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19 novembre 2017

Parlare con la Russia?


La necessità di mantenere i canali di dialogo aperti con l’imprevedibile Russia sembra che sia diventato un imperativo assoluto per molti politici occidentali, anche se poi si sorprendono quando questa loro scelta gli si ritorce contro. Il 19-20 maggio, i ministri degli esteri dei paesi membri del Trattato dell’Atlantico del Nord Organization (NATO) hanno effettuato dei colloqui in preparazione del vertice di luglio che si terrà a Varsavia. Loro, per appianare eventuali incomprensioni con Mosca sulle decisioni che dovranno prendere, hanno convenuto di convocare una riunione del Consiglio NATO-Russia. Tuttavia, il segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg, è rimasto sconvolto dalla maleducata risposta ricevuta dal ministro degli esteri russo, Sergei Lavrov.

Stoltenberg, certamente capisce la necessità di Mosca d’esprimere il suo disappunto per l’adesione del Montenegro all’Alleanza – che conferma l’allargamento della NATO – ma è una sorpresa che il governo russo non veda alcun senso di parlare di possibilità per eliminare le divisioni.
La mancanza d’interesse per discutere questioni di cruciale importanza nell’attuale confronto con l’Occidente, è particolarmente evidente nel settore del controllo degli armamenti strategici: la Russia non s’è ancora ufficialmente ritirata dagli accordi chiave, come START III ( “Nuovo” START-2011) o il trattato del 1998 delle Forze nucleari (INF) a medio raggio, ma si rifiuta d’avere un dialogo che potrebbe colmare l’evidente divario e potrebbe portare ad una certa stabilità strategica. Putin, descrive la base di difesa missilistica di recente apertura degli Stati Uniti in Romania, come una minaccia diretta contro la Russia, anche se i fatti sul terreno non giustificano tali affermazioni.

Il Cremlino rifiuta volutamente di discutere una de-escalation delle tensioni nella zona del Baltico, dove pericolosi incidenti aerei si verificano ogni settimana. Al contrario, Putin mostra grande entusiasmo quando parla ai leader asiatici, come al vertice di Sochi della scorsa settimana tra la Russia e i paesi dell’Associazione delle Nazioni del Sudest Asiatico (ASEAN), che è stato strombazzato come un grande successo della politica estera russa. In realtà, la sostanza di queste conversazioni è molto sottile, e il tanto decantato “pivot asiatico” russo è sempre più ridotto alla fornitura di più armi e alla concessione di maggiori agevolazioni economiche alla Cina; anche se questa collaborazione extra-strategica non sta procedendo come promesso. Per i leader asiatici, la scelta russa di sacrificare la modernizzazione economica in cambio di ambizioni geopolitiche, è abbastanza sorprendente. Il primo ministro giapponese Shinzo Abe, ha pensato che la triste realtà economica russa, avrebbe costretto Mosca ad accettare la sua offerta di un “nuovo approccio” al problema delle isole Kurili, ma Putin ha trovato opportuno utilizzare l’incontro ASEAN per affermare che per lui non c’è nessun cambiamento in corso, mettendo in un angolo il Giappone.

Russia's Foreign Minister Sergei Lavrov (R) and U.S. Secretary of State John Kerry address the media before a meeting in Vienna, Austria, November 14, 2015.  REUTERS/Leonhard Foeger

Un tema per il quale Mosca è pronta a discutere con l’Occidente è la gestione della guerra in Siria con il formato preferito: colloqui bilaterali tra Lavrov e il segretario di Stato americano John Kerry. La Russia è alla ricerca d’opportunità per sfruttare l’impegno americano a preservare il cessate il fuoco, così il ministro della difesa russo, Sergei Shoigu, ha lanciato l’idea d’eseguire attacchi aerei comuni, con l’aggiunta di una velata minaccia, che tutti i gruppi d’opposizione che non avessero partecipato ai colloqui di Ginevra, avrebbero ricevuto la visita dei bombardieri russi. L’idea è stata regolarmente respinta; ma Washington ha difficoltà a trovare una strategia che garantisca una sconfitta dello Stato Islamico senza concedere un maggiore controllo al brutale regime del presidente Bashar al-Assad, fortemente sostenuto da Mosca.

Un enorme problema che plasma in modo schiacciante il confronto con l’Occidente è la “guerra ibrida” della Russia contro l’Ucraina. Mosca appare sempre più stanca di parlarne, anche se il processo di pace di Minsk non sta andando da nessuna parte. Il presidente ucraino Petro Poroshenko sostiene che il suo paese, mentre sta combattendo contro l’aggressione russa, sta di fatto proteggendo l’Europa dalla barbarie e dalla tirannia. Questo discorso suona vero in molte capitali occidentali, e, nonostante una pronunciata “difficoltà ucraina” e il desiderio d’attenuare lo scontro con la Russia, le sanzioni saranno quasi certamente prolungate e perfezionate nel corso del prossimo Consiglio europeo di fine giugno. Nel frattempo, il vertice del G7 in Giappone di questa settimana è impostato per riconfermare la posizione sulle sanzioni, mentre Mosca è ancora amareggiata per la sua espulsione dal club di due anni fa a causa dell’illegale annessione della Crimea.

L’elenco degli argomenti per significative conversazioni tra l’Occidente e la Russia sta diventando in tal modo sempre più ristretto, infatti, è chiaro che l’intenzione russa è quella d’esacerbare ogni possibile problema all’interno dell’Unione europea e la sua impazienza che il Brexit prenda la piega che lei desidera – l’uscita dall’UE della Gran Bretagna – lo si vede in ogni sua manifestazione. Però, anche i suoi più stretti alleati, come la Bielorussia, trovano gli scambi con Mosca sempre più sgradevoli, sia per le località turistiche che per il nuovo ricatto energetico in cambio della possibilità di costruire basi aeree e militari per la distribuzione di missili Iskander.

Il credo politico è l’unico vantaggio intrinseco per mantenere un dialogo aperto con un avversario sempre irriverente e senza logica in ogni sua decisione: Putin non può essere dissuaso dal ricorso alla guerra come strumento di politica, perché solo la guerra fornisce una giustificazione al suo regime; né può essere convinto di scegliere ciò che è meglio per la Russia, perché il suo regime è corrotto e i fedeli servizi di sicurezza (siloviki) si stanno disputando la contrazione del bottino. Anche la maggior parte dei colloqui senza senso non possono ridurre l’imprevedibilità del comportamento russo, perché il paese sta attraversando spasmi d’angoscia e di rabbia. Un sincero impegno occidentale verso il dialogo potrebbe diventare un mezzo per autoingannarsi, e Putin non è certamente un grande aiuto per una tale decisione.

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