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26 settembre 2017

L’Ucraina non ripagherà alla Russia il debito di 3 miliardi


BELGIUM-UKRAINE-RUSSIA-POLITICS-CRISISPutin l’aveva promesso a fine 2015 e ha mantenuto la parola data. L’ultimatum del 20 dicembre per la restituzione di 3 miliardi di eurobond prestati a Kyiv non è stato rispettato e così Mosca ha deciso di intentare una causa presso l’Alta corte di giustizia di Londra. «I nostri colleghi ucraini non hanno possibilità di vincere la causa», aveva sentenziato a dicembre 2015 il vice ministro delle finanze russo Sergey Storchak. Il prestito è stato concesso due anni fa e la somma da restituire rappresentava la prima tranche di un sostegno di 15 miliardi destinato all’allora dirigenza filorussa di Viktor Ianukovich. Ma le cose in due anni sono cambiate.

L’Ucraina è stritolata da una crisi economica che non lascia spazio a grandi manovre e il Governo questo lo sa bene. Secondo l’International Spectator l’inflazione del Paese nel 2015 ha avuto un’impennata raggiungendo il 36%. Per quest’anno la banca centrale ucraina prevede un allentamento del tasso inflazionistico al 12%, ma permane una situazione incerta, dettata soprattutto dalla corruzione dilagante, certificata anche dalle dimissioni del ministro dell’economia Aivaras Abromavicius.

«L’Ucraina rischia un ritorno a un modello di politiche economiche fallimentari che ha pesato sulla nazione», ha commentato Christiane Lagarde, direttrice del Fondo Monetario Internazionale. Il riferimento è chiaro. Il governo di Kiev deve rispettare gli impegni presi con i Paesi occidentali portando avanti le riforme previste dal pacchetto di aiuti da 40 miliardi. Questo governo – ha detto il primo ministro Arsenij Yatsenyuk intervenendo alla Rada – ha fatto tutto quanto poteva. Accetteremo qualunque decisione il Parlamento prenderà». Già il Parlamento. Proprio lì si gioca un’altra partita importante che rischia di far sprofondare ulteriormente il Paese nel caos. Petro Poroshenko, presidente della Repubblica, ha chiesto formalmente le dimissioni di Yatsenyuk, sbriciolando l’alleanza che tra i due si era formata nel 2014 per evitare il naufragio. La motivazione?Il calo di popolarità del primo ministro. La mozione è stata bocciata dalla Rada e la situazione è ancora in stallo.

Nel frattempo si continua a combattere. Dal fronte del Donbass continuano ad arrivare notizie di nuovi scontri. Il presidente della Repubblica autonoma di Donetsk, Aleksandr Zakharčenko, ha più volte ribadito la sua preoccupazione riguardo possibili attacchi da parte delle truppe filogovernative durante la festività del 23 febbraio, giorno in cui ricorre la celebrazione russa dei Difensori della patria. Attacchi o meno, continuano le incursioni e i colpi di artiglieria. Le cannonate hanno interessato soprattutto il centro di Staromikhajlovka a poche decine di chilometri da Donetsk e nel fine settimana gli scontri si sono verificati anche nei quartieri di Aleksandrovka, Trudovskie, Oktjabrskij, Spartak e Zajtsevo, a nord di Gorlovka.

Anche la linea nord-est che collega Donetsk con Lugansk ha registrato diversi scontri a fuoco, in particolare nell’area di Jasinovata. Gli accordi di Minsk del 5 settembre 2014 non sono stati rispettati da ambedue le parti. All’inizio del 2015 il presidente russo Vladimir Putin, il suo omologo ucraino Petro Poroshenko, quello francese Francois Hollande e la cancelliere tedesca Angela Merkel ci hanno riprovato, sempre a Minsk, stringendo un accordo per un nuovo cessate il fuoco che sarebbe dovuto partire il 15 febbraio dello scorso anno. Ampiamente disatteso. I ritardi e i continui rinvii di una pace che stenta a decollare stanno nell’incapacità di Russia e Ucraina nel trovare una sintesi, soprattutto in merito alla delicata questione del federalismo ucraino. Le repubbliche di Lugansk e Donetsk premono per l’indipendenza e l’autoriconoscimento della Nova Rossia, uno Stato attualmente riconosciuto solo da Mosca. Kiev spinge per l’unità nazionale, anche dopo la perdita effettiva della Crimea.

Alessio Chiodi

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