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26 settembre 2017

Le sanzioni UE contro la Russia


L’annullamento delle sanzioni UE nei confronti della Russia dopo la data di scadenza del luglio 2016, è stato di recente raccolto di slancio in tutta l’Europa occidentale. Il 28 aprile, il parlamento francese ha approvato una risoluzione non vincolante, che caldeggia l’eliminazione dei limiti commerciali dell’UE e le altre restrizioni sulla Russia. Il nocciolo – che le sanzioni siano inefficaci e pericolose per gli interessi economici della Francia – è stato portato avanti dal deputato conservatore Thierry Mariani, che è riuscito a prendersi il sostegno della maggioranza. A dire il vero, solo 101 dei 577 deputati dell’Assemblea nazionale, hanno votato la delibera, gli altri erano assenti, ma in ogni caso i parlamentari l’hanno passata.

Nel corso degli ultimi mesi, numerose avvisaglie simili sono state avvertite in altri paesi dell’UE: a Berlino la comunità imprenditoriale tedesca, la maggior parte di sinistra, continua a protestare fermamente contro un prolungamento delle sanzioni dell’UE; lo fa a dispetto della manifesta non conformità russa agli accordi di Minsk e alla nuova aggressività di Mosca in Siria che porta sempre più rifugiati in Germania.
Nella maggior parte dei casi, la giustificazione di mantenere le sanzioni contro Mosca deriva da calcoli economici sia dell’Occidente che della Russia; ma in concreto quanto le sanzioni incidono sulle imprese europee e sull’economia russa? Un sobrio controllo dei fattori in gioco rivela che le sanzioni dell’Unione europea hanno avuto solo un effetto secondario sulla Russia, con conseguenze relativamente minori per gli Stati occidentali.

Eppure, gli scambi commerciali dell’UE e gli investimenti in Russia sono caduti in modo sostanziale, come mai? Il malessere economico russo è iniziato prima dell’invasione dell’Ucraina, e ha avuto più a che fare con il simultaneo crollo dei prezzi del petrolio che con le politiche di Bruxelles. Il problema principale è che l’economia e lo stato russo sono rimasti dipendenti dal commercio delle materie prime e continuano ad essere afflitti da problemi strutturali.
Come tanti altri, l’economista politico russo Vladislav Inozemtsev, ha dimostrato che l’economia russa, da quando il presidente Boris Eltsin si è dimesso il 31 dicembre 1999, è diventata sempre più dipendente dalle esportazioni delle materie prime, tra cui principalmente il petrolio. Nei primi anni del nuovo secolo, la Russia ha beneficiato di condizioni favorevoli senza apportare miglioramenti alla sua legislazione economica e lasciando il dominio all’entourage del presidente russo Vladimir Putin; tuttavia, i difetti strutturali post sovietici dell’industria russa, come la diffusa corruzione e la sproporzionata proprietà statale, sono ora diventate più salienti. Per molti anni, le crescenti patologie economiche russe sono state coperte dagli enormi flussi di petrodollari che affluivano nel bilancio economico dello stato; eppure, la crisi finanziaria globale e il recente calo del prezzo del petrolio hanno rivelato i suoi profondi problemi strutturali.

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Sullo sfondo di tali difetti nazionali fondamentali, le sanzioni occidentali hanno semplicemente aggravato le conseguenze di gran lunga più conseguenti al crollo del prezzo del petrolio, come chiarisce un recente studio condotto da ricercatori di Berlino e pubblicato sul Journal of Comparative Economics. A dire il vero, hanno colpito la popolazione e hanno fatto più danni al consumo russo proprio le contro-sanzioni di Putin sulle merci europee, che le restrizioni commerciali e di credito dell’Occidente.
Allo stesso modo, sul lato europeo, il declino del commercio UE-Russia era in fase calante ben prima che i primi manifestanti apparissero sulla Piazza dell’Indipendenza a Kiev. Le relazioni commerciali UE-Russia non sono mai state lisce, come le imprese tedesche o i parlamentari francesi vogliono fare credere ai loro pubblici. Mentre dopo la crisi finanziaria globale, il commercio era di nuovo in ripresa, seppur dominato solo da pochi beni, nel 2014, con i prezzi del petrolio che hanno iniziato a cadere, il reddito di Mosca a diminuire e la conseguente caduta del rublo, la richiesta di merci europee è iniziata a scendere: costavano troppo.

Anche se tutte le sanzioni venissero revocate domani, il rublo e le tasche russe non aumenterebbero di molto. L’indebolito mercato russo non sarebbe in grado d’assorbire i molto relativamente costosi beni tedeschi o altri prodotti dei paesi ad alto reddito. Come destinazione di investimenti diretti occidentali, la Russia può essere diventata più attraente, in termini puramente economici, così come la sua forza lavoro ora è più conveniente rispetto alla prima diapositiva del rublo; ma finché il futuro delle relazioni politiche del Cremlino con l’Occidente rimane poco chiaro, i pochi investitori occidentali non metteranno molto denaro nell’industria russa o nell’agricoltura.
L’UE è arrivata alla conclusione che dopo la crisi finanziaria globale, si sono aperti nuovi mercati alternativi e si sono trovate nuove forme di investimento estero, tanto che il parlamento europeo ha preso atto che il settore europeo più colpito dalle sanzioni, l’agricoltura e la trasformazione dei prodotti agricoli, si è incrementato grazie all’espansione del suo commercio altrove.

Mentre alcuni gruppi di interesse filo-russi nell’UE rimangono vocali, un’ampia serie di altre imprese industriali europee, orientate precedentemente verso la Russia, si sono ri-orientate, perché diffidano della leadership sempre più irregolare del Cremlino. Il senso di dipendenza russo che l’Europa si sentiva addosso, s’è dissipato.
Come ha fatto notare Inozemtsev, il commercio estero della Russia con i suoi ex “partner di modernizzazione” in Occidente non solo è fortemente diminuito; ma è anche drasticamente calato il suo commercio con i suoi nuovi alleati ufficiali all’interno dell’Unione eurasiatica economica (EEU). Mentre le importazioni russe dall’UE sono diminuite di quasi il 41 per cento nel 2015, sono contemporaneamente diminuite del 36 per cento quelle dall’EEU.
Una storia simile vale per la tanto celebrata alternativa all’UE del Cremlino con il suo nuovo partner strategico globale: Pechino. Il commercio russo con la Cina è stato, non solo retoricamente, ma anche praticamente promosso dal Cremlino dopo la perdita di connettività con l’Occidente nel 2014; tuttavia, le esportazioni cinesi verso la Russia sono diminuite del 34 per cento nel 2015.

L’attuale declino economico russo è dovuto ai suoi profondi difetti strutturali e all’eccessiva dipendenza dai proventi delle esportazioni di petrolio, non dalle sanzioni occidentali. Tuttavia, l’Unione europea, se toglie le sanzioni, perderà gran parte della sua credibilità senza alcun sostanziale miglioramento della situazione del Donbas. Ci potrà essere solo un guadagno dal punto di vista economico, a patto che Mosca riesca a fare delle riforme economiche fondamentali in casa e migliori notevolmente le relazioni politiche con l’Occidente.
Inoltre, non si deve sottovalutare la volontà di Washington di compensare la perdite dovute alla pressione europea sul Cremlino: se questa estate, l’UE unanimemente agirà insieme per prolungare le sanzioni, gli Stati Uniti e il Canada possono decidere di stringere il loro regime di sanzioni in modo da compensare il declino delle restrizioni commerciali europee. Le comunità d’affari in Europa e le élite politiche dovrebbero pensarci due volte prima di spingere l’Unione europea a togliere le sanzioni senza progressi russi nel rispettare gli obblighi degli accordi di Minsk.

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About Bedris,

Lituano di nascita, culturalmente cresciuto in Lituania, Italia e America. Dopo un lungo periodo di professione forense, ho deciso di dedicarmi al giornalismo. La nuova professione la intendo libera da paletti idelogici, essenziale e aperta a condividere le conoscenze con chi legge. Collaboro con alcune testate e scrivo su un mio blog.

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