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12 dicembre 2017

Ucraina, a Bruxelles si decide il futuro? Due anni fa la strage di piazza Maidan


Tre giorni per dare una svolta concreta al conflitto tra Ucraina e Russia, dal 29 febbraio al 2 marzo Bruxelles riceve una delegazione di 40 parlamentari di Kiev. Alla base c’è anche la volontà di rinsaldare i legami fra l’Unione Europea e l’ex repubblica sovietica, ma permangono forti dubbi sull’incisività dei tentativi di mediazione, già che il cessate in fuoco, in teoria in vigore, non ha avuto efficacia nelle province di Donetsk e Luhansk, dove proseguono le tensioni fra l’esercito ucraino e i secessionisti filorussi.

Democrazia, sicurezza ed economia sono i temi caldi di quella che l’Assemblea dell’Ue ha denominato “settimana ucraina”. «Abbiamo studiato un avvicinamento della legislazione ucraina al diritto dell’Unione Europea», afferma Pat Cox, ex presidente dell’europarlamento. «Negli ultimi mesi le tensioni sono cresciute fra il Governo e alcune fazioni del Parlamento ucraino, la situazione è tesa», ammette Cox, ma «a vent’anni dall’indipendenza sono stati raggiunti una quantità impressionante di traguardi». Tuttavia «c’è ancora una profonda volontà di cambiamento». Giusto per usare un eufemismo.

L’Ucraina ha da poco commemorato i due anni dagli scontri di piazza Maidan, quando un centinaio di oppositori dell’ex presidente Viktor Yanukovich furono massacrati dalle forze di sicurezza nazionale, inizio di un effetto domino che ha portato al conflitto con la Russia, costato circa 9 mila morti, quasi un milione e mezzo di sfollati e la perdita della Crimea, annessa dalla Russia dopo referendum. Secondo l’Osce, Organizzazione per la Sicurezza e Cooperazione in Europa, la situazione è ora più tranquilla che nell’ultimo periodo, ma gli equilibri possono saltare in qualsiasi momento vista la disponibilità dei filorussi di armamenti pesanti e di carri pronti all’intervento e le già avvenute violazioni della tregua.

In ventiquattro mesi l’Ucraina non solo si è trovata al centro di un’ingarbugliata situazione internazionale, ma non è riuscita nemmeno a cambiare passo in politica interna, visto che le speranze di riforme e rinnovamento sono ancora disattese. Dopo la fuga di Yanukovich salì al potere l’opposizione guidata da Petro Poroshenko, già ministro nell’era Tymoshenko e soprattutto magnate del cioccolato. Tre le crisi di Governo, causate anche dalla rottura della coalizione con i nazionalisti – alleati solo in funzione anti Yanukovich – economia allo sfacelo e congelamento degli aiuti del Fondo Monetario Internazionale, preoccupato dall’immobilismo del Paese. Del resto la “nuova” classe politica fa capo a vecchi interessi economici e finanziari e non ha combattuto una delle piaghe principali, la corruzione.

La comunità internazionale, Europa e Stati Uniti in testa, non è stata in grado di gestire il problema dell’intervento della Russia che, non riconoscendo la transizione dall’alleato Yanukovich all’europeista Poroshenko come legittima, si è sentita autorizzata a rivendicare alcune aree a maggioranza linguistica ed etnica russa. Nonostante le sanzioni inflitte al governo di Vladimir Putin, gli attori hanno mantenuto una certa equidistanza, intimando ad entrambe le parti il rispetto del Protocollo di Minsk, firmato appunto per portare al cessate il fuoco.

La situazione politica è sempre di difficile lettura, Poroshenko mantiene una maggioranza tutt’altro che unita, divisa fra chi vuole le elezioni anticipate e chi intende evitare le urne, scongiurando così una pesante sconfitta. Al contrario sarebbero in forte ascesa i partiti nazionalisti Patria e Samopomich, per il risentimento verso i russi: secondo i sondaggi Patria potrebbe essere la prima forza ma con appena il 14%, sintomo della segmentazione del Paese e della necessità di alleanze resistenti. La disillusione degli ucraini sembra essere l’unico vero comun denominatore.

Gabriele Santoro

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