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18 novembre 2017

Un soliloquio sulla nuova élite ucraina


Come valutare il processo ucraino per la formazione della nuova coalizione e il nuovo Gabinetto ministeriale? Pensieri, pensieri e solo pensieri che girovagano per l’ippocampo.
Nelle democrazie le coalizioni e i ministri sono regolarmente cambiati, così come i presidenti, i subdoli primi ministri e anche i viscidi parlamentari che sono sempre occupati nei loro loschi affari; lo stesso succede nei mercati degli animali, nelle stanze fumose, negli affari sospetti, nelle occasioni opportunistiche, nelle richieste oltraggiose e nella corruzione. Anche se queste cose di solito sgomentano e demoralizzano i non politici, come la maggior parte di noi, la loro presenza significa in realtà che c’è un processo democratico in corso.

L’Ucraina come si sa non è una democrazia da presentare a modello, bensì una in transizione ed impantanata nella crisi economica e nella guerra; ma mentre le altre élite possono litigare a loro piacimento, quelle ucraine hanno l’obbligo politico e morale di mettere da parte le ambizioni personali e la loro animosità e, nell’interesse nazionale, devono trovare in fretta delle soluzioni efficaci. Quando il tempo è l’essenza, non si possono sprecare due mesi, come hanno fatto le élite ucraine, per cercare di far quadrare una nuova coalizione e un nuovo assetto di ministri: questo è una violenza contro i cittadini e lo Stato in generale.
Le colpe? Primo fra tutti il presidente Petro Poroshenko per aver cercato d’esercitare un eccessivo controllo sul governo: è pur vero che il conflitto tra il presidente e il primo ministro ha costruito un sistema parlamentare-presidenziale, ma un saggio leader non avrebbe provocato una crisi se sapeva che non era in grado di risolverla immediatamente. Secondo l’ex primo ministro Arsenii Yatseniuk per essersi pateticamente aggrappato all’ufficio, anche quando lui e tutti sapevano a cosa sarebbe andato incontro. Terzo ai leader dell’opposizione Yulia Tymoshenko e all’assurdo demagogo Oleg Lyashko e Andrii Sadovy che hanno solo che aumentato le fiamme. Insomma, tutti nel parlamento, considerata la situazione d’emergenza, non hanno agito in modo responsabile.

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Non sorprende che un recente sondaggio mostri che il presidente, il Gabinetto e il parlamento abbiano valutazioni ad una cifra. Solo il 7 per cento degli ucraini sostiene o “tende” a sostenere Poroshenko, mentre l’85 per cento non lo vuole più nemmeno come presidente. Il Gabinetto ha un sostegno del 7 per cento e dell’89 per cento contro; i numeri della Rada sono: il 5 per cento e l’88 per cento contro.
È impossibile che il nuovo governo del primo ministro Volodymyr Groysman possa fare di peggio.
Com’era prevedibile, le classi degli analisti e degli opinionisti ucraini stanno già allegramente condannando tutto e tutti; ma le loro aspettative possono essere premature: Groysman è stato un ottimo sindaco a Vinnytsia ed ha lavorato bene negli ultimi due anni. Lo sviluppo e l’adozione dell’ambizioso piano di decentramento è in gran parte al suo attivo; e, nel condurre le trattative per la composizione del gabinetto, non si è dimostrato il cagnolino di Poroshenko, come molti lo descrivono. Lui potrebbe non riuscire, naturalmente, ma di peggio non può fare.

L’altro ministro chiave è quello delle finanze, Oleksandr Danyliuk. Danyliuk ha credenziali di tutto rispetto: ha lavorato come consulente senior alla McKinsey & Company a Londra, ha conseguito un MBA presso l’Università dell’Indiana e ha contribuito alla costruzione dell’ufficio nazionale anticorruzione. È vero, è stato anche un consulente del governo Yanukovich, ma ciò non lo squalifica né suggerisce che lui è un incompetente.
Non a caso, i critici di Danyliuk e di Groysman sono più o meno le stesse persone che insistono sul fatto che in Ucraina “nulla è cambiato”. Questa è una sciocchezza, naturalmente, ma, se fosse vero, allora coloro che parlano negativamente non dovrebbero avere motivi logici per criticare il nuovo Gabinetto e fare paragoni poco lusinghieri tra Danyliuk e il suo predecessore, Natalia Jaresko: se “non è cambiato nulla”, allora anche Jaresko è da biasimare tanto quanto chiunque altro. Se la partenza di Jaresko è un peccato
allora qualcosa effettivamente deve essere cambiato.

In entrambi i casi, il suddetto sondaggio mostra che solo il 14 per cento degli ucraini approvava Jaresko che il 64 per cento no, ma al contrario, il leader del partito radicale Lyashko ha ricevuto il 23 per cento a favore e il 69 per cento contro. Cosa ci dicono questi numeri nei confronti delle riforme? Cosa sarà in grado di fare Groysman?
Lo sapremo se tutti smetteranno di dire che “nulla è cambiato!”.

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