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18 novembre 2017

La Russia e i drammi occidentali


In questi giorni il governo russo, mentre con una malcelata soddisfazione sta osservando gli attacchi terroristici in Occidente, sottolinea ancora una volta che perdere tempo in inutili discussioni d’insignificanti dettagli, come l’invasione dell’Ucraina, sono circostanze da ignorare in nome di una grande collaborazione contro il terrorismo.
Il Cremlino in ogni caso è improbabile che da una rafforzata cooperazione possa ottenere ciò che vuole, e non dovrebbe nemmeno cullarsi e pensare che ciò che è successo a Istanbul e Bruxelles non possa accadere anche a Mosca.

Questo post ho iniziato a scriverlo la sera stessa in cui è arrivata la notizia dell’attentato di Bruxelles, quando c’erano solo tante voci confuse e vari stati d’animo, con molta disinformazione e sussulti psicologici di ogni genere.
Anche se è troppo presto per essere certi sui retroscena e le cause degli attacchi, si può già percepire, dai modelli delle esternazioni sia politiche che pratiche, ciò che questo fatto significhi per la Russia e trarne delle informazioni.
Prima di tutto, per quanto sgradevole possa essere, Mosca apprende ogni dramma come un’opportunità politica. Il presidente Vladimir Putin ha guadagnato molto capitale politico quando ha offerto una generosa e pronta risposta agli attacchi dell’11settembre all’allora presidente George W. Bush e, allo stesso modo, in questi giorni i russi sembrano altrettanto desiderosi di segnare altrettanti punti.

Putin ad esempio, nel suo messaggio ufficiale di cordoglio, ha tra l’altro osservato, con un ritornello molto familiare, che “la lotta contro questo male richiede una più attiva cooperazione internazionale”. Egli ha costruito gran parte della sua politica estera post-Crimea, post-Donbass, post-sanzioni legata alla speranza che l’Occidente potesse essere sedotto dalla relazione che un “nemico del mio nemico è mio amico”.
L’eventuale implicito accordo è, che le informazioni di intelligence russe assieme ad alcune azioni coordinate possano muoversi parallelamente alla volontà di chiudere un occhio per dispute più ampie. Naturalmente, nei quartieri occidentali c’è una certa simpatia per questa prospettiva. Tuttavia, la volontà occidentale di collaborare più strettamente con i russi contro i nemici comuni, come lo Stato islamico, non si può estendere fino a concedere in cambio carta bianca in Ucraina: Mosca non può pretendere che qualcosa d’interesse comune venga ricompensato con un premio, quando quel qualcosa è utile anche per lei stessa.

Questa argomentazione non ha tenuto lontano le figure di spicco della comunità politica estera russe da grossolane e maldestre buffonate. Alexei Pushkov, il falco della commissione affari esteri della Duma di Stato si è inorgoglito dell’opportunità di sparare un colpo al volo su Twitter contro il segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg, sostenendo che “sta mettendo a fuoco un’immaginaria minaccia russa, mentre ignora i terroristi proprio sotto il suo naso”.
L’altrettanto acuta portavoce del ministero degli esteri, Maria Zakharova, allo stesso modo ha sentito il bisogno di coniugare il simpatico con il maligno, mescolando le condoglianze con le critiche di “doppi standard in materia di terrorismo”.
Ironia della sorte, il capo dell’agenzia di sicurezza ucraina, Vasyl Grytsak non ha certo cavalcato in loro soccorso. Con un commento dal tono sordo e apparentemente privo di fondamento scrive che lui “non sarebbe sorpreso” se gli attacchi fossero “parte della guerra ibrida russa” per riuscire a distrarre l’attenzione dai soliti messaggi palesemente autodifensivi di Mosca.198674

In ogni caso, continua, si tratterebbe di un atto russo di pericolosa arroganza l’usare gli attacchi terroristici – prima in Francia, poi in Turchia e ora in Belgio – per propri fini politici.
“Ciò che è interessante – ha continuato Grtytsak – è che i desideri dell’ISIS e del “Mondo russo” hanno sostanzialmente la stessa essenza, sono uniti tra di loro e puntano ad un unico risultato: intolleranza ed esclusività. Come riscontro, abbiamo notato che dei 25 terroristi dell’ISIS siriano che abbiamo arrestato sul nostro territorio, 22 erano russi”.
La sua teoria ha raccolto una certa popolarità, tanto che Zoran Shkiryak, un consigliere del ministro degli interni ucraino, ha ipotizzato sulla sua pagina Facebook che l’attacco potrebbe essere stato creato dai “servizi speciali russi su ordine diretto di Putin”.

Le dichiarazioni ucraine hanno indotto un torrente di rabbiose risposte dai politici russi come Medvedev, che ha respinto le affermazioni di Gritsak definendolo su Facebook “un imbecille”. Sergey Ivanov, è d’accordo con Medvedev ed ha riferito all’agenzia di stampa ITAR-TASS che se avesse dovuto descrivere Gritsak in una parola, lo chiamerebbe “degenerato”.
Maria Zakharova, ha scritto: “una persona non può parlare in questo modo. Questo è al di là dei confini dell’umanità. Le mie condoglianze a coloro le cui vite dipendono dalle decisioni di queste persone”.

Il portavoce del comitato investigativo russo, Vladimir Markin, è intervenuto sostenendo che i funzionari ucraini “non hanno uguali quando si tratta di dichiarazioni insensate e stupide”.
L’indagine è in corso, la polizia non ha ancora fatto dichiarazioni ufficiali, ma tutti si stanno accusando e difendendo di un atto “terroristico”, che si presume tale, ma non è ancora stato chiarito, per cui mi viene spontanea una domanda: perché la dichiarazione di Gritsak ha creato un così grande vespaio? Di solito Mosca, a dichiarazioni senza senso risponde con una scrollata di spalle, senza contro-affermazioni, se non per dire “non merita attenzione”.
Anche la Russia negli ultimi tempi ha avuto la sua giusta percentuale di attacchi terroristici e, mentre il suo apparato di sicurezza ha punti di forza formidabili, ha sempre più sfide per le quali non è adatto.
Proprio come gli europei stanno trovando difficoltà ad individuare, scoraggiare e detenere i membri radicalizzati delle loro comunità, così anche la campagna russa, che per due decenni si è concentrata sugli attacchi nel Caucaso del Nord, non sta trovando strade e veicoli idonei per riorientare le minacce provenienti dai musulmani, o dai lavoratori migranti dell’Asia centrale.

La stragrande maggioranza della popolazione musulmana russa (i 13 o i 20 milioni a seconda di come la si conta) e i lavoratori migranti (forse 5 milioni) sono rispettosi della legge, leali e aborriscono il terrorismo; ma non ci vuole nulla che alcuni possano creare una minaccia, c’è sempre un maggior numero di persone che si sta legando ai movimenti estremisti.
Questo è un problema particolare, perché l’apparato di sicurezza russo manca di contatti e di legittimità all’interno di queste comunità e non ha la capacità di poter raccogliere informazioni al loro interno, se non frammentarie.
Speriamo quindi, che i politici occidentali non abbiano presto motivo di tweetare le loro condoglianze a Mosca.
L’indagine è in corso a Bruxelles; ma tuttavia, i più importanti politici hanno già condannato gli atti come “terrorismo”.

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