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25 settembre 2017

La Germania nell’UE


L’ultimo segnale che un Brexit dall’Unione europea non è impossibile è l’editoriale del tabloid britannico, The Sun, che si riferisce all’UE come ad “uno Stato federale in continua espansione dominato senza sosta dalla Germania”. La stessa dichiarazione, anche se i loro argomenti sono emotivi e non supportati da fatti, viene suggerita anche dagli attivisti pro-uscita EU; però, vale la pena di chiedersi se il blocco è in realtà dominato in un qualche perverso modo dalla Germania.

Nel 2011, il giornalista Simon Heffer ha scritto un post sul Daily Mail sulla nascita di un “Quarto Reich” – un nuovo tentativo tedesco per conquistare l’Europa dopo la crisi del debito. Heffer, ha interpretato i solleciti tedeschi sugli altri paesi europei per equilibrare i bilanci e coordinare le politiche economiche, come un primo passo verso “un’unione fiscale che permetterà alla Germania di dettare le condizioni finanziarie per il resto d’Europa”.
Cinque anni dopo, non c’è nulla del genere in corso, quindi non è chiaro ciò che possa significare uno Stato federale applicato all’Europa – una federazione non esiste senza tasse comuni. Presumibilmente, il riferimento è diretto all’odiata burocrazia dell’UE a Bruxelles, la quale però, non è in alcun modo dominata dalla Germania.

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L’incarico più alto tedesco nella gerarchia dell’UE è quello affidato a Martin Schulz, il presidente del Parlamento europeo. Il presidente del parlamento UE è molto debole rispetto ai rappresentanti dei parlamenti nazionali, non è nemmeno in grado di proporre un’iniziativa legislativa. Sono i tecnocrati senza volto del personale della Commissione europea che preparano tutte le iniziative, di cui solo il 10 per cento sono tedeschi, mentre la popolazione tedesca costituisce il 16 per cento dell’Unione.
Tra gli amministratori dell’UE ci sono molti italiani e belgi, i tedeschi non sono nemmeno sovra-rappresentati nelle direzioni principali – la loro concentrazione più alta si trova nel centro di analisi della Commissione.
La Germania, è sovrarappresentata in effetti, quando si tratta di contribuire soldi ai programmi dell’UE. La produzione economica tedesca nel 2015 è stata di circa il 20,7 per cento di tutta l’UE, ma la sua quota di bilancio nell’Unione europea ha raggiunto il 21,4%. La Gran Bretagna nel 2015 rappresentava circa il 16 per cento del prodotto interno lordo dell’Unione europea, e la sua quota nel bilancio era il 12,6 per cento; quindi l’Inghilterra non ha motivo di lamentarsi di una presunta “posizione dominante tedesca” rivolta ai programmi comunitari.

Nella situazione attuale, i reclami di un Brexit, non possono derivare da una sovra-rappresentazione tedesca a Bruxelles tale da poter qualificare la Germania come un “superstato”. Forse ci può essere una percezione che la Germania è troppo potente politicamente ed economicamente, e che de facto, è il centro del processo decisionale dell’UE. Nella realtà c’è un qualcosa di simile: il cancelliere tedesco Angela Merkel ha spinto gli europei ad imporre le sanzioni alla Russia per i suoi interventi in Ucraina; Merkel e il suo ministro delle finanze Wolfgang Schaeuble, si sono presi il comando lo scorso anno per decidere come risolvere la crisi greca; Merkel ha a malapena consultato l’UE, quando ha invitato i rifugiati siriani in Germania. Se c’è qualcuno di recente che ha determinato la politica europea ogni volta che si presentava una crisi, questa è Merkel: o Merkiavelli, come l’hanno definita i giornalisti italiani Vittorio Feltri e Gennaro Sangiuliano nel loro libro su “Il Quarto Reich”.

La Germania, naturalmente, è la più grande potenza economica del blocco ed è il paese più popoloso, ma se l’UE fosse stata progettata per dare un vantaggio istituzionale ai paesi più grandi, nessuno vi avrebbe aderito: il potere politico fuori misura della Merkel e della Germania deriva dalla volontà d’assumersi la responsabilità e gli oneri finanziari.
La Grecia non sarebbe rimasta a galla finanziariamente senza il denaro tedesco – con un suo tornaconto, per carità. Come il più grande creditore, Berlino ha naturalmente più voce in capitolo di altri nel negoziare le condizioni: i politici tedeschi si sono sentiti addosso la responsabilità di mantenere intatta la zona euro – forse anche perché la Germania economicamente beneficia dalla condivisione di una moneta con le economie più deboli.

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La Germania, quando gli altri paesi della zona euro erano nei guai, è stata un rifugio sicuro; ma d’altra parte non è colpa della Germania se ha una forte economia orientata sulle esportazioni – è un qualcosa di cui gli altri paesi dell’Unione europea dovrebbero esserne fieri, tra cui il Regno Unito, le cui esportazioni hanno raggiunto solo un terzo di quelle tedesche dello scorso anno. Questa parte di “posizione dominante” tedesca non può essere regolata o negoziata: è un genuino potere economico.
La Merkel, s’è presa il comando sui rifugiati perché il suo governo era disposto a pagare il conto, nessun altro era pronto o scucire un euro. La Germania ha gestito 441,800 richieste di asilo lo scorso anno, a fronte di 38.370 dell’UK.

Sia il salvataggio della Grecia che la crisi dei rifugiati hanno dimostrato i limiti del dominio tedesco: alla più grande nazione dell’UE è permesso di decidere – il che significa che ha una voce influente nelle trattative contenziose – solo se è disposta a contribuire più degli altri nei progetti comuni; ma anche allora, gli altri membri potrebbero non essere d’accordo: la Germania effettivamente è rimasta isolata sul tema rifugiati ed è stata costretta a fare un umiliante accordo con la Turchia per frenarne l’afflusso. E, sulle sanzioni relativamente indolori russe – la proposta, per i suoi volumi di scambio pre sanzioni, è più penalizzante per la Germania rispetto alla maggior parte degli altri Stati membri dell’UE – ora, il consenso UE si sta erodendo.

La Germania sotto Merkel – con scarso successo- si sta adoperando e sta cercando di mantenere l’UE e la zona euro insieme. Se la Germania stesse comandando, come ha suggerito Heffer, ci sarebbe stata la richiesta di una maggiore integrazione, un’unione fiscale e una parvenza di “stato federale”; ma la Merkel non ha esposto alcuna volontà politica per una tale spinta. Il governo tedesco non potrà essere quello che chiede una maggiore integrazione perché risveglierebbe i ricordi del ministro della propaganda nazista, Joseph Goebbels, sull’Europa del 2000, quando ha scritto:

Si può anche prevedere con un elevato grado di certezza che l’Europa sarà un continente unito nel 2000. La Germania non sarà occupata dai suoi nemici. La nazione tedesca sarà il leader intellettuale dell’umanità civilizzata”.

Più di 70 anni dopo la morte di Goebbels, le paure di un “Quarto Reich” sono il più grande ostacolo alla leadership tedesca per parlare di dominanza nel progetto europeo. Nessun leader tedesco vuole essere visto come colui che punta ad una maggiore potenza, non vuole essere paragonato ai nazisti. Merkel volentieri rinuncerebbe alla sua attuale leadership in EU se qualcun altro fosse interessato a mantenere unita l’EU e a pagare per questo. La Francia, invece, è felice di giocare da secondo violino, se non altro perché è economicamente meno stabile, e, le alleanze degli altri paesi – come la coalizione europea orientale anti-immigrati – sono puramente situazionali, non tentativi d’assumere un ruolo di primo piano.

Nel 2016, il dominio tedesco in Europa non esiste. L’unico vantaggio che la Germania ha in più dei suoi vicini è la sua forte economia. L’UE non si sta trasformando in uno Stato federale in tempi brevi, e gli avversari di una maggiore integrazione dovrebbero per questo ringraziare il vecchio complesso d’inferiorità tedesco.

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About Bedris,

Lituano di nascita, culturalmente cresciuto in Lituania, Italia e America. Dopo un lungo periodo di professione forense, ho deciso di dedicarmi al giornalismo. La nuova professione la intendo libera da paletti idelogici, essenziale e aperta a condividere le conoscenze con chi legge. Collaboro con alcune testate e scrivo su un mio blog.

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