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22 novembre 2017

Lo sporco gioco russo con i giornalisti  


Sembra particolarmente cinico, dato il totale silenzio per la morte di altri giornalisti russi, tra cui uno, quasi certamente inviato alla morte volutamente, l’uso russo della morte dei suoi due giornalisti, come prova per incriminare il pilota militare ucraino.

I media russi controllati dallo Stato hanno usato molto pathos per convincere i loro concittadini che Nadiya Savchenko il 17 giugno 2014 era realmente implicata nella morte del giornalista Igor Kornelyuk e del cameraman Anton Voloshin; ma hanno usato l’arma del silenzio o hanno negato le prove che Savchenko fosse stata catturata prima che i due inviati russi rimanessero uccisi.
La bizzarria del caso è che, nell’anniversario della morte dei due giornalisti, nessuno li ha ricordati e nemmeno nominati. Il ministero degli esteri russo con molta enfasi, poche ore dopo la morte, aveva sostenuto che loro e gli altri giornalisti russi stavano “riportando con coraggio la verità sui reali eventi in Ucraina. È proprio questa verità che è temuta dalle autorità di Kiev e dalle varie formazioni paramilitari che hanno imposto un vero terrore contro i giornalisti russi”.

La “verità” che Kornelyuk doveva riportare però, si sarebbe dovuta contestare totalmente, in quanto, in un articolo dal titolo “Come si fa propaganda in TV” del mese di agosto 2015, un ex dipendente della TV di Stato All-Russia, ha spiegato come nel mese di febbraio 2014, fosse stato chiarito ai giornalisti che stava per iniziare una nuova guerra fredda che, messa a confronto con quella passata, sarebbe sembrata un gioco da ragazzi. I top manager dei media hanno avuto incontri al Cremlino dove hanno ricevuto istruzioni su quali termini avrebbero dovuto puntare i presentatori: “giunta”, “fascista” e “le forze punitive ucraine”. Probabilmente a Mosca, tuttavia, non tutti i giornalisti russi “riportano la verità”, ed è per questo che Mosca non ha mai nominato il giornalista russo Andrei Mironov, il quale, difensore dei diritti umani e in missione, è stato ucciso alla periferia di Sloviansk nel maggio 2014 assieme al giornalista italiano Andrea Rocchelli.1*9jGhqx52aFrkldtLW_5Z9Q

Il corrispondente del giornale russo Novaya Gazeta, Pavel Kanygin, l’anno scorso è stato picchiato e “deportato” dai militanti del Cremlino solo per aver riportato chiaramente e onestamente una protesta scoppiata contro i militanti a Donetsk. Al fatto è seguita una denuncia, ma i procuratori russi hanno rifiutato d’indire l’indagine.
Probabilmente per ragioni più sinistre, c’è un’altra morte di un giornalista totalmente ignorata. Il giornalista e cameraman Anatoly Klyan è stato ucciso mentre il 30 giungo 2014 stava lavorando per lo stesso canale di Kornelyuk, e non c’era stato alcun motivo per sospettare che lui potesse riportare, “una sbagliata verità”; con lui non è mai stata aperta nemmeno un’indagine.
Mosca ha dimostrato da subito che non le interessava nulla di Klyan. Orkhan Dzhemal, un altro giornalista russo che lavorava per Forbes ha, in modo inequivocabile, spiegato la morte di Klyan. “I giornalisti della TV di Stato Canale 1, sono stati mandati sul posto per essere ammazzati. Mi spiego – racconta Dzhemal – il 29 giugno 2014 era l’ultimo giorno di un cessate il fuoco concordato tra Kiev e la Repubblica Popolare di Donetsk. I militanti, seppur durante il cessate il fuoco, hanno intrapreso un attacco e, dopo 6 ore di battaglia i soldati ucraini si sono arresi. Tutti gli ufficiali sono stati fatti prigionieri. Il successivo attacco contro gli ucraini non appariva come una necessaria operazione militare, ma sembrava più che altro una provocazione. Gli ucraini erano già stati decimati. Ma, ai giornalisti della TV di Stato è arrivata una telefonata del loro servizio stampa che segnalava la necessità di fare delle riprese a Spartak, dove le madri dei soldati ucraini stavano facendo una dimostrazione”.

Dalla base separatista quindi, è partito un minibus carico di giornalisti, tuttavia Dzemal per un sesto senso, ha deciso di viaggiare con un “taxi” assieme ad una altro giornalista di Life news. Dzemal è arivato sul posto, mentre il pulmino con i giornalisti non si è mai più visto; era stato assaltato nella notte dall’esercito ucraino e nello scontro sono morti sia il giornalista Klyan che l’autista del mezzo.
“Ci saranno probabilmente un sacco di dichiarazioni che spiegheranno che i disumani fascisti di Kiev sparano ai giornalisti. Anche se tutti coloro che erano lì, senza eccezione, hanno capito che semplicemente eravamo in una zona di guerra e siamo caduti in un punto sotto fuoco – continua Dzemal – Non c’è niente di ciò che viene definita guerra, qui si tratta solo di “false informazioni”, chiaramente un autobus carico di giornalisti che è stato colpito è un grosso risultato propagandistico, più che un’unità militare che si arrende”.

Reporter senza frontiere ha cercato di scoprire il motivo per il quale un autobus di giornalisti fosse partito dopo il tramonto. Ma, le domande e le rivelazioni di Dzhemal, hanno fatto affogare i tentativi di presentare la morte di Klyan nella stessa luce di quella di Kornelyuk e Voloshin: era stato inviato a morire.

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