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19 novembre 2017

Un giocatore al Cremlino


Il sequestro della penisola della Crimea nei primi mesi del 2014, è stata la consequenziale decisione di 16 anni di potere del presidente russo Vladimir Putin. Putin, con l’annessione violenta di un territorio di un paese confinante, in un sol colpo ha rovesciato tutte le ipotesi su cui poggiava l’ordine post-guerra fredda europea.
La questione del perché Putin ha compiuto questo passo è più un interesse storico, mentre capire le sue motivazioni è cruciale per valutare se Putin potrà ancora fare scelte simili in futuro.

Nell’analisi dell’azione russa in Crimea sono apparse tre plausibili interpretazioni:
– nella prima, si potrebbe definire Putin come un “difensore”, in quanto l’operazione della Crimea è stata una risposta alla minaccia di un’ulteriore espansione della NATO lungo il confine occidentale della Russia. Con questa logica, Putin s’è preso la penisola per evitare due pericolose possibilità: in primo luogo, che il nuovo governo ucraino potesse entrare nella NATO, e in secondo luogo, che Kiev potesse sfrattare la Flotta del Mar Nero russa dalla base di Sebastopoli.
– nella seconda interpretazione si potrebbe definire Putin un “imperialista”, l’annessione della Crimea è parte del progetto russo di riconquistare gradualmente gli ex territori dell’Unione Sovietica. Putin in effetti, non ha mai accettato la perdita del prestigio russo del dopo fine della guerra fredda; questo argomento suggerisce, che lui è determinato a ripristinare i confini dell’URSS espandendo il territorio.

– nell’ultima spiegazione Putin è un “improvvisatore”, l’annessione rappresenta una risposta frettolosamente concepita all’imprevista caduta del presidente ucraino Viktor Yanukovich. L’occupazione e l’annessione della Crimea da questo punto di vista, è stata una decisione impulsiva, piuttosto che l’attenta mossa di uno stratega con ambizioni geopolitiche.
Nel corso degli ultimi due anni, Putin sembra che abbia dato sostegno a tutte e tre le interpretazioni. Egli ha suggerito che l’adesione dell’Ucraina alla NATO sarebbe stata intollerabile e ha anche affermato che la storia della Crimea aveva reso la regione “una parte inseparabile della Russia”, saccheggiata dopo la disintegrazione dell’Unione Sovietica. Eppure Putin ha anche detto che l’operazione di prendere la penisola è stata “spontanea” e “non è affatto” stata pianificata con largo anticipo (Le altre spiegazioni di Putin, che lui ha ordinato di proteggere la popolazione russa della Crimea dai nazionalisti ucraini e di rispettare il diritto all’autodeterminazione della penisola, devono essere prese poco sul serio, infatti la minaccia nazionalista in Crimea è stata in gran parte inventata da Putin: lui nei suoi 14 anni di potere non ha mai mostrato alcun interesse all’autodeterminazione della penisola).

Allora, la reazione all’espansione della NATO, è stata un atto d’aggressione imperiale o una risposta estemporanea ad una crisi inattesa? La verità potrebbe comportare elementi di più teorie con alcuni dettagli che sono ancora sconosciuti. Tuttavia, le informazioni che sono emerse nel corso degli ultimi due anni e le intuizioni delle recenti interviste a Mosca, suggeriscono alcune importanti conclusioni: il sequestro della Crimea sembra essere stata una mossa improvvisata, nata sotto pressione e innescata dalla paura di perdere l’importanza strategica della base navale di Sebastopoli. L’allargamento della NATO rimane un punto dolente dei leader russi, e il Cremlino ha certamente il sogno di ripristinare la perduta grandezza della Russia. Eppure il modo caotico in cui l’operazione in Crimea è stata dispiegata smentisce qualsiasi piano concertato e, anche se questo può sembrare a prima vista rassicurante, in realtà rappresenta una formidabile sfida per i funzionari occidentali: con Putin si devono confrontare con un leader che è sempre più incline a scommesse rischiose e a prendere qualsiasi vantaggio tattico di breve periodo con poca apparente preoccupazione del lungo periodo.

Consideriamo prima l’idea che Putin avesse ordinato il sequestro della Crimea per evitare l’accerchiamento militare russo da parte della NATO. È chiaro che l’allargamento della NATO, senza fare più che simbolici tentativi per integrare dei paesi, non ha aiutato il rapporto tra Mosca e l’Occidente nel corso degli ultimi due decenni, proprio come è ben noto che i leader russi sono determinati a impedire che l’Ucraina diventi un membro della NATO; ma questo non significa che resistere all’espansione della NATO, possa motivare l’annessione della Crimea.
La risposta più grande alla teoria che Putin ha sequestrato la Crimea per fermare l’adesione ucraina alla NATO è che l’Ucraina non pensava minimamente d’aderire all’Alleanza quando è stata colpita da Putin. Nel 2010, per migliorare in gran parte le relazioni con la Russia, il governo di Yanukovich aveva approvato una legge che vietava all’Ucraina la partecipazione a qualsiasi blocco militare. Negli anni successivi, Kiev invece, partecipando ad alcune esercitazioni militari e mettendo a disposizione della NATO una nave per delle operazioni di antipirateria, ha iniziato a collaborare con l’Alleanza; ma è stata una soluzione che la Russia ha accettato. In effetti, quando Putin, ha giustificato il suo intervento del marzo 2014, ha affermato di “non aver sentito dichiarazioni da Kiev che presto l’Ucraina avrebbe aderito alla NATO”, ed ha escluso un importante dettaglio: tutte le dichiarazioni pubbliche dei politici ucraini che chiedevano l’adesione alla NATO, sono venute solo dopo che le truppe erano già apparse in Crimea.

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E, anche se i funzionari ucraini, dopo l’estromissione di Yanukovich, avessero voluto aderire alla NATO, l’Alleanza non aveva alcuna intenzione d’inglobare il paese. Putin, quando l’Alleanza nel 2008 aveva scelto di non proseguire con le adesioni dell’Ucraina e della Georgia, aveva già vinto la sua battaglia. I funzionari britannici, francesi e tedeschi hanno sempre sostenuto che i due paesi fossero troppo instabili per essere ammessi al percorso d’adesione all’Alleanza, e che se lo avessero fatto si sarebbero inutilmente trovati a discutere con Mosca. Anche se la NATO non ha escluso un’eventuale adesione dell’Ucraina, il cancelliere tedesco Angela Merkel è sempre rimasta contraria a misure pratiche volte in quella direzione, e il presidente degli Stati Uniti Barack Obama, a differenza del suo predecessore, George W. Bush, non ha intrapreso nessuna azione per promuovere l’adesione di Kiev. Per di più, nel mese di ottobre del 2013, pochi mesi prima dell’annessione russa della Crimea, Anders Fogh Rasmussen, il segretario generale della NATO, ha annunciato in modo inequivocabile che l’Ucraina non si sarebbe unita all’alleanza. Non c’era motivo d’aspettarsi che ciò avesse potuto cambiare nel breve tempo.
Naturalmente, Putin avrebbe potuto credere altrimenti. Se così fosse, però, avrebbe probabilmente sollevato la questione con i leader occidentali, mentre dal 2009 fino agli inizi del 2014 in nessuna relazione emessa dal Cremlino, Casa Bianca o dall’ufficio della Merkel risulta che Putin si fosse lamentato di un’eventuale espansione della NATO.

Se l’obiettivo di Putin è stato quello d’evitare l’accerchiamento militare della Russia, la sua aggressività in Ucraina, dal momento che ha prodotto esattamente il risultato opposto, è stato un enorme fallimento. Inoltre, in gran parte per scoraggiare ciò che la NATO ha percepito come un aumento della minaccia russa, l’Alleanza ha approfondito la sua presenza in Europa orientale creando una forza di reazione rapida di 4.000 soldati che ruoterà tra Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia e Romania e lo stazionamento di quattro navi da guerra nel Mar nero. Nel mese di febbraio, la Casa Bianca ha rivelato piani per quadruplicare la spesa militare degli Stati Uniti in Europa.
Lo scorso gennaio, ad una fonte vicina a Oleg Belaventsev, il comandante dell’operazione militare russa in Crimea, è stato chiesto se i funzionari russi fossero stati preoccupati per l’Ucraina nella NATO nei mesi precedenti l’intervento.
– Non avevamo paura dell’Ucraina nella NATO – ha risposto la fonte – Ma eravamo decisamente preoccupati che gli ucraini potessero annullare il contratto di locazione in Sebastopoli e cacciare la Flotta dal Mar Nero.
Questo, dal momento che la Flotta del Mar Nero è fondamentale per la Russia per avere dei punti di forza nel Mar Nero e nel Mediterraneo, e che molti dei leader dell’opposizione ucraini avevano criticato Yanukovich per aver esteso la locazione della base a Mosca, sembra plausibile. Eppure, se la certezza di aver la base navale militare era la preoccupazione principale di Putin, come sembra probabile, il puzzle è: perché ha scelto una strategia così rischiosa? Con un contingente di circa 20.000 soldati ben armati in Crimea, e una popolazione della penisola in gran parte filo-russa, non sarebbe stato molto difficile per l’Ucraina espellere la Russia da Sebastopoli, e in passato, Mosca aveva sempre trovato il modo per proteggere i propri interessi nella regione senza usare la forza.

Annettendo il territorio al costo dell’isolamento internazionale, le sanzioni economiche, il rilancio della NATO e l’alienazione della maggior parte della popolazione ucraina sembra una estrema reazione ad una gestibile minaccia. Prima dell’operazione “Crimea”, le decisioni di Putin erano generalmente razionalizzate in termini di costi e benefici, ma da allora, il suo calcolo in politica estera è stato molto difficile da decifrare.
Per coloro che vedono Putin come un imperialista, le mosse russe in Crimea sono facili da spiegare. Dopo tutto, Putin ha notoriamente caratterizzato il crollo dell’Unione Sovietica come “la più grande catastrofe geopolitica del secolo”, ha sostenuto che “l’Ucraina non è nemmeno uno stato”, e lui ha una storia di ingerenze nei paesi periferici alla Russia. Nel 2008, lo stesso anno che i carri armati russi mettevano i loro cingolati in Georgia per proteggere le enclave separatiste d’Abkhazia e Ossezia del Sud, i funzionari russi, con l’apparente pretesto di una difesa da una invasione, hanno iniziato a distribuire passaporti russi ai residenti della Crimea. Ci sono anche altri segni più specifici che sembrano dimostrare che Mosca, sei mesi prima della caduta di Yanukovich, si stava preparando per prendersi la Crimea. Vladislav Surkov, un alto consigliere di Putin, nell’autunno e inverno del 2013-14, ha più volte visitato Kiev e Simferopoli, la capitale della Crimea, in parte per promuovere la costruzione del ponte sullo stretto di Kerch, per collegare la Russia meridionale e la Crimea, mentre allo stesso tempo, squadre di polizia russa e ufficiali dei servizi segreti stavano incrementando la loro presenza a Kiev.

Nel frattempo, Vladimir Konstantinov, il presidente del parlamento di Crimea, faceva frequenti viaggi a Mosca. In una di queste visite, nel dicembre 2013, secondo il giornalista russo Mikhail Zygar, si è incontrato con Nikolai Patrushev, il segretario del Consiglio di Sicurezza della Russia e alto funzionario della sicurezza del Cremlino. Secondo il rapporto di Zygar, Patrushev è stato “piacevolmente sorpreso” a sentire da Konstantinov che la Crimea sarebbe stata pronta a “legarsi alla Russia” se Yanukovich fosse stato dimesso. Poco prima dell’intervento russo in Crimea, Konstantinov era di nuovo a Mosca per un incontro con alti funzionari.
Altre prove suggeriscono che per l’acquisizione della penisola ci fosse un apprezzamento russo di lunga data. Nel febbraio 2014, secondo il giornale Novaya Gazeta, un memo circolato nel ramo esecutivo russo ha proposto l’annessione della Crimea e altre parti dell’Ucraina orientale se Yanukovich fosse caduto. Con l’uscita di Yanukovych, il memo ha suggerito, l’Ucraina si sarebbe divisa in parti occidentali e orientali, e l’UE avrebbe inghiottito l’ovest.

Eppure, a ben guardare, la teoria che Putin aveva da lungo tempo l’idea di annettere la Crimea non regge abbastanza. Consideriamo i frequenti viaggi di Surkov nella penisola. Quello che il consigliere di Putin ha discusso con i leader locali durante queste visite è totalmente sconosciuto. Se Surkov stava preparando il terreno per l’annessione della regione, tuttavia, la successiva mossa di Putin sembra molto bizzarra: invece d’inviare Surkov a Simferopoli per sorvegliare l’intervento, Putin alla fine di febbraio lo ha estromesso dal caso: Surkov apparentemente ha trascorso la maggior parte del mese di marzo a Mosca, con tempo libero per partecipare ad una apertura di una galleria e anche per prendersi una vacanza con la moglie in Svezia. Zygar, ha suggerito che l’assegnazione di Surkov non fosse legata all’annessione della Crimea, ma che fosse unita al mantenimento del potere di Yanukovich, un compito che non è riuscito ad eseguire, con grande dispiacere di Putin. Per quanto riguarda la polizia e le squadre dei servizi segreti a Kiev, è probabile che il loro ruolo fosse quello di consigliare il personale di Yanukovich del come schiacciare le proteste antigovernative nella capitale: se invece l’operazione Crimea fosse stata pianificata, le squadre speciali sarebbero stati inviate a Sinferopoli.

In effetti, molti dettagli che in un primo momento sembrano indicare un’attenta preparazione russa all’annessione, in realtà indicano l’assenza di un qualsiasi piano. Per esempio, se Mosca fosse stata davvero intrigata per annettere la Crimea, non avrebbe discusso della costruzione del ponte sullo stretto di Kerch con i funzionari ucraini: lo avrebbe costruito. Invece, i negoziati sono durati oltre i dieci anni, e nel 2010, quando Yanukovich e Medvedev hanno deciso di costruirlo insieme, nel 2014 la Russia non era ancora riuscita nemmeno a completare lo studio di fattibilità del progetto, seppur di sua competenza.
Inoltre, che girasse meno di un mese prima dell’operazione un documento speculativo come il memo pro-annessione rivelato da Novaya Gazeta, suggerisce che Putin fino a febbraio 2014 non aveva un piano concreto. Per quale motivo Patrushev, uno dei più forti sostenitori dell’intervento in Ucraina, è rimasto “sorpreso” nel sentire che l’élite della Crimea avrebbe potuto approvare un’annessione? Se il Cremlino stava contemplando l’idea di un’occupazione, Patrushev avrebbe visto in tal senso i rapporti di intelligence durante il suo incontro con Konstantinov nel dicembre 2013.

Infatti, fino a poco prima che accadesse, sembra che Putin non s’aspettasse la caduta di Yanukovich. Se avesse sospettato l’eliminazione del suo assistito probabilmente avrebbe trovato un pretesto per rinviare l’erogazione del prestito di 3 miliardi di dollari che la Russia ha promesso al governo Yanukovich nel dicembre 2013. Come il consulente politico ed ex funzionario del Cremlino, Aleksei Chesnakov, ha riferito “non è lo stile di Putin fare tali regali”.
La prova più evidente nei confronti di un piano non coerente con un’espansione territoriale è spiegato dal modo caotico in cui si è sviluppato l’intervento. Anche se la componente militare dell’operazione è andata bene, i suoi aspetti politici a volte hanno rivelato quasi una farsesca mancanza di preparazione.
Putin in una sua dichiarazione ha sostenuto che la mattina del 23 febbraio, dopo la fuga di Yanukovich da Kiev, lui ha dato l’ordine ai suoi aiutanti di “iniziare a pensare per un ritorno della Crimea alla Russia”. In realtà, secondo la fonte vicina a Belaventsev, il comandante delle operazioni in Crimea, solo il 18 febbraio, quando la violenza è divampata tra la polizia e i manifestanti antigovernativi a Kiev, Mosca ha messo in stato d’allerta le forze speciali russe nella città portuale meridionale di Novorossiysk e nella base della Flotta del Mar Nero a Sebastopoli. Due giorni dopo, il 20 febbraio, le truppe russe hanno ricevuto l’ordine da Putin di bloccare le installazioni militari ucraine in Crimea e di prevenire lo spargimento di sangue tra i gruppi filo-russi e filo-Kiev che protestavano nella penisola; ma nessuno ha fatto nulla fino al 23 febbraio, due giorni dopo che Yanukovych ha lasciato Kiev. I primi passi, in altre parole, sembrano essere stati provvisori: Putin, se fosse stato annullato l’accordo per tenere le elezioni anticipate che Yanukovich il 21 febbraio ha firmato con i leader dell’opposizione e i ministri degli esteri dell’UE, avrebbe potuto chiamarsi fuori dalla missione.

Belaventsev è arrivato in Crimea il 22 febbraio, secondo la fonte. Belaventsev, l’aiutante di lunga data del ministro della difesa russo Sergei Shoigu, non aveva familiarità con la scena politica della Crimea, e dopo aver consultato i locali, ha convinto il primo ministro crimeano in carica, un impopolare incaricato di Yanukovich, a dimettersi. Per sostituirlo, Belaventsev ha scelto un anziano comunista, Leonid Grach, che aveva conosciuto a Mosca fin dall’epoca sovietica.
Ciò che Belaventsev non sapeva è che Grach nel corso degli anni aveva allontanato la maggior parte dei mediatori del potere della Crimea, una svista che Konstantinov, il leader del parlamento di Crimea, ha chiarito a Belaventsev dopo che aveva già offerto la posizione a Grach. Con molto imbarazzo, Belaventsev ha dovuto obbligare Grach a rescindere l’offerta del premierato solo un giorno dopo che gli era stata offerta. A capo del governo regionale, Belaventsev mise Sergej Aksënov, un pugile locale, un uomo d’affari pro-russo e noto ai locali con il soprannome malavitoso “Goblin”.

Ancora più sorprendente, nei giorni che seguirono, il Cremlino sembrava non sapere che cosa fare con la Crimea. Il 27 febbraio, il parlamento della regione ha deliberato di tenere un referendum il 25 maggio per chiedere ai residenti se convenivano che la Crimea diventasse “uno stato autosufficiente e. . . rimanesse parte dell’Ucraina sulla base dei trattati e degli accordi”, in altre parole, se pensavano che la regione dovesse avere una maggiore autonomia, ma sempre parte dell’Ucraina. Una settimana dopo l’inizio dell’operazione, Putin non aveva ancora deciso per l’annessione.
Il 1 ° marzo, il parlamento di Crimea ha anticipato il referendum dal 25 maggio al 30 marzo. Poi, il 6 marzo, i deputati hanno ulteriormente prevenuto la data di altre due settimane, riscrivendo il quesito referendario con la questione se i residenti avessero sostenuto l’unificazione della Crimea con la Russia.
Perché Putin ha sollevato la posta in gioco del referendum da una maggiore autonomia dall’Ucraina ad una annessione? Uno dei motivi è stata la pressione dei leader filo russi della Crimea, tra cui Konstantinov, che temevano di finire in uno staterello semi-riconosciuto come l’Abkhazia o l’Ossezia del Sud che, evitato sia dall’Ucraina che dall’Occidente, fosse troppo piccolo per crescere economicamente.
Ma più importante, è che Putin, avendo le forze russe schierate in tutta la penisola, si è trovato in trappola. Prelevare semplicemente, e permettere alle truppe ucraine di riprendersi la Crimea e perseguire i sostenitori pro Russia del posto, avrebbe dato l’impressione di essere intollerabilmente debole, e dopo aver tornato il controllo all’Ucraina, Kiev avrebbe potuto annullare la locazione sulla base navale di Sebastopoli. L’unico modo che alla Russia rimaneva per tirarsi fuori dalla Crimea sarebbe stato se l’Occidente avesse riconosciuto come legittimo un eventuale voto di una maggiore autonomia alla Crimea e persuaso il governo ucraino a rispettarlo. I leader occidentali, indignati dall’invasione, avevano già messo in chiaro che non avrebbero mai aderito ad una storia del genere.

Per Mosca eseguire una mera autonomia della penisola senza il supporto occidentale sarebbe stato pericoloso, dal momento che la Russia avrebbe dovuto difendere il governo filo-russo di Crimea contro ogni tentativo di Kiev d’utilizzare i 22.000 soldati ucraini di stanza sulla penisola. Se, al contrario, la Russia avesse scelto d’espellere le forze ucraine e difendere la regione contro una controffensiva, avrebbe suscitato l’ostilità dell’Occidente come se volesse prendersi il controllo del territorio a titolo definitivo. Il 4 marzo il Cremlino ha escogitato un’uscita dall’empasse con l’annessione.
Tutta questa improvvisazione rende difficile vedere l’intervento russo in Crimea come parte di un sistematico progetto espansionista. Qualsiasi imperialista competente, a metà strada avrebbe saputo quale satrapo locale nominare dopo l’invasione e se offrire ai residenti un referendum per l’autonomia o l’annessione; mentre un risoluto revanscista avrebbe fatto in modo di costruire un ponte verso il territorio di destinazione, piuttosto che sperperare dieci anni in sterili discussioni.
Questo non vuol dire che non ci sono fazioni del Cremlino con appetiti imperiali e che Putin non possa condividere tali impulsi, come è altrettanto vero che i leader russi detestano l’allargamento della NATO e sfruttano con la retorica ogni punto di raduno. Eppure tali appetiti e preoccupazioni non sono parte di un coerente piano d’invasione della Crimea. Fino a poco prima che il commando di Putin colpisse, il Cremlino era preoccupato degli eventi di Kiev.

Se la preoccupazione principale di Putin era d’avere il possesso su Sebastopoli, questa suggerisce alcuni punti importanti. In primo luogo, la svolta disastrosa degli ultimi due anni nelle relazioni tra la Russia e l’Occidente, avrebbe potuto essere evitata se i funzionari ucraini, così come i leader dell’opposizione e i loro sostenitori occidentali, avessero costantemente promesso di rispettare l’accordo di locazione della base russa fino al 2040. A dire il vero, questo accordo è stato molto impopolare in Ucraina; ma gli ucraini se avessero saputo che l’alternativa sarebbe stata la perdita della Crimea e una sanguinosa guerra del Paese a Oriente, avrebbero sicuramente optato per l’indegnità d’ospitare le forze di una potenza straniera.
Le attività successive, suggeriscono che negli ultimi anni Putin si è reso disponibile a prendere grandi rischi strategici per contrastare le minacce, apparentemente limitate, e gestire gli interessi russi. Implementando le forze speciali in Crimea, senza una pianificazione del futuro politico della regione, Putin ha dimostrato di essere, non solo un improvvisatore, ma anche un giocatore d’azzardo. Infatti, incoraggiato dagli alti indici di gradimento nazionali, Putin ha continuato a lanciare i dadi, sostenendo i separatisti filo-russi a Donetsk e Lugansk, bombardando i ribelli antigovernativi in Siria e facendo crescere un confronto con la Turchia per l’abbattimento di un aereo da guerra russo nel mese di novembre.

L’importanza di Sebastopoli nel caso dell’intervento russo in Crimea dimostra la necessità d’individuare con precisione gli asset strategici russi, capire come sono visti da Putin, e l’Occidente dovrebbe anticipare le sue mosse per evitare le crisi future. Gli stati baltici non hanno basi russe che potrebbero invitare un intervento simile. In Siria, il porto di Tartus, l’unico avamposto navale russo nel Mediterraneo è probabilmente troppo piccolo e poco attrezzato, anche se l’esercito russo potrebbe avere dei piani per espanderlo. Una maggiore minaccia potrebbe sorgere se la Turchia dovesse tentare di chiudere lo Stretto turco che collega il mar Nero e il Mediterraneo alle navi russe. In base alla Convenzione di Montreux del 1936, la Turchia ha il diritto di negare il passaggio attraverso questi stretti alle navi militari di paesi con i quali è in guerra o in pericolo di un imminente conflitto. Ankara è stata sul punto di applicare questo trattato, e ciò renderebbe molto difficile per la Russia fornire il supporto navale alle operazioni militari nel Mediterraneo e nel Medio Oriente. Sia Putin che il presidente turco Recep Tayyip Erdogan hanno bisogno d’apparire forti a livello internazionale, per cui i leader occidentali dovrebbero rendere chiaro ad Ankara che se dovessero aumentare ancora di più le tensioni russo-turche, non appoggerebbero la chiusura dello stretto.

La recente propensione di Putin per le alte scommesse, potrebbe creare ancora più difficoltà ai leader occidentali per la gestione di una politica per un coerente espansionismo. Un imperialista razionale può essere contenuto, ma una risposta adeguata a un giocatore che fa scattare decisioni sulla base di fattori a breve termine è meno chiara. In entrambe, Crimea e Siria, Putin ha cercato di sfruttare la sorpresa, e nella massima velocità ha cambiato i fatti sul terreno prima che l’Occidente potesse fermarlo. Reagendo con coraggio alle crisi, egli ne crea di nuove per il suo paese e per il mondo.

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