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19 novembre 2017

Le vittorie a simbolo di un paese


Ognuno ama vincere, ma in Russia, che è ossessionata di vittorie passate o presenti, militari o artistiche, è diventato il passatempo nazionale; almeno questa è l’impressione che s’ottiene ascoltando i politici e i mezzi di stampa statale. Che la leadership russa non sia sufficientemente riconosciuta dal resto del mondo nelle arti, sport e nella lotta al terrorismo, è la manfrina che si sente in Russia tutti i giorni, è una specie di acuta ansia di stato.

Celebrare i trionfi ovviamente è molto bello; ma ai russi, in particolar modo, non piace perdere. Anzi, in realtà, i leader rendono le sconfitte uno spettacolo davvero deprimente.
Guardiamo l’evento dell’Eurofestival che, pur essendo estremamente kitsch, viene preso molto sul serio in Europa centrale e orientale, per ragioni che spesso hanno poco a che fare con la musica.
Nel finale del più recente concorso, con un risultato che è stato deciso dal televoto, una cantante ucraina, con una canzone che ricorda la tragica sorte dei tartari della Crimea deportati sotto Stalin, ha vinto il primo premio; ma in Russia, data la recente annessione della Crimea, a nessuno è passato per il cervello che il pubblico europeo avesse inviato a Mosca un messaggio, piuttosto che scegliere un vincitore esclusivamente per il suo merito artistico.

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Quando il cantante russo che sembrava il favorito è stato proclamato terzo, tutti i politici russi hanno gridato allo scandalo. Un membro del Parlamento, Yelena Drapeko, ha accusato “una guerra d’informazione” contro la Russia, alcuni cittadini arrabbiati hanno proposto che la Russia boicottasse la competizione successiva, che si terrà in Ucraina.
In questa occasione, come in tante altre, il pubblico medio russo ogni giorno ingoia notizie “di essere trattato ingiustamente, derubato dei suoi trionfi, sia sui campi di battaglia che nelle arene sportive” e, che costantemente gli invidiosi rivali occidentali s’adoperano per negare al paese il riconoscimento che merita.
I nemici della Russia vogliono uno stato malato e debole – ha sostenuto il presidente Vladimir V. Putin in una manifestazione del 2007 – Hanno bisogno di una società disorganizzata e disorientata”. Putin non perde occasione per accusare l’Occidente di minare la Russia, e questo tema paranoico è diventato il filone ricorrente della retorica presidenziale; ha toccato anche la prima guerra mondiale “da parte di coloro che hanno seminato discordia in Russia sono state rubate tutte le moralità – ha ricordato nel 2014, durante un evento commemorativo [Si riferiva ai bolscevichi, ma la sua tesi è sempre la stessa – tradimento nazionale – indetto dai nemici della Russia].

Ma d’altra parte, quando si vince con il detto “il fine giustifica i mezzi”, il resto del mondo è spinto a sospettare. Lo scandalo del doping, che ha coinvolto inizialmente gli atleti russi dell’atletica leggera, ora minaccia d’offuscare le tanto decantate vittorie russe delle Olimpiadi invernali di Sochi del 2014; più di una dozzina di atleti olimpici russi, grazie ad una restrospettiva indagine doping, rischiano anche di perdere le loro medaglie conquistate nei Giochi di Pechino del 2008. La World Anti-Doping Agency (WADA) ha istituito una commissione che ha scoperto lo scorso anno un vasto programma, sponsorizzato dallo stato, di somministrazione di sostanze dopanti agli atleti. La Federazione Atletica All-Russia dallo scorso novembre è stata sospesa dalle competizioni. Secondo nuove accuse, portate dall’ex capo del laboratorio antidoping russo, gli agenti di sicurezza dello Stato sono coinvolti in un complesso schema destinato a falsificare e ad impedire in modo sistematico il rilevamento doping delle squadre russe.

– Tutto questo appare semplicemente come una calunnia di un voltagabbana – ha sostenuto il portavoce presidenziale Dmitri S. Peskov, lanciando la sua solita istintiva risposta, senza rendersi conto che la squadra russa quest’anno rischia l’esclusione dai giochi di Rio.
– Siamo molto dispiaciuti che i nostri atleti hanno cercato d’ingannarvi, non ce ne siamo accorti – ha scritto il ministro dello sport russo, Vitaly Mutko, su un giornale britannico. Apparentemente sembra che i funzionari abbiano deciso di sacrificare alcuni atleti al fine di salvare la federazione e partecipare alle Olimpiadi estive. Francamente, non immagino cosa potrebbe fare Putin se la Russia non potesse partecipare a Rio.
Porre le vittorie come una religione nazionale potrebbe sembrare una buona idea: le ispirazioni e i bei racconti aiutano le persone a superare i momenti difficili.
Ho frequentato alcuni anni di scuola nella vecchia Unione Sovietica, si lavorava duro, ma mai ci si sentiva umiliati, anche se il paese era miserrimo.

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Naturalmente, c’erano anche coloro che si sentivano inferiori o depauperati, come ad esempio i funzionari del partito degradato o gli ex KGB; ma, dalla fine del secolo scorso tutto è cambiato: coloro che hanno perso il loro status hanno utilizzato tutte le armi per convertire al loro credo tutti gli altri.
Le celebrazioni del Giorno della Vittoria, che segnano il trionfo dell’Unione Sovietica nella seconda guerra mondiale, erano sempre un grande evento di famiglia; ma nel corso degli ultimi dieci anni però, la festa si è trasformata in più di un giorno del ricordo, si è evoluta in una festa di culto vero e proprio.

La Russia odierna non si sente esattamente come una società umiliata, ma una che ha un senso di amaro in bocca e disillusa. Tutti i paesi, la Russia in particolar modo, hanno bisogno di racconti edificanti, ma c’è una trappola psicologica che può trasformare il ricordo e il riconoscimento in un culto: se è accettabile il successo a tutti i costi, la sconfitta porta alla recriminazione e alla colpa. Peggio di tutto, questo culto è autodistruttivo, e priva alla Russia ciò che più lei ambisce – il riconoscimento degli altri – e soprattutto quando vince, il mondo non le crede più.

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