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19 novembre 2017

La musica, la cultura e la guerra


Il Cremlino all’inizio di maggio, quando la rinomata orchestra del Teatro Mariinskij di San Pietroburgo ha eseguito Bach nelle antiche rovine di Palmira in Siria, ha dimostrato la sua straordinaria capacità d’attrarre supporto: milioni di telespettatori TV e voraci utilizzatori di Internet di tutto il mondo hanno osannato alla potenza russa – militare e culturale – che ha sconfitto le barbarie dello Stato Islamico.
Il 14 maggio, tuttavia, lo stesso regime russo è stato musicalmente aggredito all’Eurovision Song Contest da Susana Jamaladinova – conosciuta come Jamala – una tartara di Crimea che cantando contro l’oppressivo regime di Mosca, ha vinto il concorso.

La musica e la cultura come importanti strumenti di guerra.

Eurovision è un popolare talent show televisivo a livello europeo, in cui un artista, o una band di ogni paese partecipante, esegue una originale canzone e gli spettatori esprimono con un voto le loro preferenze. Circa 200 milioni di spettatori hanno guardato Jamala mentre eseguiva “1944”, un lamento emotivo che mescola armonie di stile turco con un fresco battito occidentale e racconta come l’Unione Sovietica ha deportato i tartari dalla loro terra di Crimea durante la seconda guerra mondiale.
Gli stranieri stanno arrivando – ha cantato JamalaVengono a casa tua. Uccidono tutti… Non siamo colpevoli, non siamo colpevoli”.
Jamala ha apertamente ammesso che la sua canzone è politica, e, mentre si riferiva all’esilio dell’era stalinista, ha anche implicitamente fatto riferimento all’annessione della penisola di Crimea nel 2014 da parte della Russia, sradicandola all’Ucraina.

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In questa confusa epoca di scontri non convenzionali, la musica può essere uno strumento attivo di conflitto? La musica è parte della guerra sin dai tempi dei greci e dei romani, Quintilliano ricorda che “i fragori degli strumenti – corni e trombe – erano sempre più gagliardi, quanto più la nazione romana superava le altre nella lotta”, ci sono stati i trombettieri medievali, gli zampognari scozzesi e le parate militari con le bande musicali; ci possono essere molti motivi per sostenere che la musica, e la cultura più in generale, sono sempre molto importanti nei conflitti.

Ma perché è in aumento l’importanza del potere “soft”?.
Lo scienziato politico Joseph Nye, ha definito la cultura, la cultura popolare, il commercio e la politica governativa come strumenti di soft power che hanno implicitamente in sé “la capacità d’ottenere ciò che si vuole attrarre”. Se analizziamo quest’aspetto, si nota che gli Stati-nazione stanno investendo molto nel soft pawer e lo stanno collegando ad altre forme di potere per dare origine, diciamo, ad un effetto a largo spettro.
In secondo luogo, nelle guerre non convenzionali o irregolari, molti combattenti non sono soldati professionisti, soprattutto quelli che combattono per gli attori non statali, pensiamo ai gruppi e alle insurrezioni terroristiche, come al-Qaeda, lo Stato islamico e i talebani: per loro la musica e gli altri prodotti culturali contribuiscono a vendere una causa, a reclutare e motivare i combattenti.

Sia lo Stato islamico che Al Qaeda fanno largo uso di “nashids” – inni cantati senza strumenti – così come la tradizionale poesia araba fa appello alle popolazioni tribali. Sulla penisola arabica, la poesia e il nashids rassicurano i militanti che sono soldati di Dio e che sono parte di una battaglia apocalittica che si riverbera attraverso la storia. L’arte dimostra che le loro vite – e morti – hanno uno scopo epico e che saranno celebrate insieme a quelle dei famosi guerrieri del primo Islam.
In terzo luogo, la musica contribuisce a fornire e rafforzare i messaggi politici ad un pubblico non politico. Questo è particolarmente vero nella nostra epoca saturata dai media, quando un singolo evento può essere trasmesso in tempo reale a livello globale: il cucchiaio e la pillola di zucchero musicale vengono ingerite in modo politico.

Gli spettatori sono sempre stati importanti.

Mezzo secolo fa, Roger Trinquier, uno studioso di guerra irregolare, ha sostenuto che il sostegno civile è il “sine qua non” della guerra moderna. Tuttavia, la diffusione del potere politico – anche se non uniforme – e la crescita di Internet, mentre danno più potere a più persone rispetto al passato, sovralimentano la tendenza non solo per trasmettere le news, ma anche per modellare e commentare.

La Russia utilizza spesso e in modo efficace il soft power culturale.

Poche nazioni – o meglio poche dirigenze di nazioni – hanno tentato di coniugare le leve del potere e l’influenza come sta facendo la Russia. Il concerto di Palmyra è stato senza dubbio l’evento soft-power di maggior successo che la Russia ha orchestrato in questi ultimi anni, in parte perché ha raggiunto un pubblico non-politico e, anche se i giornalisti occidentali hanno messo in guardia gli ascoltatori che l’evento era gestito da PR russi, le immagini e la musica hanno raggiunto il pubblico a livello emotivo: ha spostato l’apoliticità su Bach.

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Il talentuoso direttore del Mariinksy, Valery Gergiev, si era già precedentemente impegnato in politica. Nel mese di agosto 2008, il teatro Mariinsky, dopo che la Russia s’era presa in Georgia una minuscola area del Caucaso durante la guerra dei cinque giorni, ha eseguito il concerto della Vittoria nell’Ossezia del Sud. Gergiev, che proviene dalla zona, è collegato al presidente russo Vladimir Putin. L’orchestra ha suonato la Settima di Shostakovich, la “Sinfonia di Leningrado”, che è stata dedicata alla città – oggi San Pietroburgo – che ha sopportato un lungo assedio tedesco durante la seconda guerra mondiale. Si tratta di un pezzo di musica con evidenti connotazioni politiche, che evoca la memoria dell’oltre mezzo milione di persone che sono morte. Eppure, in Ossezia, i toni sono stati probabilmente legati a un programma politico più di parte: la subliminale Sinfonia di Leningrado ha sostenuto la narrazione del Cremlino che i suoi avversari sono estremisti, un tropo che la Russia usa contro i governi delle ex repubbliche sovietiche che cercano d’allinearsi con l’Occidente.

Gli studiosi di guerra russa contemporanea sostengono che la cultura sia solo uno strumento utilizzato dallo Stato russo per raggiungere i suoi obiettivi. Il servizio di sicurezza interna della piccola repubblica baltica dell’Estonia, per esempio, ha accusato l’agenzia governativa russa, Rossotrudnichestvo, di stabilire associazioni culturali e storiche, progettate non per aiuti, ma piuttosto per evitare che i russi e i russofoni s’integrino nella società estone.
I messaggi russi – che l’Estonia sostiene il nazismo, che i russi sono discriminati e che l’Estonia è uno stato fallito – possono essere visti come forme di guerra d’informazioni fornite attraverso la cultura.

In un certo senso, questa tattica rispecchia le complesse campagne di disinformazione della guerra fredda, conosciute con l’eufemismo “misure attive”, e che venivano gestite congiuntamente dal KGB e il Partito Comunista del U.S.S.R..
Il messaggio da Palmyra – rafforzato da un collegamento video con Putin – è che la Russia, a differenza dell’Occidente, ha sconfitto lo Stato islamico. Ma è anche un utile foglio che nasconde un più complesso programma russo: gli attacchi mirati ai combattenti siriani “moderati”, che s’oppongono al presidente siriano Bashar al-Assad, un alleato di lunga data della Russia; la selettiva modalità d’intervento contro lo Stato islamico; il bombardamento alle aree civili dei territori non detenuti dallo Stato islamico, ma da quei ribelli moderati che guidano decine di migliaia di persone verso la Turchia e l’Unione Europea, per i quali Putin non nutre nessuna simpatia. Questa tattica è chiamata la “militarizzazione dei rifugiati”.

Quando RT (Russia Today) – l’emittente globale finanziata dallo Stato russo – ha titolato “il concerto tenuto sulle rovine di Palmyra onora le vittime della guerra siriana”, non ha detto che il governo siriano, alleato della Russia, aveva massacrato la maggioranza delle persone che ora onorava. (Chiunque fosse interessato a dove sono cadute le bombe russe dovrebbe scaricarsi il rapporto Distract del Consiglio Atlantico).
Queste presunte tattiche, mentre moralmente deprimono e possono essere illegali, mostrano una straordinaria mescola di metodi e strumenti violenti e non violenti: militari, culturali, politici ed economici, che va ben al di là della concezione occidentale della guerra “ibrida”.
Meno di due settimane dopo il concerto in Siria, la Russia ha ricevuto una culturale lavata di capo da Jamala.

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Dopo la vittoria di Jamala in Eurovision, alcuni politici russi si sono prevedibilmente lamentati: Konstantin Kosachev, il presidente della commissione affari esteri del Consiglio della Federazione, su un post di Facebook l’ha definita “una vittoria della geopolitica e della guerra”. Altrettanto prevedibile è stata la reazione del governo ucraino: il presidente Petro Poroshenko ha dichiarato che Jamala aveva parlato al mondo a nome dell’Ucraina.
La verità, come sempre, ha prevalso – ha scritto su Twitter il presidente ucraino, affermando che Jamala era un ambasciatore di buona volontà delle Nazioni Unite.
La battaglia politica / culturale ha continuato oltre, e tuttora perdura, RT ha riferito che c’è in corso una petizione che chiede la revisione delle regole di voto del concorso e ha trasmesso una notizia sul suo canale in lingua inglese che critica il trattamento ucraino dei tartari prima dell’annessione russa del 2014, e sostiene che la Russia li ha “salvati”.
Tuttavia, come il concerto di Palmyra e la musica di Jamala sono parti di un messaggio politico – in questo caso, d’ingiustizia e d’oppressione – la canzone ha consegnato il messaggio al di fuori dei ristretti mondi politici, accademici e degli attivisti, ma a centinaia di milioni di persone in Europa e nel mondo.

La vittoria all’Eurovision ha posto sotto il faro mondiale i tartari di Crimea, e ha messo dolcemente la Russia sul banco degli imputati.

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