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12 dicembre 2017

Il pericoloso silenzio di Obama sulla violenza nel Nagorno-Karabakh   


Gli Stati Uniti, nell’ultimo scoppio di violenza della regione separatista dell’Azerbaijan, il Nagorno-Karabakh (NK), non hanno ancora rilasciato una dichiarazione. L’unica comunicazione arrivata da Washington è stata quella rilasciata il 2 aprile dal Segretario di Stato americano John Kerry, nella quale svogliatamente condanna la violenza e chiede un ripristino del cessate il fuoco. Questo approccio, pur non lasciando trasparire alcun senso di attenzione al pericolo rappresentato da questa nuova fiammata, non ci da alcuna indicazione che Kerry, come prassi diplomatica suggerisce, abbia contattato sia il ministro degli esteri azero Elmar Mammadyarov, o il ministro degli esteri armeno Edward Nalbandian. Gli unici due secondi spesi da Kerry per questo tema sono una nota del ministero degli esteri russo, nella quale sostiene che il 4 aprile nel corso di una telefonata, Kerry e il ministro Sergei Lavrov, hanno discusso di NK.

Nel frattempo, il 5 aprile il gruppo di Minsk, senza la partecipazione diretta di coloro che hanno discusso l’ultimo cessate il fuoco – Russia, Azerbaigian e Armenia – si è incontrato a Vienna, rilasciando un documento finale senza succo e costrutto, molto simile al pronunciamento ufficiale del dipartimento di Stato.
Al contrario, i vertici russi, in modo separato dal Gruppo di Minsk, si stanno muovendo molto attivamente: il presidente russo Vladimir Putin ha più volte parlato per telefono con il presidente azero Ilham Aliyev, e con il presidente armeno Serzh Sargsian; mentre i ministri degli esteri e della difesa russi sono in continuo contatto con i loro omologhi armeno e azero. Inoltre, Putin e Lavrov, mentre scrivo, dovrebbero essere arrivati nella regione.502971_img650x420_img650x420_crop

L’obiettivo della missione di mediazione russa sembra essere duplice: in primo luogo, riparare la sua reputazione internazionale in relazione alla sua debacle in Ucraina; e in secondo luogo, rafforzare l’impressione in Armenia e in Azerbaijan che la Russia è attenta al Caucaso meridionale.
Una giustificazione fondamentale al secondo punto è la sospetta tempistica dello scoppio della violenza. Il 1 ° aprile, il giorno prima che iniziassero i combattimenti, Aliyev e Sargsian si sono incontrati separatamente alla Casa Bianca con il vicepresidente Joe Biden. Questi incontri hanno dato l’impressione che forse gli Stati Uniti finalmente stessero facendo uno sforzo per rinvigorire il processo del gruppo di Minsk. Per Aliyev e Sargsian invece, era fondamentale garantirsi ad alto livello l’impegno degli Stati Uniti e dimostrare che loro erano in favore di un insediamento pacifico nel NK. Ragion per cui, l’ultima cosa che avrebbero voluto durante la loro visita cruciale a Washington, non era sicuramente un aumento della violenza tra i due paesi, e nemmeno che tale evenienza avvenisse a margine di un ampio incontro di leader internazionali ospitati dal presidente Barack Obama.

Riflettendo sul recente avventurismo militare di Putin, la coincidenza degli eventi non sembra forse così casuale. Nell’agosto del 2008, mentre i leader internazionali erano tutti raccolti e distratti per la cerimonia di apertura delle Olimpiadi estive di Pechino, le truppe russe si sono riversate in Georgia dove, innescando il contropiede della Georgia per difendere l’Ossezia del Sud, hanno aperto il fuoco scatenando una breve guerra. Ancora una volta, nel febbraio 2014, durante la cerimonia d’apertura dei Giochi Olimpici Invernali di Sochi, le truppe da combattimento russe sono entrate in Ucraina.
Così, potrebbe benissimo essere che questa recente violenza nel NK sia stata innescata da un comandante locale manipolato o pagato da Mosca con l’intento di provocare un contrattacco e, quindi un contenuto conflitto militare per dimostrare ai leader del sud del Caucaso e del mondo l’indispensabilità di Mosca piuttosto che di Washington.

Indipendentemente dal fatto che questa speculazione motivata porti ad altri ragionamenti, il fatto che l’amministrazione Obama sia così assente e chiusa nelle sue risposte ai gravi scontri militari scoppiati tra l’Armenia e l’Azerbaigian, ha l’impatto di cedere il settore strategico del Caucaso meridionale alla Russia e ciò potrebbe avere profonde e pericolose conseguenze in Siria, Ucraina e ben al di là.

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