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26 settembre 2017

Ne vale la pena?


Quasi ogni giorno il portavoce militare ucraino annuncia nel Donbas la morte di soldati: un giorno due, un altro tre, dopo due giorni quattro, uno, sette feriti e così via. Queste sono solo delle giovani vite spente, ma per che cosa?
Per l’enclave del Donbas occupata dai russi? Ma fatemi un piacere! Cosa rappresenta? Un nulla, si forse è quello che rappresenta: niente.

Posso capire, almeno intellettualmente, di morire per la propria famiglia, per gli amici, per il proprio paese, città o una comunità, per la democrazia o la pace della propria nazione; ma morire per un pezzo di terra scadente popolata da 3 milioni di abitanti, la stragrande maggioranza dei quali odia l’Ucraina e tutto ciò che essa rappresenta, ma ha senso?
La maggior parte dei politici e la maggioranza degli ucraini sembrano determinati a riconquistare il territorio del Donbas occupato dalle truppe e dalle deleghe di Vladimir Putin; e allo stesso tempo, sembrano essere altrettanto determinati a condurre una vita normale, come se la guerra non esistesse, o se stessero per sostenere una guerra per guadagnarsi un pezzo di terra lontano.

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Come i ristoranti e le caffetterie ucraine sono in fermento con i clienti, così i politici litigano su irrilevanti minuzie, gli ucraini si lamentano dello scarso valore della grivna, i soldati del fatto che stanno morendo al fronte, o, se fortunati, che perdono le gambe; ma per cosa? Tutto per i 35.000 teppisti dell’esercito delegato di Putin? Per delle industrie ripartite e miniere di carbone in bancarotta? Per delle città devastate e in rovina? O forse stanno combattendo e morendo per l’Ucraina? Per l’Europa? Per la democrazia? Per i diritti umani?
L’ironia suprema è che l‘Ucraina può solo sopravvivere senza l’occupato Donbas: all’Europa non gliene frega nulla del Donbas; la democrazia ucraina e l’impegno per i diritti umani possono prosperare solo se gli occupanti reazionari di quella putinizzata regione sono tenuti a debita distanza. La triste verità è che questi poveri giovani vengono sacrificati per niente.

A Kiev i politici dovrebbero porsi due domande.
Siamo disposti a buttare via dalle 5 alle 8 vite umane a settimana per ogni settimana per i prossimi venti anni, o anche più a lungo? Siamo disposti a buttare via 250-500 vite ogni anno, siamo altrettanto disposti ad aumentare questo numero e mandare al fronte i nostri figli, figlie e nipoti?
Ah! Molti ucraini potrebbero dire: “abbiamo bisogno di mantenere il Donbas, perché, se ci lasciamo andare, Putin sarà incoraggiato a prendersi più territorio”.
No, non lo farà. Potrebbe essere incoraggiato se sconfiggesse le forze armate ucraine; ma non lo sarà se l’esercito ucraino s’impegna in un disimpegno strategico per resistere ad un attacco russo; potrebbe essere incoraggiato se l’occupato Donbas fosse un vantaggio economico per la Russia; ma non se rimane una fuga massiccia di risorse.
Potrebbe rendere muso duro ad un senso geopolitico sacrificare giovani vite per la difesa di un fortino strategicamente vitale, la cui perdita potrebbe rappresentare una sconfitta; ma sacrificare giovani vite per la difesa di un pozzo nero strategicamente irrilevante e pieno di degrado e corruzione, non ha assolutamente senso.

Il che ci riporta alla logica finale invocata dagli integratori del Donbas: “Si tratta di un territorio ucraino sacro e non lo daremo”. Va bene, sono d’accordo, ma poi andate voi al fronte da soli, oppure prendete con voi i vostri figli, figlie e nipoti. Basta che tu non faccia morire gli altri al posto tuo.

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About Bedris,

Lituano di nascita, culturalmente cresciuto in Lituania, Italia e America. Dopo un lungo periodo di professione forense, ho deciso di dedicarmi al giornalismo. La nuova professione la intendo libera da paletti idelogici, essenziale e aperta a condividere le conoscenze con chi legge. Collaboro con alcune testate e scrivo su un mio blog.

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