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19 novembre 2017

Correre alla grande


Il presidente russo Vladimir Putin volteggia nel mondo e viene dipinto come uno stratega: in Crimea, Ucraina orientale e Siria, s’è preso l’iniziativa e ha messo in un angolo i suoi avversari, tutti speranzosi di scoprire quale potrà essere la mossa successiva.
In casa Putin, contro i suoi oppositori, dimostra una simile risolutezza, come attesta la recente rasata data alla redazione del quotidiano indipendente RBC; eppure, i processi decisionali paraocchi possono portare a scelte politiche sbagliate.

Putin, dopo aver sventrato i media nazionali e aver creato una legislatura fantoccio, potrebbe non fare eccezione a questa regola.
Il Cremlino è obbligato, come segno del suo successo nazionale, a dover realizzare una serie di decreti che ha pubblicato nel maggio 2012 – nella prima ondata di lavori dopo il ritorno alla presidenza di Putin.

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I decreti, che aveva emesso a suo tempo, coprono il settore estero, sociale, economico, abitativo e sanitario, con una mappa temporale ben delineata e specificata. All’interno di questi atti ci sono oltre 200 istruzioni burocratiche segnate in grassetto che comprendono principalmente: i. un aumento della vita media da 70 anni nel 2012 a 74 entro il 2018 – anche se il maschio medio russo ora è a 65; il costo delle abitazioni al metro quadro sarebbe diminuito entro il 2018 del 20 per cento; sarebbero stati creati entro il 2020, 25 milioni di posti di lavoro con alti guadagni – raddoppiando il numero del 2012; la Russia sarebbe passata entro il 2018 dal 200° posto della classifica del “Doing Business” della Banca Mondiale al 120°.

La risolutezza con la quale Putin aveva “venduto” le sue priorità sono ora discutibili, soprattutto in materia di politica sociale, ma è l’emblema di ciò che è andato storto con la sua agenda nazionale.
I fatti sul terreno – lo stato dell’economia russa e la vita dei russi di tutti i giorni – sono cambiati drasticamente dal momento dei decreti del 2012. Putin ha appena incontrato il suo Consiglio economico – per la prima volta in tre anni – per discutere dei piani alternativi che, per muovere la crescita economica, dovrebbero spaziare da uno stimolo mirato a importanti riforme strutturali; ma nel frattempo, i suoi vittoriosi proclami non accennano a diminuire.
Quando vennero fatti i primi annunci presidenziali nel 2012, assieme all’agenda, non era stato preventivato nessun costo; ora invece, le stime attuali, emanate dal Consiglio economico, hanno un range che varia dai 10,8 miliardi di dollari ai 43 miliardi. Il responsabile del controllo dei conti russo ha recentemente fatto sapere che, prima di attuare una qualsiasi scelta presidenziale avrebbe prima valutato l’efficacia degli interventi e i relativi costi.

Putin non è il primo candidato a fare spaziali promesse durante la campagna elettorale; eppure lui ha alzato la posta in gioco politica trasformando le promesse in direttive ufficiali del governo, e ora sta risolutamente valutando i progressi.
Per esempio, ha criticato tutti i bilanci federali, ed ha eliminato tutti i ministri e i funzionari di governo che non stanno attuando le sue direttive.
Con più il tempo passa, più aumenta il dibattito sulla realizzazione dei decreti, mentre il governo sta spendendo significative risorse economiche e accademiche per analizzare i progressi. Il governo proclama con orgoglio d’aver adempiuto all’82 per cento delle promesse fatte nella campagna, anche se la realtà è lungamente inferiore.

Non importa quale sia la percentuale complessiva, ma, l’ottimismo che aveva ispirato queste decisioni – allora il petrolio si vendeva a 113 dollari il barile; ora è a 49 – ormai è stato superato dagli eventi, e nonostante il trambusto, la realtà sottostante è poco incoraggiante. I decreti, per esempio, prevedono significativi aumenti salariali, invece il potere d’acquisto di molte professioni, tra cui i medici e gli insegnanti, rimane ai livelli del 2012; i governi regionali, mentre si sforzano di soddisfare le maggiori esigenze della spesa sociale, hanno accumulato debiti importanti; le regioni, secondo una fonte, mancano ancora del 15 per cento delle entrate necessarie per dare inizio ai decreti.
Nel frattempo, gli sbandieramenti migliori – l’aumento della produttività, le case più economiche – sembrano ben lontani dalla portata del governo.
Cosa significa la continua preoccupazione sui decreti che si sente in Russia in questi tempi? In primo luogo, s’illumina il motivo per cui il governo russo non è stato in grado d’attuare un piano anti-crisi negli ultimi due anni: il denaro e le urgenti necessità utili per stimolare la crescita economica, sono regolarmente dirottati verso il soddisfacimento degli ordini vecchi, piuttosto che affrontare i problemi nuovi.

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In secondo luogo Putin, invece di riformare le istituzioni e affrontare i problemi di fondo dei russi ordinari, è ossessionato dal raggiungimento di alcuni obiettivi di prestigio: per esempio, quando ha promesso di abbassare i costi delle case e di creare nuovi e migliori posti di lavoro, ha fatto appello all’opinione popolare; oggi, tuttavia, il numero dei russi che possono pensare di potersi comperare una casa è in continua diminuzione. Infatti, Putin non difende l’economia, e, mentre il popolo russo deve sopportare il peso della recessione, lui cerca solo di rassicurarlo.

Tale realtà, tuttavia, è improbabile che possa toccare il mondo di Putin, ormai indirizzato verso la rielezione nel 2018: il presidente russo probabilmente definirà un successo le sue politiche, e, sostenendo che i suoi decreti sono stati attuati al 100 per cento, eviterà di rendere conto dei dati dell’economia attuale.
Tutti questi proclami e differenze con la realtà hanno un fondamento e una continuazione sovietica: la Russia ha adempiuto ai suoi impegni, anche se la vita e la competitività globale sono diminuite precipitosamente.
Inoltre, Putin continua solamente il modello russo instaurato secoli fa: la Russia, ancora dai tempi di Pietro il Grande è sempre stata governata per decreti – cioè una regola personale. Ciò non significa che Putin sia inflessibile, lui lascia che le forze di mercato determinino il valore del rublo, e osserva di conseguenza la caduta della valuta.

Tuttavia, ora Putin chiede che le priorità prefissate nel 2012 siano realizzate – anche se le condizioni economiche positive del momento sono scomparse – mentre la classe politica russa si sente in dovere di seguire gli ordini perché è così che funziona un sistema autocratico. Le decisioni di politica del leader russo è improbabile che portino ad uno stravolgimento: il prezzo del petrolio sembra stabilizzato; inoltre, Putin ha la sua guardia nazionale personale che è in grado di rispondere senza dubbio a qualsiasi sfida politica lanciata dai suoi oppositori.

Eppure Putin, come misura di successo, invece di perseguire un vero sforzo di modernizzazione, è ricaduto sui decreti del maggio 2012, sembra uno che cerca di far guardare agli altri le carte senza pensare che il prezzo della compiacenza è la cecità di un feedback costruttivo.
La Russia si sveglierà un giorno e scoprirà che le sue istituzioni pubbliche e l’economia sono ancora una volta rimasti indietro e sono pari a quelle dei paesi in via di sviluppo: la fissazione sui decreti di maggio 2012 aiuta a spiegare tutti i perché.

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