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23 settembre 2017

Il continuo confronto tra Russia e Ucraina


Le recenti commemorazioni della vittoria nella seconda guerra mondiale illustrano il crescente divario tra Russia e Ucraina, ma se si considera la spavalderia militare con la quale la Russia ha celebrato il tradizionale anniversario il 9 maggio, e che a Kharkiv, in Ucraina, sono scoppiati degli scontri tra i pro-russi e i giovani nazionalisti ucraini, rispecchiano anche l’attuale conflitto in Crimea e in una parte dell’Ucraina orientale.

Negli ultimi due anni tra l’Ucraina e la Russia è cresciuta una grande spaccatura. I sondaggi d’opinione mostrano che in Ucraina, anche nelle regioni del paese che tradizionalmente erano amichevoli verso Mosca, gli atteggiamenti verso la Russia sono cambiati notevolmente in peggio. Il cambiamento d’atteggiamento è in gran parte il risultato dell’annessione russa della Crimea e del ruolo di Mosca nel conflitto in Ucraina orientale, ma si tratta anche d’interpretazioni del passato che definiscono l’identità nazionale: la seconda guerra mondiale figura in primo piano su entrambi i lati, sia come area di acuta controversia che di propaganda.
Questo lavoro discuterà in due modi distinti i rapporti dell’Ucraina con la Russia. In primo luogo, affronterò le attuali ramificazioni dei protocolli di Minsk, che hanno posto fine alla lotta su vasta scala e la misura in cui sono suscettibili d’essere soddisfatti; in secondo luogo, analizzerò la campagna di “decomunizzazione” ucraina, che è sotto il controllo dell’Istituto della memoria nazionale (INM). L’obiettivo apparente ucraino è quello d’eliminare eventuali tracce d’influenza comunista nel Paese, ma il programma ha assunto una tonalità decisamente anti-russa che chiaramente avrà un impatto sulle relazioni bilaterali.

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La domanda di fondo è: l’Ucraina potrebbe rompere completamente le relazioni con la Russia? – Tale aspetto sembra essere il tema dei cambiamenti in corso abbracciati nel marzo 2015, “Le leggi di memoria” e l’abolizione forzata dei partiti politici di sinistra che hanno avuto origine nel periodo sovietico o poco dopo – E se sì, quali sarebbero le possibilità di successo del nuovo percorso pro-europeo? La decomunizzazione è un percorso valido, è consigliabile?
I protocolli Minsk e il loro adempimento
I protocolli sono stati firmati in due fasi a Minsk sotto gli auspici dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE) nel settembre 2014, e febbraio 2015. Il testo del secondo, in molti modi ripete i principi del primo, i cui firmatari sono stati Ucraina, Russia, OSCE e le due “repubbliche” separatiste di Donetsk e Lugansk (DNR e LNR).

L’incontro di settembre a Minsk è stato preceduto dalla battaglia di Ilovaisk, in cui le truppe regolari dell’esercito russo hanno circondato un battaglione di volontari ucraini e hanno effettuato una strage. Le perdite hanno scatenato una crisi politica e indotto il presidente ucraino Petro Poroshenko, ad aderire ad una richiesta di un cessate il fuoco. In precedenza le sue forze ATO (“anti-terrorismo”) avevano gradualmente riconquistato il territorio ucraino dai separatisti. Così, l’incontro di Minsk, ha avuto luogo con un’Ucraina posta in una posizione molto debole. Allo stesso modo, ma in misura minore, la firma finale di Minsk-2, ha visto una vittoria dell’esercito russo-separatista a Debaltseve, un vitale collegamento ferroviario tra le due città principali nelle mani dei ribelli: Donetsk e Lugansk.

I termini dei protocolli hanno costretto l’Ucraina, non solo a rispondere alle esigenze di decentramento con un programma che riconosce lo status speciale delle regioni di Donetsk e Lugansk, ma “de facto” ha offerto una qualche forma di riconoscimento dell’esistenza delle DNR e LNR. I due regimi separatisti mancano ufficialmente di legittimazione in ogni Stato, tra cui la Federazione Russa, così in molti modi, i protocolli di Minsk hanno fornito loro un cavo di sicurezza. (La Sud Ossetia, essa stessa una regione contesa della Georgia, ad oggi è l’unica entità a riconoscere DNR).
Come risultato di questi trattati, il capo di uno dei partiti dell’opposizione ucraina ed ex primo ministro Yulia Tymoshenko, ha dichiarato che i cambiamenti avrebbero distrutto la sovranità dello Stato ucraino e la sua integrità territoriale, aggiungendo che il decentramento rappresenta “l’accordo nascosto da una tendina tra il Cremlino e l’élite di governo ucraina”.

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I protocolli prevedono inoltre, che le autorità ucraine debbano programmare le elezioni locali entro la fine del 2015, in base alla legge ucraina, e che vengano attuate le riforme costituzionali, dopo di che, entro 24 ore, l’Ucraina avrebbe ripristinato “il suo pieno controllo del confine di Stato”, mentre le leggi costituzionali permanenti avrebbero concesso lo “status speciale” a Donetsk e Lugansk. Il termine ormai è stato superato da ben oltre cinque mesi, e forse non sorprende che le autorità separatiste hanno ritardato le elezioni.
In modo simile, le modifiche alla Costituzione ucraina attendono la ratifica. La rimozione di Arsenii Yatsenyuk da primo ministro, e la sua sostituzione nel mese di aprile con l’ex speaker del parlamento Volodymyr Groysman, ha prodotto ciò che un osservatore ucraino lo definisce come un “governo della vergogna”, fatto di oligarchi e che rafforza ulteriormente i poteri del presidente. Eppure il governo sta avendo difficoltà per la revisione della Costituzione e potrebbe essere necessario un referendum per indurre il parlamento a fare i cambiamenti necessari ad adempiere i protocolli di Minsk. La Russia è fermamente convinta che queste modifiche siano l’unico mezzo per giungere ad una soluzione permanente, ma secondo la missione degli Stati Uniti presso l’OSCE, ci sono state oltre 1.000 violazioni del cessate il fuoco da parte dei separatisti filo-russi solo l’8 maggio.

Gli analisti ucraini sostengono inoltre che è la Russia, piuttosto che l’Ucraina, che sta violando i protocolli. Oleksii Garan – dell’Università Mogyla di Kiev – per esempio, risponde ai critici europei con una domanda: come può l’Ucraina implementare, per esempio, il punto 11 dell’accordo che porta a una nuova Costituzione e che include il riferimento allo status di Donetsk e Lugansk, quando il punto due e tre non sono ancora stati soddisfatti?
(Il riferimento due e tre riguarda il ritiro delle armi pesanti da entrambe le parti in conflitto e un efficace controllo e verifica del cessate il fuoco da parte dell’OSCE). Garan inoltre, esprime molto scetticismo verso quest’ultima organizzazione, che, dice, non ha alcuna esperienza di missioni militari, ma inoltre è infestata di russi.

I protocolli di Minsk hanno quindi messo l’Ucraina in una situazione complessa: è stata costretta a firmarli dalla sua debole posizione militare, ma non li può soddisfare senza le precedenti azioni dei suoi avversari separatisti. L’OSCE, però, manca di “libero accesso” nelle enclave separatiste e, come dimostrato dagli eventi del 9 Maggio 2016, a Lugansk nel Giorno della commemorazione della Vittoria, i separatisti sono in possesso di molte armi moderne pesanti, in particolare sofisticati carri armati che vengono fabbricati in Russia.
DNR e LNR quindi, essendo una soluzione molto lontana, pongono al governo ucraino le stesse domande che ponevano nel mese di febbraio 2015. D’altra parte, se si dovesse sviluppare una situazione in cui si dovessero svolgere le elezioni e che le due “repubbliche” acquisissero il loro “status speciale”, chi garantisce che Kiev dopo avrà il controllo? Il tanto decantato decentramento, un processo accolto dall’UE, indebolisce ulteriormente il governo centrale e aumenta la possibilità che altre regioni ucraine, che esprimono simili sentimenti e richieste di controllo locale, possano avere il sopravvento.

Allo stesso tempo, il Paese, per eliminare dalla nazione tutte le tracce del comunismo e del nazismo, ha intrapreso una campagna per soddisfare le cosiddette “leggi di memoria”, introdotte nel marzo 2015. Questa “crociata”, portata avanti da Volodymyr Viatrovych, il capo dell’Istituto della memoria nazionale (INM), potrebbe essere respinta e vista come secondaria al conflitto vero e proprio, ma il modo in cui è stata implementata sembra garantire un incremento dei problemi con la Russia e una maggiore divisione in Ucraina.
Infatti, la decomunizzazione è intrinsecamente e sfacciatamente diretta contro l’influenza russa in Ucraina. Quando il parlamento ha approvato il decreto aggiornato “Sulla rinomina di alcuni insediamenti e distretti” il 4 febbraio 2016, Andrii Parubii, il vice presidente del parlamento (ora è presidente), ha scritto sulla sua pagina Facebook “dobbiamo esorcizzarci dai demoni del Russkiy Mir”: i nomi comunisti, a suo avviso, sono simboli di umiliazione e schiavitù degli ucraini.

Viatrovych ha sostenuto che la richiesta di cambiamenti di nome, così come lo smantellamento delle statue di epoca sovietica, in primo luogo quelle di Lenin, sono legati ai cambiamenti dell’interpretazione del passato, in particolare la percezione degli “eroi”, come l’Organizzazione dei nazionalisti ucraini (OUN) e l’esercito insurrezionale ucraino (UPA), citate nelle “leggi di memoria” come tra i fondatori dell’’Ucraina indipendente. I leader di queste organizzazioni, in particolare Stephan Bandera (capo di una fazione estrema dell’OUN nel 1940), daranno i loro nomi a molte strade in tutte le principali città dell’Ucraina.
Per esempio, a Kiev, in caso d’accettazione da parte del consiglio comunale, la via Bandera andrà a sostituire Moskovskyi Street (che ospita l’ambasciata russa!). Il viale del generale Nikolay Vatutin, assassinato dai nazionalisti ucraini, verrà conosciuto come Avenue Roman Shukhevych, colui che lo ha fatto assassinare. Non verrà perso il simbolismo anti-russo.

Viatrovych insiste sul fatto che le dispute sul passato tra l’Ucraina e la Russia non sono semplicemente degli argomenti, ma scontri militari, perché “La Russia di oggi è impostata sull’imperialismo”.
Allo stesso tempo, il ruolo a livello locale è limitato solo alla discussione dei nomi proposti dall’Istituto Nazionale di memoria, non ci sono alternative e non si può mantenere il nome originale precedente. L’INM affronta un problema con Kirovohrad (dal nome di Sergey Kirov, che era il leader di Leningrado, assassinato alla fine del 1934), dove, secondo un sondaggio di aprile 2016, la maggioranza dei cittadini (56,9%) preferisce mantenere il nome attuale, il 30.6 % vuole l’antico nome di Ielysavethrad (dopo Santa Elisabetta, vale a dire l’ex imperatrice di Russia, e quindi offensivo per Viatrovych), e solo il 4,2% opta per Kropyvnytskyi, il nome raccomandato dal comitato del parlamento.

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Una delle ipotesi di decomunizzazione è che in alcune aree dell’Ucraina, soprattutto nel “Donbas”, [Il termine è impreciso in quanto il Donbas è utilizzato per riferirsi al bacino che si estende anche nella regione di Rostov, in Russia. Qui, si riferisce sia alle parti di Donetsk e Lugansk, che sono cadute sotto il controllo separatista e anche a quelle aree che sono ancora controllate dal governo ucraino, così come anche alla Crimea occupata dai russi] prevale ancora una mentalità “sovok”. Il termine è dispregiativo e si riferisce a quelle persone indottrinate dall’Unione Sovietica e che conservano l’ex mentalità sovietica. Implicitamente si tratta di un atteggiamento “corretto”, e Viatrovych e altri lo considerano come un qualcosa che deve essere sradicato. Garan e l’analista Svyatoslav Pavlyuk concordano sul fatto che: “sovok non è nei monumenti di Lenin, ma nelle nostre motivazioni e azioni”.

Viatrovych, intervistato dal canale ucraino Canale 5 (il 3 maggio 2016), ha dichiarato che: “l’occupato Donbas è un’isola di sovok, e sovok è la ragione principale che c’è dietro la guerra che è successa in quel posto. Il Donbas è un esempio del successo dei tentativi di epoca sovietica di creare un “uomo sovietico – a suo avviso – il Donbas e l’Ucraina rappresentano due mondi diversi: uno che cerca di rivivere gli anni 1970 e 1980 e uno che è tornato alle sue “radici nazionali, religiose ed europee”. La comunità isolata dei sovok nel Donbas presagisce “l’inizio della fine della Russia nella sua forma attuale”. Sarebbe difficile trovare una definizione più enfatica alla regione che solo quattro anni fa era il più potente settore economico dell’Ucraina, da dove arrivava la maggior parte del consiglio dei ministri!
Il 24 febbraio 2016, lo storico tedesco Karl Schloegel, ha commentato che l’aspetto pericoloso dell’approccio ucraino alla decomunizzazione è la posizione di monopolio dell’Istituto ucraino della memoria nazionale, il quale secondo lui, si trova ad avere troppo controllo su un processo che coinvolge il pubblico in generale, gli storici e le istituzioni accademiche; mentre dovrebbe essere un pluralista. È essenziale a suo avviso “non accendere la decomunizzazione o desovietisazione nel campo di battaglia dei giochi politici”.

Ad un livello più ampio, la decomunizzazione ha portato al divieto, non solo del partito comunista, che nelle ultime elezioni non è riuscito a guadagnare la rappresentanza in Parlamento, ma anche del partito socialista (creato solo alla fine del 1991), per presunte violazioni di legge che vietano i simboli del totalitarismo – sono stati oggetto di un’analisi di una commissione del ministero della giustizia. La Commissione è giunta alla conclusione che il programma del partito rientra nella nuova normativa, ma i simboli del partito, che includono la falce e il martello, rappresentano una violazione. La conclusione si è basata sul “know-how” della società araldica ucraina guidata da Andrii Grechylo.
Così, in questa fase, guidata dal programma di Viatrovych, un osservatore potrebbe mettere in discussione i metodi utilizzati per apportare le modifiche, sostenendo che sono stati imposti dall’alto e con minime discussioni, e, come ironicamente ricorda lo storico Georgiy Kasianov, è lo stesso modo in cui sono stati imposti in precedenza i nomi comunisti.

Un attuale obiettivo, che spesso viene affermato in modo esplicito, è quello di distanziare l’Ucraina dalla Russia per eliminare eventuali tracce di simboli di cooperazione, forse con le sole eccezioni della Rodina-Mat, il monumento e il museo della Seconda Guerra Mondiale. Un altro punto d’arrivo, imposto come una narrazione dell’intera storia nazionale, anche se è sia fuorviante che fautore di divisioni, è la glorificazione della piccola area occidentale del paese. Le regioni ucraine hanno le proprie storie singolari e quello che manca è una narrazione unificante e degli “eroi” comuni. La disciplina della storia, inoltre, non è mai stata in bianco e nero: non esiste una sola versione corretta dei fatti e il tentativo di costruirne una che raffigura la Russia come il male, rappresenta un modo di pensare ironicamente unilaterale, e diventa uguale alle precedenti interpretazioni sovietiche.

Considerando che la Russia sta conducendo una guerra ibrida contro l’Ucraina, l’INM ha risposto con una guerra di propaganda, che non solo tenta di ripulire il paese da tutto ciò che è sovietico, ma anche da qualsiasi cosa legata alla Russia. La decomunizzazione è quindi un mezzo per portare l’Ucraina fuori dall’orbita russa e per infondere una nuova mentalità nazionalista. L’Ucraina non è l’unica, in quanto, pratiche simili hanno messo radici sia in Polonia, nella Repubblica Ceca che in altri stati; ma, sia per necessità che per intenti avranno un impatto negativo sulle relazioni con la Federazione russa, tanto da poter continuare a lungo anche dopo che Vladimir Putin avrà lasciato il suo incarico politico.

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About Bedris,

Lituano di nascita, culturalmente cresciuto in Lituania, Italia e America. Dopo un lungo periodo di professione forense, ho deciso di dedicarmi al giornalismo. La nuova professione la intendo libera da paletti idelogici, essenziale e aperta a condividere le conoscenze con chi legge. Collaboro con alcune testate e scrivo su un mio blog.

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