo si capisce dalle innumerevoli definizioni che di lui si possono dare, ognuna delle quali appare necessaria ma non sufficiente. Si può dire certo che egli era uno scrittore, oppure un saggista, un professore, un linguista, oppure un filosofo o un semiologo. Ma non basta, perché Eco era un sistema olistico: ogni studio da lui compiuto si incastrava con altri, rendendolo un mirabile conoscitore non tanto della storia, della letteratura o della filosofia, ma dell’uomo.

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C’è conoscenza più difficile e ostica?
Vi sono studiosi che trascorrono la loro intera esistenza chinati su libri e che ammassano schemi su schemi nel tentativo di capire qualcosa su di un argomento. L’obiettivo è sempre quello di ottenere la conoscenza completa su uno spicchio di mondo: una volta presumibilmente posseduta, pubblicano qualche commentario che incontra una stretta cerchia di interessati all’argomento. Il tutto è senz’altro ammirevole, certo, ma di nicchia.
Eco è stato invece l’uomo che ha ammaestrato milioni di lettori su argomenti che solitamente incontrano solo una minoranza, egli ha riflesso le proprie informazioni al mondo, tramite una narrazione affascinante. Eco ha abilmente utilizzato il mezzo letterario per l’acculturazione generale. Ha scritto centinaia di pagine sui Templari e sulla storia ebrea, su Kant e Aristotele, sul medioevo e il novecento, sulla Chiesa e sui complotti… quanti, di propria iniziativa, sarebbero andati in biblioteca a spulciare una monografia sui monasteri benedettini medievali? Grazie ad Eco, milioni di persone quelle pagine le hanno lette, quelle informazioni sono state fatte entrare in circolo, incanalate da un’abilità narrativa che non può che essere definita esemplare.

Infatti, come il genio kantiano, nelle opere di Eco è rinvenibile l’esibizione del concetto di arte della narrazione: i suoi personaggi, santi e perversi, falliti o ambiziosi, saranno imperituri, vivi nella verve ironica e nella profonda introspezione. Oltre ai romanzi, Eco è anche l’uomo dei saggi e della semiotica.
Ricordo la difficoltà del testo dell’84, Semiotica e filosofia del linguaggio, in cui con brillante limpidezza affrontava il mondo dei segni e dei significati linguistici, mostrandosi non solo un inventore di storie, ma una vera e propria mente nobile.
Quando scompare un Grande, si è soliti dire che continuerà a vivere nelle sue parole, stampate nero su bianco. Vero, ma comunque la sua vibrante personalità mancherà. Egli era un simbolo del sapere: era consapevolezza dell’importanza del pensiero e della comprensione.

Monica Trentin

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