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19 novembre 2017

Il nostalgico Trump


Il 1980 sta ritornando e la nostalgia va ben oltre gli enormi cuscini di “Fracchia” o i capelli a larghe tese del Texas, sembra che gli Stati Uniti siano alla ricerca di un’identità perduta, mentre per il sottoscritto, considerato che in quel decennio vivevo in Lituania, c’è un ritorno alle emozioni familiari.

Sul suo sito, il conservatore Nick Adams, ha recentemente sostenuto, che il successo di Donald Trump nella corsa presidenziale, ha un indistinto “sapore anni ‘80”:“Trump è per molti versi la rinascita dell’uomo del 1980, l’uomo che è tornato per salvare l’America e riportarla alla sua grandezza, per uccidere la scorrettezza politica, far risorgere i sentimenti e i valori passati. Combattere è giusto e l’America è nel giusto. Trump, per rendere l’America ancora grande, sta svegliando dal letargo l’ultimo respiro dei pezzi grossi del 1980, da Clint Eastwood, Bruce Willis, Kirstie Alley, Jean Claude Van Damme, Gary Busey e innumerevoli altri. Sembra che tutti stiano finendo un collettivo periodo di letargo invernale per far tornare l’America di una volta: grande, come lo era nel 1980”.

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È molto difficile per me condividere i caldi sentimenti di Adams del decennio di riferimento: il mio passato è dalla parte dei perdenti, la vita dell’altra superpotenza è sempre stata squallida e il futuro sempre più torbido. All’epoca a noi piaceva molto Willis e Van Damme, e li vedevamo con cassette pirata, videocassette ufficialmente disapprovate. Molti di noi avremmo voluto essere come era l’America che ricorda Adams, eppure nessuno potrebbe oggi vincere le elezioni in Russia con la nostalgia degli anni ’80: i punti di riferimento del presidente Vladimir Putin si avvicinano di più agli anni 1960.

Mi dà un certo senso di rabbia che gli Stati Uniti – o almeno la parte repubblicana – stia cercando di rivivere una lieve rievocazione dei miei anni ‘80.
Trenta anni fa, l’Arabia Saudita è stata direttamente responsabile del nostro squallore: preoccupata dall’aumento della produzione del petrolio dell’Unione Sovietica, il regno ha deciso d’utilizzare come arma il suo basso costo d’estrazione dell’oro nero e ha mandato i prezzi sotto il pavimento. Ha funzionato: l’Unione Sovietica, che dipendeva dalla materia prima e dalla sua valuta forte, quando si è prosciugato il fiume di petrodollari, è soffocata.
I sauditi stanno ora cercando di fare qualcosa di simile – ma questa volta, gli economisti statunitensi non avranno il desiderato scenario del “ritorno al futuro” con un effetto positivo sull’economia degli Stati Uniti: la crescita sta rallentando e gli investimenti sono in calo. Una crescita dello 0,5 per cento nel primo trimestre, sembra un poco anemica, e, gli elettori americani, attraverso le linee di partito, non intravedono benefici. L’economia americana si sta muovendo peggio del previsto.
La Russia, naturalmente, è direttamente interessata dai bassi prezzi del petrolio e la sua economia è in recessione, anche se sta facendo meglio del previsto. Gli economisti e gli analisti prevedevano il prodotto interno lordo russo in discesa del 2,5 per cento nel primo trimestre, invece ha segnato un ribasso dell’1,4 per cento.

Ci sono le questioni delle prestazioni rispetto alle aspettative: vincere o perdere è, in larga misura, una questione di percezione.
Nei suoi discorsi, Trump continua a dire che l’America sta perdendo: tiene troppo lontano i suoi nemici, non riesce a legare con i suoi alleati, utilizza malamente la sua forza militare e compie assurdi accordi commerciali; i suoi sostenitori sembrano essere d’accordo.
Proviamo a parlare con un sostenitore di Putin – anche se sono per la maggioranza degli elettori russi – non si sente mai un discorso legato ad una sconfitta o ad una perdita. Per loro, la Russia sta tenendo il confronto con l’ostile Occidente: lui s’è preso la Crimea dall’Ucraina, ha rubato la scena alle potenze occidentali in Siria e, dopo un intervento relativamente a buon mercato, si è issato come una grande forza.

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La versione attuale della guerra fredda è una farsa propagandistica ben al di là di quella originale del 1980, perché un confronto militare diretto tra gli Stati Uniti e la Russia è impossibile da immaginare. Nella guerra di parole, la Russia infatti è in possesso di una sua propria strategia, e Trump raramente perde l’occasione per reggere l’autocrate russo come l’esempio di un vero leader, “molto rispettato all’interno della propria contea e oltre”, e assalire il presidente Barack Obama come se fosse un debole.
Questo potrebbe aiutare a spiegare perché i caratteri russi in “The Americans” – una serie televisiva via cavo degli agenti sovietici negli Stati Uniti nel 1980 – ispirano la simpatia del pubblico americano; ma nella Russia di oggi, uno show televisivo di agenti americani verrebbe bombardato di maldicenze; sono passati i tempi della scuola quando ci si schierava con Rambo contro un sistema che conoscevamo ed era odiato.

Questo è un fenomeno difficile da capire. Gli americani hanno poche ragioni per sentirsi oppressi o sconfitti come successe ai sovietici nel 1980. Il loro paese è il leader mondiale della scienza e l’innovazione – i settori che più contano. Allora, perché stanno ascoltando un ragazzo con una parodia e una pettinatura anni ’80 che afferma che stanno male? Siamo nel 2016, basta ascoltare “Me, Myself and I”, la canzone che sta ora dominando le classifiche e confrontarla con un brano con lo stesso titolo, che è stato un successo del 1988: si tratta di un’altra epoca, e il concetto di vincere e perdere è cambiato drasticamente, assieme all’economia globale e all’ordine mondiale. Non c’è la macchina del tempo di DeLorean che porta gli americani all’80 di Reagan, e se esistesse, li porterebbe altrove. È tempo di andare avanti, non tornare indietro.

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