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26 settembre 2017

Ricercatori contro la ministra Giannini: c’è un futuro per la ricerca in Italia?


 Con l’inizio del 2016, in Italia si è tornati a parlare di ricerca, ma le domande rimangono sempre le stesse: quanto investe il nostro Paese in questo settore? È giusto che l’Italia si appropri dei risultati di ricercatori italiani che vivono e lavorano all’estero perché in patria non hanno trovato opportunità?

Il dibattito si è aperto nuovamente nel mese di febbraio, dopo che la ministra dell’Istruzione, Università e Ricerca, Stefania Giannini si è vantata pubblicamente dei 30 ricercatori italiani che hanno vinto una borsa Erc, un bando europeo promosso dall’European Research Council per assegnare fondi del valore di circa mezzo miliardo di euro in varie discipline – dalle scienze naturali a quelle sociali. Roberta D’Alessandro, una dei trenta vincitori italiani, però, non ha gradito l’esternazione e ha invitato la ministra in questione a non vantarsi dei suoi risultati. “La mia Erc e quella del collega Francesco Berto sono olandesi, non italiane. L’Italia non ci ha voluto”, ha scritto la ricercatrice su Facebook, raccogliendo in poche ore numerosissimi consensi. 17 di quei 30 borsisti, infatti, utilizzeranno i fondi all’estero, dove vivono e lavorano.

Sempre più sono gli italiani che emigrano verso gli Stati Uniti o il nord dell’Europa (e non solo) con la speranza di trovare migliori opportunità lavorative e soprattutto un sistema più meritocratico: nel 2014 oltre 100 mila italiani hanno lasciato il loro paese d’origine, di cui il quasi 60% era composto da persone che hanno tra i 18 e i 34 anni. Già nel 2011, uno studio condotto da Benedetto Torrisi, ricercatore di statistica economica all’Università di Catania, su un campione di 1000 ricercatori italiani espatriati con età compresa tra i 25 e i 40 anni, aveva evidenziato come il 95,7% avesse deciso di trasferirsi al di fuori dei confini nazionali per le maggiori opportunità occupazionali che venivano loro offerte all’estero.

E chi decide di rimanere in Italia spesso non ha vita facile. Federico Belotti e Andrea Piano Mortari, ad esempio, che lavorano come ricercatori al Centre for Economic and International Studies dell’Università di Roma Tor Vergata, nonostante siano entrati nella top 100 dei migliori giovani economisti al mondo, dopo anni di precariato, rischiano di dover emigrare perché i loro assegni di ricerca non sono più rinnovabili. Da sottolineare che dei 13 economisti inseriti nella classifica di Ideas Repec, solo Federico, Andrea e altri due fanno ricerca nel nostro paese.

Se non altro la vicenda ha riacceso l’attenzione dei politici che hanno espresso la loro volontà di investire maggiormente nella ricerca e di farne una priorità del Paese. La ministra Giannini, durante il convegno dell’Assobiotec (l’associazione che fa parte di Federchimica e riunisce tutte le aziende biotecnologiche italiane) tenutosi a Roma un paio di giorni fa, ha assicurato che “a breve” il governo presenterà il suo Piano Nazionale della Ricerca, il quale prevedrà un investimento medio annuo di 2,5 miliardi. “La nostra volontà politica è di rimettere la ricerca e l’istruzione superiore al centro dell’agenda politica”, ha detto. Bocciata invece la proposta del fisico Giorgio Parisi che ha lanciato una petizione – che ha già raccolto 55 mila firme – per aumentare il finanziamento per la ricerca al 3% del Pil: secondo la Giannini, nonostante siano necessari più fondi destinati alla ricerca scientifica, il vero problema è focalizzare le risorse verso obiettivi selezionati.

Sul tema è intervenuto anche Matteo Renzi, che il 24 febbraio ha presentato il progetto di riconversione dell’area Expo: l’obiettivo è quello di creare uno dei centri di ricerca avanzata più importanti al mondo per gli studi sulla salute e l’invecchiamento. Lo “Human Technopole” (questo il nome del futuro centro) si baserà su un approccio multidisciplinare integrato che dovrebbe servire a sviluppare una nuova conoscenza scientifica e delle tecnologie all’avanguardia.

Tuttavia, queste buone intenzioni sembrano essere in contraddizione con la decisione, presa della Commissione Bilancio della Camera il 15 dicembre scorso, di non estendere a ricercatori e dottorandi il sussidio di disoccupazione per precari (il “dis-coll”) istituito dallo stesso Renzi. La motivazione? La ricerca non è considerata un vero e proprio lavoro, ma qualcosa che ha che fare maggiormente con la formazione.

Il quadro che ne è emerge è quindi piuttosto desolante: non solo i ricercatori italiani devono scegliere tra emigrare o combattere con precariato e salari bassi, ma a quanto pare la loro occupazione, in Italia, non è considerata neanche un lavoro. A loro restano solo belle parole? Speriamo di no.

Alice Giusti

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