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19 novembre 2017

L’Ue e i rifugiati


La crisi dei rifugiati potrebbe essere una minaccia per l’esistenza dell’Unione? Le dichiarazioni dei commentatori e dei politici, sembrano convergere verso un consenso generale. I confini porosi che permettono il passaggio di tanti soggetti estranei portano ad un aumento del rischio di terrorismo, mentre il populismo e la “razza” minano le identità dei nativi; o almeno così raccontano. Non c’è ombra di dubbio che la crisi dei rifugiati, che è esplosa nel 2015, abbia spinto i sistemi politici europei a cercare una soluzione nata dagli anni di incuria; ma in realtà, non c’è nulla di particolarmente esistenziale nella crisi dei rifugiati: la vera minaccia dell’UE rimane una non riformata zona euro.

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Perché la crisi dei rifugiati non è esistenziale? In breve, perché è ampiamente conosciuta, si sa cosa si deve fare ed è possibile trovare un compromesso. L’UE deve adottare una sorta di asilo comune standard, accelerare le procedure d’asilo, migliorare il controllo delle frontiere esterne, trovare la chiave per una equa distribuzione dei rifugiati tra i 28 Stati membri e migliorare le relazioni con i paesi di origine. L’Unione ha anche bisogno di migliorare l’aiuto ai paesi che ospitano gli eserciti di profughi, in particolare la Grecia e la Turchia.
E, mentre non c’è dubbio che questi elementi politici richiedano dolorosi negoziati e l’eliminazione di molto orgoglio, si sa per certo che possono essere attuati, anzi alcuni sono già nelle prime fasi.

La migrazione, per il fatto che è un settore della politica, in cui il compromesso può essere acquistato, dà un enorme aiuto: ai paesi che non vogliono condividere il peso della migrazione può essere semplicemente chiesto di pagare. Questo non sarà popolare, e gli avversari rumoreggeranno; ma la monetizzazione dei problemi è uno dei piccoli segreti per costruire un compromesso a Bruxelles, e, una volta che tutti avranno urlato e gridato, sarà finita.

Allo stesso modo, dopo che si sarà abbassato il rumore, gli europei cominceranno a realizzare che questo è uno di quei problemi che possono essere risolti solo assieme. Gli esperti prevedono, che ci sarà un aumento significativo di profughi nei prossimi decenni, soprattutto dall’Africa, e che l’intera UE ne sarà influenzata. Cosa succederà quando l’Africa raddoppierà la sua popolazione nel 2050, e non ci sarà una corrispondente crescita economica per offrire a queste persone un futuro? È facile da prevedere. Chi è alla ricerca di prospettive brillanti non andrà certo in Russia, e chiudere i confini nazionali sarà un esercizio futile, per cui l’assunzione dei migranti dovrà essere controllata da tutti i paesi europei insieme, o non sarà controllata affatto. Alla fine, gli Stati membri dell’UE sceglieranno il controllo, anche se sarà necessario molto dolore per arrivarci.

La cosa più importante, tuttavia, è la questione spinosa dell’identità, che porta tante persone a credere che i rifugiati distruggeranno l’Unione europea.
L’integrazione degli immigrati non può e non sarà una politica europea comune: sembra banale, ma non lo è. Sulla questione di chi può diventare un cittadino, gli Stati membri hanno e continueranno ad avere la loro piena sovranità. Il veleno della politica egualitaria può essere usato e abusato, e certamente succederà, ma alla fine non è necessario cercare una soluzione tecnica.

Quindi, se la crisi dei rifugiati può essere gestita, perché la zona euro non riformata può essere pericolosa?
Perché a differenza dell’integrazione dei rifugiati, le diverse culture dell’UE non possono essere separate; al contrario, esse in un qualche modo devono essere fuse. Se si suppone che l’euro sopravviva, le culture e le tradizioni economiche e mercantili del Sud e del Nord Europa dovranno trovare un compromesso, e ciò va molto oltre una soluzione tecnica. Ciò richiederà dei compromessi politici su una scala senza precedenti nella storia dell’integrazione europea.
La chiave della sopravvivenza dell’euro è la creazione di un’unione fiscale vera e propria tra i paesi che condividono la moneta comune. In sostanza, la zona euro dovrà essere trasformata in un’unione politica, in cui le politiche fiscali – il vero segno distintivo della sovranità nazionale – dovranno essere rese comuni.

Per costruire una tale unione fiscale, la Germania e la Francia e i loro rispettivi alleati, dovranno accordarsi su un sistema di trasferimenti, mutualizzazione del debito, la sorveglianza fiscale e i limiti di spesa. Più in generale, avranno bisogno di decidere quanto interventismo statale è salutare per il capitalismo funzionale. Quanto liberale dovrebbe essere il mercato del lavoro? Quanto tempo la gente dovrebbe lavorare, in una settimana, nella loro vita? Che cos’è un regime fiscale ragionevole per stimolare le imprese e dotare lo stato dei fondi necessari per svolgere le proprie funzioni? Ma soprattutto, i membri della zona euro dovranno anche determinare in che modo, un approccio fiscale unificato, potrà essere legittimato democraticamente. Dovranno considerare se i parlamenti nazionali sono sufficienti, o se la zona euro ha bisogno di una propria legislatura separata.

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In altre parole: l’euro per sopravvivere, ha drammaticamente bisogno di più Europa. Una maggiore integrazione? La signora Le Pen? Mijnheer Wilders? Herr Strache?
Ognuno di questi problemi è politicamente più velenoso delle questioni più o meno tecniche della crisi dei rifugiati. Inoltre, la tempistica non è grande. Le onde d’urto del prossimo referendum britannico sull’adesione all’UE, non importa quale sia il risultato, risuoneranno a lungo dopo il 23 giugno; e si porteranno anche sulle elezioni in Francia e Germania nel 2017. Se nulla verrà fatto prima, tutto quello elencato sopra porterà fuori strada, e con più il tempo passa senza azione il difetto strutturale della zona euro – un’area valutaria integrata senza un’unione politica – continuerà a fare la sua opera distruttiva.

Ed è per questo che i rifugiati, alla fine, riuniranno l’Europa, mentre l’euro potrebbe rompere l’Unione.

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