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19 novembre 2017

Nagorno-Karabakh: dov’è la diplomazia


La rinnovata lotta per il Nagorno-Karabakh rischia di diventare un’opportunità russa per un coinvolgimento nella regione.
Al vertice sulla sicurezza nucleare, che ha riunito il 31 marzo a Washington più di 50 leader mondiali sotto il patrocinio del presidente degli Stati Uniti Barack Obama, i due presidenti dell’Armenia e dell’Azerbaigian sono stati accolti con un caloroso benvenuto e coinvolti in incontri separati con il segretario di Stato John Kerry e il vice-presidente americano Joseph Biden.

Tuttavia, mentre tutto il frustrante protocollo diplomatico americano per facilitare un incontro diretto e personale tra i due presidenti si è dimostrato un grande fallimento, le riunioni con i funzionari americani, coreografate come “separate, ma uguali” hanno messo in risalto le controversie e le divisioni in seno al conflitto nel Nagorno-Karabakh.
L’insuccesso si è dimostrato particolarmente doloroso per gli Stati Uniti stessi che, essendo co-presidenti dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OCSE), l’unico corpo diplomatico responsabile del processo di pace Karabakh, non sono riusciti ad attutire le divergenze sulla disputa del territorio; ma allo stesso tempo, il fiasco del vertice è stato anche duramente offuscato dal comportamento di altri leader.

In primo luogo da quello del presidente russo Vladimir Putin che, annunciando solo alla fine che avrebbe boicottato il vertice, non ha concesso nessuna possibilità ad un eventuale recupero di una futura cooperazione tra Stati Uniti e Russia sulle questioni di proliferazione e di sicurezza nucleare.
Invece, il summit per i presidenti dell’Azerbaigian e dell’Armenia, è stato una valida occasione per dimostrare e visualizzare l’importanza strategica dei loro rispettivi paesi, oltre che per raccogliere un maggior grado di legittimità.armenia-azerbaijan-conflict

Per il presidente armeno Serzh Sarkisian, l’incontro di Washington gli ha dato il vantaggio d’approfondire i legami del suo paese con gli Stati Uniti, e d’incontrare e salutare la politicamente ben organizzata comunità armeno-americana. Inoltre, grazie al boicottaggio russo, Sarkisian ha manifestato l’indipendenza e la sovranità dell’Armenia, nonostante i suoi stretti legami di sicurezza con Mosca.
Per il presidente azero Ilham Aliyev, il vertice è stato ancora più significativo: gli ha dato l’opportunità di riaffermare l’importanza strategica dell’Azerbaigian, soprattutto sulla scia della grave repressione della società civile e della crisi economica guidata dal crollo dei prezzi del petrolio. L’incontro, a Baku è stato percepito come un modo per migliorare l’immagine di Aliyev e, dopo il recente rilascio dei prigionieri politici, una via per ricostruire i legami con l’Occidente.

Il lancio dell’offensiva militare azera alle prime ore dell’alba del 2 aprile chiarisce che il presidente azerbaigiano deve aver deciso d’agire o a Washington, o sul volo di ritorno a casa.
Il tempismo inoltre, potrebbe suggerire che la visita a Washington fosse per molti versi un’ultima possibilità, o un ultimatum, inviato dal leader dell’Azerbaigian agli Stati Uniti affinché s’impegnassero maggiormente in Karabakh. E forse anche che, anche se al momento non è chiaro, il senso di frustrazione derivato dalla mancanza di progressi nel processo di pace, sia giunto ad una pericolosa svolta. La delusione legata all’accordo e la manifestazione d’usare la forza per cambiare i “calcoli” del Karabakh, sono stati evidenti nelle escalation delle tensioni degli ultimi anni, e forse potrebbero anche nascondere un aspetto più ampio e delle implicazioni più pericolose.

Tutto questo senso di vaghezza, di cose sospese, poco chiare e di doppio giochismo, tipico della Russia, potrebbe effettivamente presentare una nuova opportunità per un coinvolgimento russo in un territorio che vede Mosca già impegnata direttamente in Armenia, per avere una base militare, mentre in Azerbaigian per essere il maggior fornitore di armi dello Stato.
In seguito a questa recente intensificata ondata d’ostilità è diventato molto dubbio il fragile accordo di cessate il fuoco del maggio 1994, anche perché non ha avuto seguito l’annuncio del ​​3 aprile di una nuova “tregua” nei combattimenti.
Le unità d’artiglieria azere, ribadendo una sfida di non ritorno ad un senso d’apparente normalità sotto i termini del cessate il fuoco, sono state lungamente impegnate e hanno ampliato il loro raggio d’azione su dei nuovi fronti.

Per Mosca, tuttavia, che ha a lungo invocato il conflitto del Karabakh come uno strumento di potere e influenza, la fragilità del cessate il fuoco potrebbe trasformarsi in un punto chiave per un suo coinvolgimento: ora può sostenere che il collasso del cessate il fuoco può essere solo risolto con un dispiegamento di forze di pace russe.
Un tale scenario è chiaramente una minaccia per tutte le parti coinvolte e può aggiungere un nuovo elemento distruttivo alla difficile e impegnativa equazione di questo conflitto.

Potrebbe anche significare, non importa quale potrà essere il risultato delle operazioni militari sul terreno, l’annientamento della diplomazia e un ritorno in auge, come punto determinante per la sicurezza e la stabilità, della brutale forza militare usata dalla Russia. Ironicamente questa potrebbe essere una minaccia strategica condivisa tra Armenia, Azerbaigian e il Nagorno-Karabakh stesso.

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