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26 settembre 2017

La crisi dei conflitti congelati


L’Armenia e l’Azerbaigian hanno annunciato una tregua dopo tre giorni di aspri combattimenti nella regione separatista del Nagorno-Karabakh, ma il nuovo scoppio di violenza è la prova che i conflitti congelati post-sovietici non sono realmente congelati, e che questi possono essere in qualsiasi momento riaccesi per un riallineamento delle alleanze o delle lealtà internazionali.

Oggi ci sono quattro conflitti congelati post-sovietici. Tre covano sotto la cenere intorno al Mar Nero: Transnistria, una regione separatista della Moldavia, le regioni georgiane dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud, e, dallo scorso anno, l‘Ucraina orientale. I primi due sono iniziati nei primi anni 1990, il terzo nel 2014, quando la Russia ha tentato di destabilizzare il governo anti-Mosca di Kiev. Il conflitto del Nagorno-Karabakh, un territorio conteso tra Armenia e Azerbaigian, è il più antico.
Nel 1988, il legislatore di questa regione dell’Azerbaigian, popolata per lo più da armeni etnici, ha votato la secessione per unirsi all’Armenia. L’attuale presidente dell’Armenia, Serzh Sargsyan, era tra gli attivisti locali che hanno spinto per una tale mossa. L’Azerbaijan ha obiettato e ha combattuto una sanguinosa guerra contro l’Armenia, segnata da massacri – ambedue le parti hanno tentato una pulizia etnica. L’Armenia ha vinto la guerra, ma nel 1994 una mediazione internazionale ha fatto entrare in vigore un cessate il fuoco: Nagorno-Karabakh che, con una popolazione quasi esclusivamente armena, è stata data in gestione ad un governo filo-Yerevan. Circa 1 milione di persone sono state sfollate.Nagorno-Karabakh-euronews.it_

Il cessate il fuoco ha tenuto per più di due decenni, nonostante intermittenti scontri di confine. Non è chiaro chi lo scorso fine settimana può aver iniziato le ostilità che hanno causato decine di vittime su entrambi i lati: l’Armenia e l’Azerbaigian si accusano a vicenda. Lo scorso autunno, il ministro degli esteri dell’Azerbaigian, Elmar Mammadyarov, ha minacciato d’attaccare il Nagorno-Karabakh, se l’Armenia non avesse incondizionatamente ritirato le sue truppe.
La nuova risolutezza dell’Azerbaijan può derivare dal supporto aperto che riceve dalla Turchia. Recep Tayyip Erdogan, il presidente turco, ha promesso di “sostenere l’Azerbaijan fino alla fine”. Questo non sono solo parole: Erdogan, da quando si è trasformato in un acerrimo nemico del presidente russo, dopo che la Turchia ha abbattuto un aereo militare russo al confine con la Siria l’anno scorso, è desideroso di far sapere che non ha paura di Putin.

L’Armenia è uno stretto alleato della Russia, lei fa parte parte dell’Unione economica eurasiatica con diversi altri paesi post-sovietici, ma non è la Russia stessa l’allettante bersaglio di Erdogan. Putin non si è espresso in modo inequivocabile a favore dell’Armenia, anzi ha invitato entrambe le parti a rispettare il cessate il fuoco.
L’Azerbaigian, tuttavia, non può permettersi di staccarsi completamente dalla Russia e unirsi all’orbita della Turchia. I suoi legami economici tradizionali con Mosca si sono indeboliti, fa più commercio con gli Stati Uniti e nei principali paesi europei, ma la Russia potrebbe essere un nemico temibile. Così l’Azerbaijan spera in una soluzione negoziata del conflitto e sogna anche di frenare i guadagni dell’Armenia.

I conflitti congelati, quando le influenze esterne che mantengono la situazione in equilibrio si riallineano, tendono a riscaldarsi. Nel caso del Nagorno-Karabakh, la nuova inimicizia tra la Turchia e la Russia probabilmente è diventata il catalizzatore. Quando sono ripresi gli scontri in Ossezia del Sud nel 2008 e la Russia ha invaso la Georgia, quelli erano stati il risultato diretto di una politica contraria a quella russa riguardo alle regioni secessioniste da parte del presidente della Georgia, Mikheil Saakashvili. Egli credeva – erroneamente – che il sostegno americano lo avrebbe reso meno vulnerabile alle ire russe.

È anche concepibile che Saakashvili possa essere uno strumento che riaccende il conflitto in Transnistria. L’attuale governatore della regione di Odessa in Ucraina, sta adoperandosi per eliminare il contrabbando dalla regione secessionista filo-russa (Transnistria), una delle principali fonti di reddito dei suoi governanti. Da parte sua, la Moldavia sta lottando per arginare il flusso di commercio illegale. Se la Transnistria viene soffocata dai suoi due vicini, è facile prevedere che la lotta riprenda. In Transnistria stazionano stabilmente non meno di 1.500 truppe russe.
Saakashvili ha accusato la Russia dei nuovi combattimenti in Karabakh. “Un conflitto ormai che non è di alcun beneficio per entrambi, né per l’Armenia o l’Azerbaigian – ha scritto su Facebook – La cosa successa un paio di giorni fa, assomiglia molto ad una provocazione di Putin contro l’Azerbaigian e la Turchia, ma è anche dannoso per l’Armenia”. Saakashvili sostiene che l’obiettivo russo sia quello d’indebolire l’Azerbaigian come un esportatore di energia alternativa per l’Europa.

Probabilmente ciò è sbagliato: la Russia ama i conflitti congelati perché minano i governi dei paesi ex sovietici, inibiscono il morale e forniscono a Mosca la possibilità di incursioni economiche. Il Cremlino vede le regioni secessioniste come strumenti di instabilità che non fanno molto male al suo status con la comunità internazionale. Questo è probabilmente il motivo per cui Putin ha scelto di non estendere il conflitto in Ucraina, ma di congelarlo. Non vuole che l’eruzione nel Karabakh possa diventare un guerra: la sua macchina della propaganda non ha improvvisato frenesia per gli ultimi avvenimenti.

“Questi conflitti rimangono congelati grazie ad un delicato equilibrio di forze che possono divampare, anche quando nessuno lo vuole – come ha scritto il politologo romeno Filon Morar, in un articolo per il Marshall Centro europeo per gli studi sulla sicurezza.
Il termine conflitto congelato è ingannevole: suggerisce erroneamente che un conflitto può essere messo in attesa premendo un telecomando: nulla rimane inalterato all’infinito, sia nel mondo fisico che in quello politico, in casa nel frigorifero o nella zona del Mar Nero-Caucaso meridionale.
Per motivi di sicurezza, l’Occidente e l’Europa in particolare, non dovrebbe assumere i conflitti congelati. Ogni situazione è complessa e in continua evoluzione, così come lo sono gli obiettivi e le relazioni dei giocatori. L’obiettivo probabilmente dovrebbe essere quello di promuovere una sorta di risoluzione, anche se questo significa la concessione di una misura di legittimità ai secessionisti. Qualsiasi tipo di finalità è meglio di una precarietà infinita.

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About Bedris,

Lituano di nascita, culturalmente cresciuto in Lituania, Italia e America. Dopo un lungo periodo di professione forense, ho deciso di dedicarmi al giornalismo. La nuova professione la intendo libera da paletti idelogici, essenziale e aperta a condividere le conoscenze con chi legge. Collaboro con alcune testate e scrivo su un mio blog.

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