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25 settembre 2017

L’UE deve reagire alla strisciante democrazia illiberale


I Padri fondatori dell’Unione Europea (UE) ritenevano che l’integrazione economica fosse la chiave per la prosperità politica in Europa, e, per disincentivare i principali concorrenti europei dall’iniziare una terza guerra mondiale, hanno integrato le industrie del carbone e dell’acciaio tedesche e francesi. L’Unione europea, dal momento che è nata nel 1951, è via via diventata il più potente blocco regionale del mondo: oggi conta 28 Stati membri con una popolazione totale di 500 milioni di persone.

Nonostante la sua massiccia trasformazione, la Ue, sia in termini di competenze che di territori, ha sempre avuto di fondo lo stesso obiettivo: assicurare la pace nel continente per promuovere la democrazia liberale attraverso l’integrazione economica. Mentre l’Unione europea ha sempre trascorso alcuni problemi interni, nel suo complesso ha fatto un buon lavoro per migliorare le democrazie degli Stati membri e, in particolare, gli Stati aspiranti membri. Utilizzando l’adesione all’UE come una succosa carota, ha rafforzato, attraverso alcuni importanti cambiamenti politici, le opposizioni liberali democratiche dei nuovi aspiranti Stati membri dell’Est Europa, in particolare la Croazia e la Slovacchia.

L’inizio della grande recessione ha scosso le fondamenta dell’Unione, e per la prima volta ha portato a seri interrogativi sul futuro di ulteriori integrazioni. L’UE nel frattempo, ha perso molto del suo interesse per la democrazia liberale e si è ridotta sempre più a salvare la sua economia neoliberista. La democrazia illiberale non è certo stata creata nel continente dall’Unione europea, ma l’ambivalenza e l’opportunistica posizione verso i democratici illiberali ha permesso a questi ultimi di crescere e di trasformarsi in quella che è diventata una seria minaccia per lo stesso progetto europeo.ID1

Oggi nel continente europeo ci sono almeno tre potenti democratici illiberali. Il più potente è certamente il presidente Vladimir Putin, che ha dominato la scena politica russa negli ultimi decenni. Mentre Putin e i suoi compari, oggi stanno affrontando alcune sanzioni economiche arrivategli dopo l’annessione militare della Crimea, per gran parte del suo regno Putin è stato festeggiato dai principali leader europei, tra cui potenti ex primi ministri come Silvio Berlusconi, Tony Blair, Nicolas Sarkozy e Gerhard Schroeder. Tutti erano felici di perdonare a Putin i suoi peccati autoritari in cambio di ulteriori interessi commerciali economici. Putin ha utilizzato questo supporto UE per stabilire una presa di ferro sulla politica e la società russa e, quando finalmente ha perso la maggior parte dei suoi amici e la protezione all’interno dell’UE, ha iniziato a sostenere i partiti anti-europei, come il Fronte Nazionale (FN) in Francia e il Jobbik in Ungheria.

La situazione non è molto diversa in Turchia, dove Recep Tayyip Erdogan è salito al potere più di un decennio fa, e, per il suo sostegno verso l’economia neoliberista e la politica islamica moderata, è diventato rapidamente il beniamino dei politici europei. Non ci volle molto tempo per capire che Erdogan non era un islamista, e nemmeno un democratico liberale. Dopo aver emarginato l’opposizione laica divisa internamente, si è rivoltato contro l’ultimo residuo di contro-potere, il movimento islamico Gülen, che lo aveva aiutato a salire al comando. Usando tutta la forza dello Stato, ormai autoritario, compresa la dubbia pressione economica e giuridica, è riuscito ad emarginare quasi completamente la vasta rete degli individui e delle potenti istituzioni Gülen. Oggi ogni tribunale di Istanbul, come la maggior parte di quelli del paese sono strettamente controllati dal regime, Ergodan ha posto nel consiglio di amministrazione di Today Zaman, il principale quotidiano turco di opposizione, tutti i suoi compari. Questo è avvenuto dopo una recente ondata di azioni anti opposizione con il pretesto della lotta al terrorismo.

A differenza della Grecia, che risente della crisi dei rifugiati, anche lui è allo tempo stesso rimproverato dall’UE per non aver fatto abbastanza per bloccare il flusso dei rifugiati verso Atene e per aver utilizzato la crisi come merce di scambio nei sempre più tesi negoziati con l’UE. L’UE, auto indebolendo la sua posizione contro la svolta autoritaria turca, paga al regime di Ergodan, affinché lui ospiti la stragrande maggioranza dei rifugiati siriani nei campi sottofinanziati turchi, 3 miliardi di euro all’anno.
Il terzo grande illiberale democratico in Europa è Viktor Orbán, il primo ministro ungherese, che sta trasformando il suo paese in una democrazia illiberale per riguadagnare il potere del 2010. Nei primi anni di potere Orbán si è concentrato quasi esclusivamente sulla trasformazione del proprio paese: riscrivere la Costituzione, indebolire i controlli istituzionali e i contrappesi, molestare l’opposizione, usare pressione economica e giuridica per addomesticare i media – una linea molto simile ai modelli russi e turchi.

Orbán, mentre l’Unione europea è stata occupata con la lotta alla crisi economica e la salvaguardia delle grandi banche, non solo ha trasformato l’Ungheria, ma, tramando una sfida “multiculturale” europea, è stato d’ispirazione di democrazia illiberale in altri paesi – tra cui i governi della Croazia, Polonia e Slovacchia. La crisi dei rifugiati e gli attacchi terroristici del 2015 gli hanno dato la possibilità di montare una sfida, che finora ha avuto molto successo e continua a crescere. L’approccio aperto del cancelliere tedesco Angela Merkel ai rifugiati è praticamente un progetto morto, e, la donna più potente d’Europa, sta ora affrontando le critiche in Germania, comprese quelle del suo stesso partito. Allo stesso tempo, Orbán è stato in grado d’unificare i quattro paesi di Visegrad, e con loro opporsi al piano di ridistribuzione dei rifugiati dell’UE. Oggi è diventato un importante sfidante di Merkel all’interno del PPE.

È giunto il momento che l’Unione europea impari le sue lezioni e cambi il suo ambivalente approccio verso la democrazia illiberale in Europa. In primo luogo, la democrazia illiberale non è solo una minaccia dai margini, cioè dall’estrema destra (ad esempio FN) e sinistra (ad esempio Syriza), ma arriva da alcuni tra i più potenti attori della politica europea. In secondo luogo, a volte la cura è peggiore della causa – un forte attore democratico illiberale è più pericoloso per la democrazia liberale di un attore anti-democratico debole. In terzo luogo, la democrazia illiberale non può essere contenuta da sola lasciandola crescere all’interno del proprio paese. Se lasciata incontrastata, si diffonderà. Il caso di Orbán lo dimostra con molta forza.

Quarto, e ultimo, un approccio opportunistico ai democratici illiberali tradizionali mina l’approccio più energico verso i democratici illiberali emarginati. Come può la speranzosa élite UE a convincere gli elettori, che partiti come FN e UKIP rappresentano una minaccia fondamentale per la democrazia liberale europea, quando loro sono disposti a lavorare con i politici democratici ugualmente illiberali come Erdogan e Orbán?

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About Bedris,

Lituano di nascita, culturalmente cresciuto in Lituania, Italia e America. Dopo un lungo periodo di professione forense, ho deciso di dedicarmi al giornalismo. La nuova professione la intendo libera da paletti idelogici, essenziale e aperta a condividere le conoscenze con chi legge. Collaboro con alcune testate e scrivo su un mio blog.

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