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19 novembre 2017

Il Karabakh minaccia d’incendiare tutta la regione


Il confronto azero-armeno sul territorio separatista del Karabakh appartenente all’Azerbaigian, è stato latente per anni; ma poco tempo fa, il cessate il fuoco del 1994 si è smembrato, sono stati uccisi soldati su entrambi i lati e tutti i tentativi per trovare una soluzione politica al conflitto sono finiti in un vicolo cieco. La motivazione è che ci sono sempre questioni più importanti del Grande Medio Oriente, ci sono i confronti nell’Asia orientale, in Ucraina, Balcani, paesi baltici, la vicina Georgia e la Russia; ma il mese scorso, il 2 aprile, la situazione di stallo del Karabakh è improvvisamente esplosa: le schermaglie lungo la linea del conflitto (LOC) si sono trasformate in battaglie su vasta scala, le forze azere sono andate all’offensiva, mentre, respingendo con successo i contrattacchi armeni, si sono prese un certo numero di posizioni nella prima linea armena. Il 5 aprile, la cosiddetta “guerra dei quattro giorni”, che per ambedue le parti era essenzialmente un qualcosa in più, ha trovato una pacificazione, anche se continuano le scaramucce lungo il LOC.

Pochi giorni fa, il Karabakh è di nuovo tornato alla ribalta quando la comunità internazionale ha iniziato a percepire che Mosca, potrebbe utilizzare la sua notevole influenza su Erevan e Baku per costringere le parti al tavolo dei negoziati e ritagliarsi uno spazio importante nella regione. Il ministro degli esteri russo, Sergei Lavrov ha viaggiato nelle due capitali regionali con nuove proposte di pace in nome dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione d’Europa (OSCE) e del Gruppo di Minsk (co-presieduto da Russia, Francia e Stati Uniti); tuttavia, non è riuscito a fare in modo che iniziassero dei seri negoziati. Secondo fonti di Mosca, l’Azerbaigian è ansioso di trovare un modo di discussione, pensando che i successi tattici della “guerra dei quattro giorni” gli possano aver dato un forte vantaggio negoziale; gli armeni, a quanto pare, per la stessa ragione hanno rifiutato di aderire agli incontri. Entrambe le parti restano sul piede di guerra. Il presidente armeno Serzh Sargsyan ha riferito che gli dispiace che la mossa politica di Mosca sia andata a vuoto, ma ha anche rifiutato l’ingresso dei peacekeeper russi nel Karabakh.

L’Armenia è un vecchio alleato russo, un membro dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO) e dell’Unione economica eurasiatica, ambedue dirette dai russi; ma con la Georgia, Azerbaigian e Armenia fa anche parte degli interessi di Mosca nel Caucaso meridionale: Mosca apparentemente vuole dominare tutta l’intera regione, fino a toccare l’ex confine sovietico con la Turchia e l’Iran. Alla Russia prendere posizione nel confronto del Karabakh non serve letteralmente a nulla. La Russia ha venduto grandi quantità di armi pesanti all’Azerbaigian e ne ha fornite anche all’Armenia, seppur in minore quantità e meno avanzate tecnologicamente. Nel febbraio scorso, la Russia ha dato all’Armenia un credito di 200 milioni di dollari per acquistare nuove armi, tra cui i sistemi lanciarazzi multipli a lungo raggio “Smerch” (LMR), i lanciafiamme pesanti TOS-1A “Sunburn” e altre armi. L’Azerbaigian, sta utilizzando la sua ricchezza petrolifera e si è procurato delle nuove armi russe per 4 miliardi di dollari, tra cui il nuovo S-300PMU2 e i missili antiaerei TOR-M2, centinaia di carri armati T-90C, “Smerch” e i sistemi TOS-1A , elicotteri d’attacco e da trasporto, così come altri elementi. L’Armenia è in possesso anche di un missile S-300 CV, non digitale, un pezzo d’antiquariato della guerra fredda, concessole amichevolmente dalla Russia.

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Sia Baku che Erevan hanno protestato per la vendita delle armi russe all’una e all’altra parte, ma con scarso successo. Dopo gli scontri di inizio aprile, i funzionari e il pubblico armeno hanno chiesto alla Russia d’interrompere la fornitura di armi all’Azerbaijan, in quanto venivano usati contro i soldati armeni; ma il primo ministro Dmitry Medvedev, ha annunciato che la Russia continuerà a vendere le armi a entrambe le parti: “Se non lo facciamo noi, lo farebbero degli altri, peggiorando le cose e potrebbero distruggere l’attuale equilibrio regionale”.
Nella “guerra dei quattro giorni” le forze armene nel Karabakh hanno perso del territorio e ufficialmente hanno dichiarato che sono morti 92 militari. Le armi pesanti azere hanno devastato le fortificazioni delle prime linee armene.

L’offensiva azera del 2 aprile sembra che sia stata innescata dalla necessità di una vittoria tattica e di un aumento del patriottismo in una popolazione gravemente colpita dalla caduta dei prezzi del petrolio e del gas naturale: entrambi gli obiettivi sono stati raggiunti, ma a Baku sembra alta la tentazione di continuare a premere sul suo apparente vantaggio militare. In preparazione alla guerra, l’Azerbaigian ha strettamente cooperato con Israele per modernizzare il suo esercito, acquisendo droni di ricognizione e d’attacco, così come missili a medio e lungo raggio (150 km) con funzionalità GPS. L’Azerbaigian, dal punto di vista tecnologico supera considerevolmente l’Armenia, la quale è armata di mezzi sovietici per lo più molto pesanti del 1980. Durante la “guerra dei quattro giorni”, le forze dell’Azerbaigian hanno fatto uso di molti colpi di alta precisione umiliando spesso gli avversari.

Per sopravvivere politicamente, Sargsyan non può mostrare alcuna debolezza, non può negoziare con concessioni e deve, per contrastare i successi azeri, ben presto segnare una qualche vittoria (militare o politica). Questa settimana, il governo armeno ha approvato e inviato al parlamento una risoluzione che riconosce l’autoproclamata indipendenza del Nagorno Karabakh, una mossa che avrebbe potuto innescare una guerra regionale. In seguito le autorità armene hanno apparentemente fatto marcia indietro, hanno annunciato che la decisione sull’indipendenza era stata rinviata e che sarebbe stata resa esecutiva solo se dovessero riprendere i combattimenti.

Mentre i negoziati sono ad un punto morto e l’influenza dei poteri esterni è limitata, la tentazione d’usare la forza sembra dominare entrambe le parti: il proclamato tentativo di Mosca di bilanciare Baku e Yerevan sta vacillando e non si vede nessun risultato positivo. C’è in bilico una guerra regionale totale, la quale potrebbe trascinare nel vortice sia la Russia che la Turchia, che sono già ai ferri corti in Siria. Nel frattempo, sia Mosca che Washington sono già profondamente coinvolti in numerosi conflitti acuti in tutto il mondo. Così, la capacità di Lavrov e il suo omologo statunitense, John Kerry, di gestire in modo efficace tutto gli scontri che si presentano, può essere semplicemente tesa ancora di più.

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