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19 novembre 2017

L’accordo commerciale UE-Ucraina dopo quattro mesi


L’accordo di libero scambio ucraino con l’Unione europea (DFTCA), è stato così controverso da causargli la rottura dei rapporti con la Russia, che si opponeva a legami più stretti con l’Europa. Dopo diversi mesi che è entrato in vigore sembra che dell’affare ne stia beneficiando più l’UE di quanto il contratto non stia aiutando l’Ucraina. Ciò non significa che non sia stato giusto farlo, ma suggerisce che, se Kiev dal libero scambio vuole raccogliere dei benefici a lungo termine, deve fare dei cambiamenti.

L’Europa e l’Ucraina hanno iniziato la negoziazione dell’accordo d’associazione nel 2008, e per arrivare alla sua forma più o meno definitiva sono arrivate al 2012. Un anno dopo, il presidente Viktor Yanukovich, sotto pressione di Mosca, s’è rifiutato di firmarlo: il presidente russo Vladimir Putin voleva che l’Ucraina aderisse ad un suo progetto, l’Unione economica eurasiatica. La decisione di Yanukovich ha dato luogo alle proteste di massa a Kiev, e tre mesi dopo, il presidente è stato costretto a fuggire dal paese.
Il nuovo governo pro-europeo si è affrettato a firmare l’accordo, che impegna l’Ucraina ad adeguare le sue leggi e i regolamenti in linea con il quadro UE, e abbassa o elimina la maggior parte delle tariffe tra le due parti.

La parte commerciale della trattativa è entrata in vigore nel gennaio 2016, e i primi dati sulla sua attuazione non sono molto incoraggianti per l’Ucraina. Secondo l’agenzia di statistica del governo ucraino, nei primi due mesi del 2016, il volume delle merci scambiate con l’UE è leggermente diminuito, con le esportazioni che sono minori delle importazioni. Valutando questi dati in volume, si può notare che l’aumento medio stabilito di anno in anno delle esportazioni verso i paesi dell’UE ha raggiunto il 2,1 per cento nei mesi di gennaio e febbraio; ma l’aumento medio ponderato delle importazioni è stato del 10,4 per cento.
In altre parole, oltre che ad irritare la Russia, che ha messo le barriere commerciali con l’Ucraina in risposta alla trattativa UE causando il crollo sia delle esportazioni che delle importazioni, l’accordo sta dando alla bilancia commerciale dell’Ucraina un contributo netto negativo – notizie non particolarmente benvenute per un paese le cui riserve internazionali sono a 13,2 miliardi di dollari e coprono meno di tre mesi di importazioni.

Preso al valore nominale, come un accordo su tariffe doganali e quote, l’accordo Ucraina-UE è inclinato a favore delle imprese europee. L’UE, sulle merci che l’Ucraina voleva maggiormente esportare, ha imposto delle piccole quote annuali: il 1 ° aprile, alcuni dei prodotti sottoposti alle quote dell’anno in corso – il miele, lo zucchero, mais, uva, succo di mela e alcuni cereali – sono già state esaurite. La quota per l’etanolo è stata tutta utilizzata. Il 1 ° maggio, la quota per l’avena è arrivata a saturazione, mentre le esportazioni del frumento e dell’orzo si stanno avvicinando ai limiti annuali stabiliti.

L’Ucraina, oltre i prodotti agricoli, esporta metalli. In nuovo accordo commerciale però, non ha cambiato le regole delle transazioni, che erano state stabilite con l’Ucraina quando ha aderito all’Organizzazione mondiale del commercio nel 2008. I prezzi dell’acciaio sono bruscamente saliti all’inizio dell’anno, causando un inaspettato apprezzamento della gryvnia ucraina nei confronti del dollaro; nel mese di aprile, il piccolo aumento dovrebbe aver migliorato la bilancia commerciale del paese, anche se i numeri non sono ancora usciti – ma dobbiamo tenere presente che dalla fine di aprile i prezzi dell’acciaio sono scesi a livelli di quelli alla fine marzo. Le statistiche per la seconda metà dell’anno, siccome le quote agricole saranno finite e non ci sarà più nulla che possa controbilanciare il calo delle esportazioni, mostreranno gioco forza un’espansione del deficit commerciale dell’Ucraina con l’Europa.

Le condizioni degli accordi commerciali dell’UE con i paesi meno sviluppati spesso favoriscono l’Europa. L’unione doganale con la Turchia del 1995, per esempio, non fornisce alle imprese turche una parità di accesso ad alcuni mercati con cui l’UE ha negoziato accordi di libero scambio e non dà alla Turchia alcun controllo sulle offerte. Venti anni dopo che l’affare è stato messo in piedi, la Turchia si trova con un’enorme bilancia commerciale negativa con l’Europa. Tale effetto tuttavia, viene mitigato dall’enorme flusso di investimenti europei in Turchia: nel 2014, per esempio, si sono attestati a 64,9 miliardi di euro, mentre gli investimenti turchi nell’UE hanno raggiunto solo gli 8,3 miliardi di euro. Questa asimmetria ha aiutato la Turchia a creare posti di lavoro e a sviluppare competenze critiche nei suoi settori di esportazione nei mercati al di fuori dell’Europa.
I burocrati europei hanno già detto agli ucraini di non aspettarsi immediati benefici dall’affare associazione. Il più pessimista, Nicholas Burge, il capo della sezione commercio della delegazione della Commissione europea in Ucraina, parla di miglioramenti tra i cinque e i 10 anni. Quelli più ottimisti, come il capo della delegazione Jan Tombinski, ha ridotto i termini dai due ai quattro anni; ma in entrambi i casi, è necessario tempo per le imprese europee per scoprire l’Ucraina – a questo punto soprattutto come fonte di costi bassi e con lavoratori ben addestrati – e iniziare ad operare lì.

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L’Ucraina, tuttavia, è tutt’altro che pronta a riceverli. A parte la presenza destabilizzante dei ribelli russi nell’est del paese – qualcosa che non finirà, anche se si dovessero bloccare i combattimenti e si tenessero le elezioni locali – i maggiori ostacoli sono l’enorme corruzione e un clima aziendale che rende difficile realizzare un profitto seguendo tutte le regole.
Il presidente Petro Poroshenko ha annullato un viaggio ad un forum contro la corruzione a Londra, organizzato dal primo ministro David Cameron, apparentemente a causa di problemi legati ad alcune leggi in parlamento. Eppure, il discorso che gira per le strade di Kiev, è che lui si vergogni d’andare al meeting a causa delle nuove rivelazioni sulle sue attività offshore nei cosiddetti “Panama Papers”.

Mentre non c’è alcuna prova che Poroshenko possa aver fatto qualcosa d’illegale, i documenti mettono a nudo la rete clientelare che governa il paese, e, la decisione delle élite ucraine di parcheggiare i soldi e fare affari al di fuori dell’Ucraina parla di problemi più grandi: tasse alte, regolamenti irragionevoli e insicuri diritti di proprietà. Non c’è da stupirsi che Cipro – un tradizionale paradiso fiscale – sia responsabile del 27 per cento degli investimenti diretti esteri ucraini; o le Isole Vergini Britanniche – dove Poroshenko ha creato una struttura per riuscire a vendere il suo business dolciario – hanno “investito” quasi quanto l’economia ucraina investe in Inghilterra e più che in Francia. Questo investimento non è in realtà estero – si tratta principalmente di oligarchi locali, tra cui Poroshenko!
L’Ucraina può beneficiare dal suo accordo con l’UE solo se elabora e fa rispettare regole trasparenti e ragionevoli per gli investitori europei, in caso contrario, l’accordo sarà semplicemente un peso sulla bilancia commerciale, che le impedirà di fare affari con la Russia e favorirà gli esportatori europei rispetto a quelli ucraini.

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