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19 novembre 2017

L’Eurovision annacqua la politica


L’Ucraina non sembra in grado di vincere contro i ribelli, le forze russe e la corruzione interna, ma in modo spettacolare ha battuto la Russia all’Eurovision Song Contest. I sapientoni hanno amplificato il messaggio, solo che i russi e gli stessi elettori ucraini non sono sembrati disposti ad accettare la guerra delle propagande.
I tempi in cui l’Eurovision selezionava future stelle musicali, come gli ABBA, Celine Dion e France Gall, sembrano andati, oggi i vincitori sono delle meteore: scalano le classifiche nell’anno del trionfo per poi solitamente sparire. Eppure, da quando le nazioni ex sovietiche hanno iniziato a prenderne parte, sembra che, con simpatie e risentimenti sia cresciuta di valore la questione politica.

Quest’anno, l’Eurovision si è superata: il concorso ha delle regole contro il contenuto politico, e nel 2009, il suo organo di governo ha squalificato la Georgia con la sua canzone “We don’t Wanna Put In”, per un suo velato riferimento a Vladimir Putin; ma nel mese di marzo, gli organizzatori hanno accettato la canzone ucraina di Susana Jamaladinova, alias Jamala, “1944”.
La prima strofa della canzone parla della forzata deportazione di Stalin dei tartari di Crimea nel 1944 : “Quando gli stranieri sono in arrivo/ Arrivano a casa tua, uccidono tutti / e dicono / Non siamo colpevoli / non colpevole…” Si tratta di un testo politico?
Nel 2014, quando il concorso è andato in onda due mesi dopo l’annessione russa della Crimea, Anastasia e Maria Tolmachevy, le sorelle gemelle che rappresentavano la Russia sono salite sul palco per cantare, il pubblico di Copenhagen le ha fischiate. Sia la Russia che l’Ucraina si sono qualificate per le finali, ma l’Eurovisione è improvvisamente diventata un riflesso degli affari geopolitici.

ukraineeurovision

Quindi non c’è alcun dubbio, nella mente degli ucraini o dei russi, sul motivo per il quale Jamala, figlia di un padre tartaro della Crimea e di una madre armena, ha deciso di portare questa particolare canzone al concorso europeo di quest’anno. Quando l’Ucraina ha scelto come sua rappresentante al concorso 2016, Ruslana, una cantante politicamente attiva che ha vinto il concorso Eurovision per l’Ucraina nel 2004, la quale ha sostenuto che la canzone incanalasse il “dolore della possibile perdita della Crimea”, un top deputato russo ha pubblicamente espresso la speranza che la canzone fosse squalificata.
Il partecipante russo, Sergei Lazarev, che era il favorito dai bookmakers, ha cantato una ballata d’amore e di separazione; ma anche lui ha qualcosa da dividere con l’annessione della Crimea. Nel 2014, una TV ucraina gli ha chiesto se egli considerasse russa la Crimea, lui con forza, ha risposto che la considera ucraina e che non percepiva la stessa euforia della maggior parte dei russi per il “ritorno” della penisola. Più tardi, Lazarev ha sostenuto che le sue osservazioni fossero state prese fuori dal contesto e ora, sostiene che c’è d’abituarsi al nuovo status.

La politica e la musica spesso si mescolano, gli inni nazionali s’affidano ad una spinta emotiva sorretta da una buona sintonia, le musiche di Verdi o di Bob Dylan, le canzoni e la musica hanno sempre ispirato le rivolte nel corso della storia, in tutto il mondo.
Nella ex Unione Sovietica, dove il vecchio sistema comunista ha cercato di deformare ogni forma di cultura per adattarla all’interno della sua camicia di forza ideologica, la protesta viene spesso espressa tramite il canto. Le canzoni hanno dato esternazione alla resistenza contro la dittatura. Nell’epoca di Breznev e prima ancora, gli artisti come Vladimir Vysotsky e Bulat Okudzhava erano simboli popolari del pensiero indipendente, le loro canzoni non erano apertamente politiche, ma le loro parole erano facilmente comprensibili come denuncia contro l’oppressione.

Con questo retroscena sovietico in mente, cominciano ad avere un senso le passioni politiche ispirate in Ucraina e in Russia dall’Eurofestival di quest’anno: per gli ucraini e i tatari della Crimea allo stesso modo, questo premio potrebbe essere interpretato solo come un simbolo della solidarietà europea con un paese che, a fronte dell’aggressione russa, ha perso il controllo di aree del suo territorio; la guerra in Ucraina orientale ha causato oltre 9.300 morti; gli Stati membri dell’UE il mese prossimo dovranno decidere se prolungare le sanzioni contro la Russia; il controverso presidente ucraino Petro Poroshenko ha salutato il risultato, mentre i funzionari russi hanno gridato allo scandalo, sostenendo che gli atteggiamenti politici hanno prevalso sulla concorrenza leale; ci sono state minacce di boicottaggio russo per il prossimo anno, quando, come vincitore, l’Ucraina ospiterà il prossimo concorso: è tutto parte di uno spettacolo che nella sua essenza cerca di unire il mondo per far capire i suoi valori fondamentali.

Non è una novità per il voto Eurovision avere sfumature politiche. Le giurie e il pubblico spesso preferiscono i cantanti sulla base della nazionalità non tanto sul talento; ma alla fine, una vittoria è una vittoria, e se questa ha una dimensione politica, allora è la benvenuta. Ha portato l’attenzione globale sulla tragedia storica dei Tartari di Crimea, la cui deportazione di massa nel 1944, è stato uno dei grandi crimini dell’era di Stalin, un’atrocità che la leadership politica russa di oggi vorrebbe dimenticare. Le canzoni parlano di emozioni e di memoria: Jamala si trova nella lunga tradizione della musica che parla di protesta e di libertà, proprio una Euro-visione.

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Una Risposta “L’Eurovision annacqua la politica”

  1. 18 maggio 2016 a 7:31

    Ci vediamo il prossimo anno a Lviv , viva Ucraina !!!

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