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25 settembre 2017

L’importanza di un post-sanzioni per l’UE


Nel corso degli ultimi mesi, diversi politici europei e imprenditori hanno chiesto un sollievo parziale o totale delle sanzioni economiche dell’UE contro Mosca; ma sempre più spesso queste voci non ricordano le condizioni che il Cremlino dovrebbe realizzare per beneficiarne.
La petizione contraddice la posizione del Consiglio europeo – che rappresenta la posizione unanime dei 28 governi degli stati membri dell’Unione Europea – che sottolinea che solo con una “completa attuazione degli accordi di Minsk”, si può parlare di una revoca delle sanzioni economiche. Voglio sottolineare che, una “completa attuazione di Minsk” vorrebbe dire uno stravolgimento completo del Donbas – uscita di tutte le armi, delle truppe russe, di tutti i comandanti russi e immediato ritorno della pace. La maggior parte dei critici alle sanzioni nemmeno menzionano l’annessione russa della Crimea, il loro morbido atteggiamento li allontana dal diritto internazionale, dalla sicurezza europea, l’unità occidentale, i valori democratici e li pone solo sottomessi agli interessi commerciali: si ritraggono più pragmatici e realisti dei loro avversari, apparentemente idealisti.

Spesso, a favore di benefici apparentemente più tangibili, derivati da relazioni commerciali con entità russe, declassano i problemi di sicurezza nazionale degli Stati dell’Europa orientale. Molti dei loro argomenti s’incentrano sulla presumibile grande importanza del mercato russo odierno e sulla prospettiva di un potenziale grande futuro. Una tale visione, porta le imprese dell’UE e le loro lobby a patologie croniche, per dei costi, presumibilmente elevati, che potrebbero derivare da ulteriori estensioni del regime di sanzioni.
Eppure, quanti danni hanno causato le sanzioni in concreto all’economia europea nel suo complesso? Quanto è importante oggi il mercato russo per il commercio estero dell’UE? E, se le sanzioni venissero tolte del tutto o in parte, quanto potrebbero essere economicamente valide in un ipotetico futuro?

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Negli ultimi due anni, i legami economici tra l’UE e la Russia hanno subito un forte calo. Secondo le statistiche della bilancia dei pagamenti di Eurostat, le esportazioni di merci della UE verso la Russia hanno raggiunto un picco nel 2012 pari a 122,1 miliardi di euro, e soli 73,1 miliardi di euro nel 2015 – una diminuzione di circa il 40 per cento. Le esportazioni dei servizi UE in Russia ha raggiunto un picco nel 2013, con un valore di 30,3 miliardi di euro, scendendo a 24,4 miliardi di euro nel 2015 – un calo del 19 per cento. I redditi da capitale – flussi in entrata – dalla Russia verso l’UE sono passati da 26,7 a 19,1 miliardi di euro tra il 2013 e il 2015 – un calo del 28 per cento.
A prima vista, queste cifre potrebbero suggerire che le sanzioni occidentali e le cosiddette contro-sanzioni russe hanno inflitto gravi effetti all’economia dell’UE; ma ciò non è vero. In primo luogo, l’economia dell’UE ne è uscita abbastanza bene: mentre in alcuni settori le imprese hanno sofferto più di altri, l’economia UE, quando in varia misura dei nuovi mercati hanno colmato le lacune, nel suo insieme s’è scrollata di dosso questi sviluppi. Nel complesso, nonostante la crisi economica russa, il totale delle esportazioni di merci dell’UE è passato da 1.692 a 1.785 miliardi di euro tra il 2013 e il 2015. Nello stesso periodo, le esportazioni di servizi sono aumentati da 700 a 811 miliardi di euro, mentre il reddito degli investimenti da 541 a 580 miliardi euro.

In secondo luogo, le sanzioni non sono state la causa principale del calo del commercio e della caduta dei flussi di reddito con la Federazione Russa, ma la maggior parte del declino è stato guidato dalla recessione russa e dal deprezzamento della propria moneta, entrambi i quali si sono verificati per il forte calo dei prezzi del petrolio. Strutturalmente, i problemi economici russi hanno molto a che fare con l’alta dipendenza del paese dalle entrate delle esportazioni di materie prime – petrolio, prodotti petroliferi, gas naturale – nonché da una mancanza di competitività negli altri settori economici. Quest’ultima situazione è aggravata da carenze istituzionali, imprevedibili interventi statali sull’economia, alti livelli di corruzione e una preoccupante perdita demografica d’età lavorativa. Le sanzioni occidentali, e il divieto russo, in parte autodistruttivo, delle importazioni di prodotti alimentari occidentali, hanno svolto un ruolo molto piccolo.

La stima più citata dell’impatto delle sanzioni sull’economia russa è quella diramata nell’agosto 2015 dal Fondo monetario internazionale nel suo rapporto sulla Russia. Nella relazione si suggerisce un calo del PIL da 1 a 1,5 punti percentuali nel primo anno di sanzioni; queste cifre dovrebbero essere messe nel più ampio contesto del 2015, in cui il PIL reale si è ridotto del 3,7 per cento. L’attuale tasso di crescita d’equilibrio russo, assumendo un prezzo stabile del petrolio, sembra attestarsi attorno all’1,5 per cento. La dimensione totale della crisi russa nel 2015, rispetto a quella di equilibrio, era quindi intorno al 5 per cento. Così, l’impatto delle sanzioni potrebbe essere pari a un quarto della crisi totale.

Come già detto, le perdite verso l’UE sono state ben contenute in quanto sono aumentate le esportazioni totali dell’Unione e i redditi di investimento: l’attuale importanza del mercato russo per l’UE è quindi relativamente bassa. L’equilibrio ufficiale delle statistiche sui pagamenti rivela un’immagine totalmente in contrasto con la retorica dei lobbisti filo Cremlino. Nel 2015, l’importanza della Russia per l’UE, in percentuale del totale mondiale, ed escludendo i flussi intra-UE, è stato del 4,1 per cento per le esportazioni di merci, del 3,0 per cento per le esportazioni di servizi e del 3,3 per cento per i redditi da capitale. Per confronto, la quota degli Stati Uniti dei ricavi dell’UE dalle relazioni economiche estere si trovava, nel 2015, al 21,3 per cento per le esportazioni di merci, al 26,1 per cento per le esportazioni di servizi e al 28,5 per cento per i redditi da capitale.
Se guardiamo a medio termine il futuro, notiamo che la maggior parte delle previsioni economiche danno per scontato che le sanzioni ad un certo punto verranno tolte. Queste ipotesi non sono previsioni politiche, ma sono solo delle ipotesi di lavoro degli economisti. Ad esempio, nel suo ultimo World Economic Outlook, il Fondo monetario internazionale assume che a partire da aprile 2016 le condizioni si stabilizzeranno e torneranno “normali” nel 2018. Il FMI presuppone inoltre che il prezzo medio del petrolio sarà 34.75 dollari al barile nel 2016 e 40,99 nel 2017 e che rimarrà invariato nel medio termine.

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Utilizzando le proiezioni del FMI per la crescita del PIL russo e del tasso di cambio del rublo, proviamo a costruire una stima approssimativa dei flussi di reddito futuri dalla Russia all’UE nel 2020, rispetto ai suoi valori di reddito. Per ogni tipo di flusso separatamente – esportazioni di merci, esportazioni di servizi e redditi da capitale – l’ipotesi è che il rapporto tra la dimensione del flusso in euro a prezzi correnti, e il PIL di un partner dell’UE in euro a prezzi correnti, nel 2020 avrà la stessa media che aveva avuto tra il 2010 fino al 2015. Questi rapporti poi li moltiplichiamo per le previsioni del 2010, del FMI per il PIL russo e per il PIL mondiale, convertito in euro. Il nostro approccio presuppone che i rapporti di penetrazione del mercato dell’UE, in Russia, così come per l’economia mondiale nel suo complesso, i livelli nel 2020 saranno come erano nel periodo 2010-2015.
Sulla base di queste proiezioni, abbiamo il sospetto che anche se le sanzioni fossero completamente sollevate, i flussi dalla Russia da redditi commerciali e da capitale è improbabile che possano recuperare, per non parlare di superare i loro livelli di picco del 2012-2013. Ad esempio, si stima che i beni delle esportazioni verso la Russia potrebbero essere nel 2020 inferiori a 100 miliardi di euro – ai prezzi correnti – rispetto al livello di picco di 122 miliardi di euro nel 2012. Immediatamente prima dell’escalation della cosiddetta “crisi Ucraina” la quota dei ricavi del commercio estero dell’UE con la Russia era del 7,1 per cento per le esportazioni di merci, del 4,3 per cento per le esportazioni di servizi e del 4,9 per cento per i redditi da capitale. Le proiezioni ora valutate, indicano un forte calo, anche se le sanzioni venissero sollevate entro il 2018. L’importanza relativa della Russia per l’UE nel 2020 segnerebbe circa il 3,9 per cento per le esportazioni di merci, circa il 2,4 per cento per le esportazioni di servizi e circa il 2,4 per cento per i redditi da capitale.
Il motivo principale per cui il nostro lavoro di proiezione per il 2020 è così basso è che, secondo le previsioni del FMI, il PIL della Russia, se espresso a prezzi correnti e convertito in euro, potrebbe essere ancora più basso nel 2020 di quanto non lo fosse nel 2013. Il FMI prevede un positivo, ma basso recupero del PIL russo quando viene espresso in rubli, però in combinazione con una lenta e incompleta ripresa del valore del rublo. Naturalmente, queste sono solo delle proiezioni fatte su delle ipotesi, e potrebbero cambiare molto rapidamente, soprattutto se il prezzo del petrolio dovesse salire velocemente e superasse il valore che il FMI attualmente assume, a quel punto, come risultato, l’economia russa e la sua moneta, avrebbero una ripresa più marcata. Il lavoro fatto è anche speculativo, in quanto procede da una condizione che tutti gli altri fattori rimangano uguali, ma molte cose potrebbero cambiare nei prossimi cinque anni.

Da questa piccola analisi si possono trarre delle conclusioni. In primo luogo, il mercato russo è stato, in termini comparativi, di limitata importanza per l’UE anche al suo apice nel 2013, quando il prezzo del petrolio era sopra i 100 dollari al barile e il rublo era forte; in secondo luogo, questa già piccola parte di commercio russo con l’UE è stato ulteriormente ridotto per il combinato effetto del crollo del prezzo del petrolio, le sanzioni occidentali e altre ripercussioni dovute all’aggressione del Cremlino contro l’Ucraina, la sua campagna in Siria, gli scontri con la Turchia, così come varie altre azioni economicamente dannose; in terzo luogo, un parziale recupero dei bassi livelli del 2015 è possibile nel medio periodo, ma non può essere dato per scontato; in quarto luogo, se dovesse esserci un recupero, la relativa importanza economica della Russia per l’Unione europea e la sua quota rispetto agli altri mercati sarà inferiore o addirittura molto al di sotto di quello che era prima della crisi Ucraina.

I politici occidentali e i dirigenti d’azienda dovrebbero prendere atto di queste realtà. Le raccomandazioni politiche non dovrebbero essere basate su errate percezioni fatte circolare rumorosamente; le grandi dimensioni geografiche della Russia e il ruolo di primo piano nella diplomazia internazionale non devono trarre in inganno i decisori occidentali e farsi accecare dalle eventuali opportunità. Una possibile revoca delle sanzioni, se discussa, dovrebbe quindi seguire una logica politica di sicurezza, piuttosto che una linea basata su stretti interessi commerciali. Le imprese dell’UE certamente trarranno beneficio da un allentamento delle sanzioni, ma l’effetto sull’economia europea nel suo complesso rimarrebbe molto marginale.

A dire il vero, le notevoli risorse umane e naturali della Russia post-sovietica contengono una grande promessa; tuttavia, gli attuali governanti di Mosca non sono in grado di portare a compimento questo potenziale. Durante il primo decennio del nuovo secolo, anche se i prezzi dell’energia erano alti e gli occidentali erano ansiosi di sviluppare partenariati, la Russia ha fatto ben poco per modernizzarsi. Per più di dieci anni, gli alti prezzi del petrolio e del gas sono riusciti a coprire i profondi difetti strutturali del Cremlino, ora, questo periodo di auto-inganno è finito, sia per la popolazione russa che per i partner stranieri. Il mercato russo che si conosceva non esiste più, e non riapparirà nel prossimo futuro.
Fonte: Fondo Monetario Internazionale.

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Lituano di nascita, culturalmente cresciuto in Lituania, Italia e America. Dopo un lungo periodo di professione forense, ho deciso di dedicarmi al giornalismo. La nuova professione la intendo libera da paletti idelogici, essenziale e aperta a condividere le conoscenze con chi legge. Collaboro con alcune testate e scrivo su un mio blog.

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