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19 novembre 2017

La Russia alla ricerca di nuove opportunità


Nel corso degli ultimi anni, ogni volta che Mosca si è trovata in difficoltà con l’Occidente, ha tipicamente cercato di mostrare interesse per legami nella regione Asia-Pacifico. Nell’ultimo paio di settimane, dopo l’infruttuosa riunione del Consiglio NATO-Russia, sono seguite diverse intercettazioni e rischiosi attacchi aerei da parte di finti combattenti russi sul Mar Baltico. Il ministro degli esteri Sergei Lavrov, ha trovato opportuno etichettare la Lituania lo stato più “russofobico” e mettere in guardia la Svezia contro l’adesione all’Organizzazione del Trattato Nord Atlantico (NATO), anche se la sua promessa di contromisure “tecnico-militari” non è andata oltre il Nord Europa. Per Lavrov, è stato più facile comunicare con il ministro degli esteri cinese Wang Yi, e spianare la strada alla visita del presidente Vladimir Putin in Cina nel mese di giugno. Lavrov, ha anche segnato punti diplomatici garantendosi la visita per l’8 maggio del primo ministro giapponese Shinzo Abe, a Sochi.

Il ministero degli affari esteri russo presenta quest’incontro come una vittoria contro le obiezioni americane, ma Abe e Putin potrebbero avere, nel loro prossimo tête-à-tête, diverse aspettative. Le autorità giapponesi danno per scontato che la profonda crisi economica russa costringerà Putin ad essere più flessibile nella controversia di stallo sulle isole Kurili del Sud, costringendolo a contrattare per un compromesso; a Mosca, invece, l’ipotesi prevalente, è che Tokyo, sia così preoccupato dell’aggravarsi della partnership strategica tra la Russia e la Cina, che sia pronto a mollare le eterne divergenze sulle isole e che decida d’ammorbidire il regime di sanzioni. Il fatto della questione è, tuttavia, che le imprese giapponesi trovano il clima degli investimenti in Russia poco attraente, anche nel settore energetico, così da rendere queste aziende poco contrarie alle sanzioni. Che preoccupa il Giappone invece, sono la serie di test missilistici eseguiti dalla Corea del Nord; ma la Russia a quanto pare, oltre che esprimere disapprovazione per un tale imprudente comportamento, non vede alcun bisogno di fare qualcosa al riguardo, nonostante l’evidente rischio per la vicina Vladivostok.

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Lavrov è impaziente di condannare, insieme a Wang, i piani americani per piazzare nella Corea del Sud nuovi elementi del sistema di difesa missilistica Terminal High Altitude Area Defense (THAAD), sostenendo che tali azioni sono più destabilizzanti per la sicurezza regionale del cattivo comportamento della Corea del Nord. Rivolgendosi ad un incontro a Pechino, dei 26 ministri degli esteri Asia-Pacifico, il diplomatico russo è stato felice d’elaborare un suo tema che carica gli Stati Uniti delle responsabilità per l’escalation dei conflitti globali e la diffusione della minaccia terroristica internazionale, e s’aspettava di trovare un perfetto accordo con il suo pubblico cinese, eppure, la retorica russa sulla crescita costante delle tensioni nel mondo “multipolare”, e sulla crescente probabilità di scontri tra i principali “poli”, tende a superare il livello di bellicosità cinese: Pechino preferisce sottolineare una nuova stabilità sostenuta dalla sua “ascesa pacifica”, e cerca di minimizzare le conseguenze degli eventuali micro-scontri rapportandoli alle più importanti relazioni economiche della Cina con gli Stati Uniti.
Alcuni esperti russi sostengono che l’anti-americanismo sia un povero fondamento su cui costruire un rapporto d’amicizia con la Cina; tuttavia, i problemi delle relazioni russo-cinesi sono più profondi e mancano solo del tono della retorica aggressiva. Gazprom insiste sul fatto che il contratto di gas dei 400 miliardi firmato nel maggio 2014, è sulla buona strada, anche se è chiaro che ai prezzi correnti, l’accordo non è solo tre volte meno economico, ma è anche negativo nel rapporto costo-efficienza. Inoltre, il piano per compensare il profondo declino del commercio bilaterale ed espandere le esportazioni di armi russe in Cina, è stato colpito dai ritardi burocratici: non sono stati finalizzati né il contratto sui moderni Su-35S, né il contratto sul sistema missilistico terra aria S-400. Pechino esita sui tentativi di Mosca di convincere l’Arabia Saudita e gli altri esportatori del Golfo a “congelare” la produzione di petrolio, in modo da garantire un aumento dei prezzi; mentre questi tentativi sono destinati a fallire perché l’Iran non è disposto a ridurre i suoi piani d’espansione nei mercati mondiali del petrolio. Come tale, la Cina è diventata consapevole che i suoi interessi in Medio Oriente, sono in forte disaccordo con gli interessi della Russia.

Putin la scorsa settimana, quando ha partecipato al primo lancio di un razzo spaziale Soyuz dal nuovo cosmodromo di Vostochny, ha cercato di mettere una rotazione positiva nel “perno” russo verso l’Oriente. Però lì, ha dovuto fermarsi tutta la notte, perché il lancio è stato posticipato di un giorno. Questa battuta d’arresto ha rivelato i tanti problemi con la costruzione di questo vasto (550 chilometri quadrati) centro spaziale che invece di premi, ha pubblicato reprimende per il vice primo ministro Dmitry Rogozin e altri alti funzionari. Questo progetto domestico che è stato assediato da innumerevoli problemi e dal superamento dei costi preventivati, rimane a metà compiuto ed è mal collegato alle infrastrutture regionali. Infatti, con il livello attuale dei petro-ricavi, e considerando il livello di corruzione inerente al sistema di governo di Putin, la Russia non può permettersi tali mega-progetti, né può avere successo nel portare avanti un ​​programma di Stato per lo sviluppo dell’oriente russo.

Lo Stato russo è il povero manager dell’economia depressa e pesantemente militarizzato di questa regione, ciò rende Mosca, con la sua forte dipendenza politica dagli strumenti militari, un attore carente nei processi multilaterali Asia-Pacifico. Putin male si connette con le reti dei leader regionali che hanno messo un premio elevato sulla crescita economica, e la sua propensione per la sorpresa, proietta ciò che lui guadagna in un nulla, rispetto anche alla Cina: il declino economico risultante è troppo evidente. Il paradosso d’essere il “perno” asiatico è sminuito dal confronto con l’Occidente, annettendo la Crimea e con la guerra nel Donbas, Putin ha stabilito che il futuro russo verrà deciso dal conflitto con l’Ucraina, e non c’è scampo da questa fatale catastrofe geopolitica.

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