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19 novembre 2017

Il nazionalismo economico polacco


La Polonia, dopo essere riuscita a schivare l’abbassamento del suo rating da Moody, ed aver ricevuto una mite valutazione delle sue politiche economiche da parte del Fondo monetario internazionale, potrebbe applicare il nazionalismo finanziario e, come ha fatto il primo ministro Viktor Orban in Ungheria, riuscire a divincolarsi dalla stretta attuale.
La settimana scorsa, Moody, inaspettatamente non ha seguito l’esempio delle valutazioni negative applicate all’inizio di quest’anno da S & P, anzi nella sua analisi, prevedendo una crescita del 3,5 per cento nel 2016 e nel 2017, ha sottolineato una grande capacità di recupero della diversificata economia polacca.

Nel contempo però, la società di rating, esprimendo preoccupazione per alcuni movimenti populisti, potenzialmente costosi, ha messo sotto osservazione negativa la Polonia.
Le controverse promesse populiste includono un sussidio per gli assegni familiari, coperto da entrate una tantum – come quelle derivate dalla vendita delle licenze delle telecomunicazioni di quest’anno; prevedono d’abbassare l’età di pensionamento e porre un limite minimo di reddito imponibile; e, se il governo mantiene la sua promessa di ristrutturare circa 500.000 mutui denominati in franchi svizzeri, corrono il rischio d’innescare una potenziale crisi del sistema bancario. Quest’ultima idea, essendo la Polonia un’importante destinazione degli investimenti esteri europei, è particolarmente pericolosa. Il paese quest’anno ha già visto grandi deflussi di denaro, lo zloty, la valuta nazionale, ha perso circa il 5% contro l’euro dall’inizio di aprile, e rappresenta la moneta che ha la peggior prestazione tra quelle dei mercati emergenti.

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Quest’anno il deficit di bilancio polacco potrebbe superare l’obiettivo del 3 per cento previsto dall’Unione Europea e gli investitori potrebbero essere sempre più spaventati dalla retorica nazionalista e dal fervore socialista che disciplina il partito Giustizia, noto come PiS; ma se paragoniamo e guardiamo le politiche di Orban, che hanno più o meno funzionato in Ungheria, vediamo che potrebbero anche ben operare in Polonia.
Quando Orban nel 2010 ha iniziato il suo programma, aveva una situazione diversa da quella odierna polacca del governo PiS del presidente Andrzej Duda e del primo ministro Beata Szydlo: i quattro precedenti governi post-comunisti polacchi sono stati dissoluti, non hanno mai permesso che il deficit di bilancio scendesse sotto il 4,5 per cento della produzione economica; mentre il governo di Orban, che prima delle sue riforme era ben al di sopra del 6 per cento, negli ultimi tre anni s’è assestato al 2,5 per cento, in gran parte perché sono state imposte nuove tasse – il commercio al dettaglio, energia elettrica, distribuzione del gas, assicurazioni, e, più proficuamente il sistema bancario. Le banche sono state costrette a pagare lo 0,6 per cento del loro patrimonio, e anche se sei delle sette maggiori banche ungheresi sono filiali straniere, una sola, la BayernLB, ha venduto la sua controllata alla Banca nazionale d’Ungheria.

La Polonia sta intraprendendo o sta pianificando mosse simili. Il suo deficit di bilancio l’anno scorso è stato del 2,6 per cento, per il quale il suo governo PiS è stato relativamente molto attento. Il suo prelievo dalle banche è stato più basso di quello ungherese – 0,44 per cento del patrimonio – e le istituzioni finanziarie estere, che controllano il 70 per cento dell’intero patrimonio del sistema bancario, sono rimaste sul posto. L’imposta applicata alle banche ha depresso i prestiti, ma quello che abbiamo visto in Ungheria, è che si è rimessa in buona salute l’economia.
Il governo polacco, mentre l’Unione Europea gli sta contestando la scala progressiva proposta dal PiS, si sta adoperando per la tassa della vendita al dettaglio – che si era rivelata problematica anche per Orban – in ogni caso, sarà di gran lunga inferiore della “tassa della catena alimentare” di Orban, che colpisce fino al 6 per cento del fatturato annuo. Un paio di piccole catene hanno lasciato l’Ungheria per le dure imposizioni, ma l’inglese Tesco, ad esempio – un giocatore leader in Polonia – è rimasto e ha mantenuto la propria leadership di mercato.

La Polonia probabilmente non potrà seguire le orme di Orban in un settore importante: i mutui in franchi svizzeri. Il premier ungherese ha costretto le banche a convertire in fiorini i mutui in franchi svizzeri al tasso di mercato del novembre 2014 – poco prima che la Banca nazionale svizzera staccasse la sua spina dall’euro nel mese di gennaio 2015, e che il franco si rinvigorisse contro tutte le altre valute. Orban è stato elogiato per il suo notevole tempismo, e il sistema bancario ungherese, sostenendo che i prestiti erano diventati controproducenti, ha inghiottito lo scambio, con sofferenze arrivate fino a un quarto del totale.
La Polonia ha perso il treno: la conversione dei prestiti a tassi accettabili per i mutuatari potrebbe portare il settore bancario al disastro. Moody ha citato lo scenario peggiore in cui la conversione potrebbe costare alle banche il 3,7 per cento del prodotto interno lordo del 2015 o 4,5 volte l’utile ante imposte dell’intero settore bancario polacco del 2015. “Se attuate le proposte per la conversione dei mutui in franchi svizzeri in zloty, hanno il rischio di minare la stabilità finanziaria, con implicazioni negative per il credito e la crescita – ha avvertito il FMIInvece, ci si dovrebbe concentrare sul sostegno dei titolari dei mutui in difficoltà, caso per caso”.

Il nazionalismo finanziario di Orban è in gran parte riuscito, hanno scritto in un documento del 2015 Juliet Johnson della McGill University e Andrew Barnes della Kent State University, “in parte perché i mercati obbligazionari internazionali sono stati sorprendentemente tolleranti delle politiche illiberali del primo ministro. Finché Orban ha mantenuto i numeri macroeconomici sotto controllo, e lo ha fatto, gli investitori che cercavano un rendimento erano disposti a concedere prestiti all’Ungheria, anche se l’UE e il FMI mormoravano del crescente ruolo dello Stato nell’economia e della prontezza di Orban a colpire le grandi aziende straniere”.

È un po’ più difficile per il governo PiS resistere alle pressioni dell’UE: il partito è parte di una fazione debole del Parlamento europeo, e sotto Jean-Claude Juncker, la Commissione europea è un po’ più interventista; inoltre, i polacchi sembrano essere meno violenti del partito Fidesz, di Orban. Essi stanno camminando su una linea sottile, ma l’analisi del FMI suggerisce che la loro moderazione è una valida opzione. Se il PiS riesce a non rovinare le finanze del paese e continua a finanziare, usando moderate misure, alcune importanti promesse sociali come ha fatto Orban, il nazionalismo finanziario potrebbe guadagnare un po’ più di legittimità e forse anche potrebbe affascinare paesi fuori dell’Europa orientale.

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