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17 ottobre 2018

A cosa servono gli accordi internazionali?


In Europa non tutti sono d’accordo con la definizione del cancelliere tedesco Angela Merkel, che l’annessione russa della Crimea è un atto “criminale”. Il Cremlino, cerca continuamente appoggi per redimersi tramite le molte giustificazioni e scuse diffuse dai lobbisti UE, i nemici giurati dell’America e i Putinversteher (coloro che capiscono Putin); ma tali “illustrazioni” hanno successo perché ci sono pochi cittadini occidentali che sono particolarmente interessati alla Crimea, al Donbas, o all’Ucraina nel suo complesso: i cittadini dell’Unione europea vogliono la calma, il diritto internazionale per loro non è una legislazione nazionale e i problemi di Kiev alla fine, appartengono agli ucraini.

Eppure, anche se le ingiustizie delle aggressioni di Vladimir Putin in Ucraina li lasciano un po’ freddi, c’è una dimensione del conflitto che dovrebbe portare la “crisi” nelle case degli europei: il legame, a seguito del crollo dell’Unione Sovietica, e gli impegni scritti da parte della Russia e di altri membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite in relazione all’adesione ucraina al trattato di non-proliferazione delle armi nucleari (TNP).
L’Ucraina, quando ottenne l’indipendenza nel 1991, ha ereditato il terzo più grande arsenale al mondo di testate nucleari. Nel 1991, le forze armate ucraine possedevano numerosi missili intercontinentali balistici, bombardieri a lungo raggio con i loro mezzi di trasporto e testate, per un totale di 4.025 unità, o il 15 per cento dell’ex arsenale nucleare sovietico. In quel momento l’Ucraina aveva più armi atomiche del Regno Unito, Francia e Cina combinati assieme. Chiaro che se l’Ucraina avesse mantenuto e reso operativo solo una frazione di quelle armi, oggi sarebbe una tanto temuta potenza nucleare.

Ma così non è successo. Sotto pressioni diplomatiche di Mosca e Washington, l’Ucraina, dopo la firma del protocollo di Lisbona del 1992, che obbligava tutti i paesi ex-sovietici a cedere i loro arsenali militari, ha inviato, seppur non immediatamente, tutte le sue armi nucleari in Russia. Kiev, che già allora nutriva il sospetto che il suo vicino nord-orientale un giorno avrebbe potuto tentare di sfruttare le sue difese, ha ritardato la ratifica del protocollo per diversi mesi, finché, rassicurata da tutti e cinque i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza sulla sua integrità territoriale, sui confini nazionali e la sovranità politica, nel dicembre 1994, al vertice di Budapest per la Conferenza sulla sicurezza e la cooperazione in Europa (ora l’Organizzazione per la Sicurezza e la cooperazione in Europa), ha firmato con tre dei cinque Stati (Russia, Stati Uniti e Regno Unito) il documento multilaterale. La Cina e la Francia invece, hanno emesso il giorno dopo delle dichiarazioni di assicurazioni unilaterali dei loro governi. I cinque paesi con le loro promesse di aiuto contro future pressioni politiche ed economiche straniere, rievocate nel famoso Memorandum di Budapest, hanno convinto l’Ucraina ad abbandonare le armi di distruzione di massa.Budapest_Memorandum

Mosca due anni fa, non solo ha calpestato il Memorandum e numerosi altri accordi multilaterali sull’inviolabilità dei confini europei, ma ha palesemente violato una serie di accordi bilaterali tra Mosca e Kiev.
Le conseguenze che la Russia ha dovuto affrontare per queste azioni sono molto limitate. L’Occidente rimane, anche dopo l’introduzione delle sue tanto lodate sanzioni, il più importante partner commerciale e di investimenti della Russia. Molti paesi europei, soprattutto la Germania, continuano ad acquistare enormi quantità di petrolio siberiano, i cui pesanti dazi all’esportazione si riversano ogni mese nel bilancio dello Stato russo – il gas naturale svolge un ruolo fiscale più piccolo.
Con l’economia e il bilancio dello Stato russo strutturalmente dipendente dal petrolio, le importazioni d’energia, hanno di fatto reso l’UE un involontario e indiretto, ma significativo, co-sponsor finanziario delle avventure di politica estera di Mosca in Ucraina, Georgia, Moldavia e Siria. La situazione appare ancora più curiosa alla luce del fatto che il petrolio è fungibile, e, i paesi dell’UE potrebbero, senza una sostanziale difficoltà, sostituire la maggior parte delle importazioni russe con contratti con altri paesi esportatori di petrolio. Tuttavia, l’UE (compreso il Regno Unito e la Francia parti ufficiali dell’affare di Budapest del 1994, che sembra che l’abbiano dimenticato), per una banale combinazione di oblio e venalità, non ha fatto questo passo.

Tutto questo potrebbe continuare a rimanere irrilevante ai cittadini occidentali, ma non il NPT. Venti anni dopo che l’Ucraina ha firmato il Trattato, uno degli Stati che lo hanno ratificato, annettendo con la forza militare una parte privilegiata di un territorio e perseguendo una guerra ibrida, che finora ha provocato migliaia di morti, decine di migliaia di feriti e traumatizzati, così come centinaia di migliaia di profughi, ha violato quasi ogni punto del Memorandum. Allo stesso tempo, la Russia, con esercitazioni militari su larga scala sul confine, per avvelenare il clima economico e gli investimenti, sta conducendo un concertato di una guerra commerciale e d’informazione contro l’Ucraina.
Finora la comunità internazionale ha punito la Russia con la sola moderata esportazione di sanzioni individuali, mentre gli altri paesi BRICS hanno da allora corteggiato, piuttosto che condannato il Cremlino. L’Ucraina sta ricevendo della significativa assistenza politica ed economica occidentale, ma fino a questo punto poco sostegno militare diretto e ufficiale. Molti osservatori, come il più probabile risultato finale, vedono nel Donbas un conflitto permanentemente congelato, anche se lo stato ucraino potrebbe perdere ulteriore territorio.

Il TNP, come il territorio ucraino dopo l’aggressione russa, sembra essere in pericolo. Nel caso in esame, i tre membri del Consiglio di sicurezza atomica hanno concesso garanzie di sicurezza a un paese che si è disarmato in modo esplicito in cambio dello smantellamento di tutte le sue armi nucleari. Una di queste grandi potenze, tuttavia, unilateralmente ha dichiarato 20 anni dopo che l’accordo non è valido, mentre gli altri hanno reagito con dichiarazioni patetiche e sanzioni minori. Guardando il destino ucraino, quale paese senza armi nucleari e senza una stretta alleanza con una potenza nucleare può ora essere certo dell’inviolabilità dei suoi confini? Se a un membro del Consiglio di sicurezza è consentito d’espandere il suo territorio in un paese limitrofo, va da solo che si svuota il concetto del regime di non proliferazione delle armi, e in alternativa può essere percepito come un veicolo per far avanzare i programmi ufficiali delle potenze atomiche.

Una delle ragioni principali del non sostegno militare all’Ucraina, risiede nell’eccessiva capacità militare russa e nel timore che si possa innescare una terza guerra mondiale. Ciò significa che l’attuazione del regime di non proliferazione ha, nel caso ucraino, causato l’opposto del suo scopo previsto. Per cui, la somma tra il TNP e i privilegi speciali di cui gode la Russia, hanno fatto nascere uno strumento che si può freddamente utilizzare per ottenere un’illegale occupazione militare e garantire una scandalosa espansione territoriale.
In futuro, il regime di TNP, con il suo eccezionale trattamento riservato ai membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, potrebbe paradossalmente incoraggiare, piuttosto che arginare la costruzione o l’acquisizione di armi di distruzione di massa.

Queste gravi conseguenze sembrano che siano andate perse nella grande confusione del cinismo opportunista che ha segnato gran parte della risposta delle grandi potenze. Ad esempio, nel mese di luglio 2015, un gruppo di 10 parlamentari francesi, la maggior parte appartenenti al partito repubblicano del possibile futuro presidente Nicolas Sarkozy, ha visitato l’occupata Crimea. In questo modo, causando giubilo a Mosca, essi hanno violato lo spirito del regime delle sanzioni occidentali contro l’annessione russa della penisola. La visita ufficiale di questi politici di destra francesi a Simferopoli ha sputato in faccia alla “Dichiarazione della Francia all’adesione dell’Ucraina al TNP” emessa in data 5 dicembre 1994 dal governo di centro-destra Balladur (in cui l’allora ministro del budget era Sarkozy).

Nel documento ufficiale consegnato a Kiev, in connessione con la sua rinuncia alle armi atomiche, la Francia ha ribadito il suo impegno a rispettare l’indipendenza e la sovranità dell’Ucraina nei suoi attuali confini, in accordo con i principi dell’Atto finale di Helsinki e della Carta di Parigi per una nuova Europa. La Francia nel suo impegno, ha ricordato il suo attaccamento ai principi della CSCE, secondo cui, i confini possono essere modificati solo con mezzi pacifici e di comune accordo, e che gli Stati partecipanti si sarebbero astenuti dall’usare le minacce o la forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di uno Stato, o mediante qualsiasi altro mezzo incompatibile con gli obiettivi delle Nazioni Unite.

Peggio ancora la Cina, che in un gioco laterale euro-asiatico svolto fin dall’inizio della crisi ucraina, sta amplificando la corrosione del sistema di sicurezza internazionale. Pechino ha evitato di prendere una chiara posizione sul comportamento russo, si è astenuta nel voto dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite della primavera del 2014, nel quale si condanna l’annessione della Crimea. Dietro le quinte, i cinesi stanno cercando d’estrarre il massimo beneficio politico ed economico dalla discordia tra Mosca e l’Occidente. Pechino ignora volutamente il fatto, che quando ha consegnato la sua dichiarazione governativa, l’Ucraina possedeva un potenziale nucleare che superava di gran lunga il suo. La Cina, come un potente membro del Consiglio di Sicurezza, ha così rafforzato la percezione che il TNP, quando si tratta di far valere i propri interessi nazionali a scapito degli stati non nucleari, verrà ignorato dalle potenze atomiche ufficiali.

Se l’Ucraina, l’ex terza potenza atomica del mondo, è gestita in questo modo, che tipo di supporto, in una situazione di crisi, si possono aspettare gli stati non nucleari, quando i presunti garanti internazionali del regime di non proliferazione voltano le spalle in modo così drammatico all’inviolabilità delle frontiere? Il messaggio inviato a tutti i leader nazionali attuali e futuri è chiaro: il proprio deterrente atomico è l’unico strumento efficace che garantisce la piena sovranità del vostro paese. Kim Jong-un, Rouhani e Masum hanno ragione?

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