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19 novembre 2017

San Pietroburgo: un forum privato


Due anni fa, mentre gli occidentali cercavano d’isolare la Russia sia economicamente che politicamente, il presidente Vladimir Putin ha pazientato; quest’anno al Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo Economic Forum (SPIEF) – un evento annuale informalmente conosciuto come il Davos russo – ha dimostrato che la pazienza sta dando i suoi frutti, ma non è ancora a portata di mano.
I partecipanti al Forum sono stati molti di più che nel 2014 – quando, all’indomani dell’annessione della Crimea, i leader occidentali e i top dirigenti erano rimasti lontani perché la Russia era tossica – o dell’anno scorso – subito dopo l’accordo di pace di Minsk che ha “sospeso” i combattimenti in Ucraina orientale. Quest’anno, il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha ancora una volta messo in guardia le aziende americane dall’essere presenti per i “rischi evidenti, sia economici che di reputazione, associati ad un governo che sta violando i principi fondamentali dello Stato di diritto internazionale intervenendo militarmente in un paese vicino”: eppure il CEO della Exxon Mobil, Rex Tillerson, era presente.

Così hanno fatto molti altri leader: il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, il primo ministro italiano, Matteo Renzi, l’ex presidente francese, Nicolas Sarkozy. La presenza dei leader della Crimea occupata e dei ricchi amici di Putin che sono sotto sanzioni internazionali, non ha impedito a questi dignitari stranieri di partecipare e di dare una spinta all’ego di Putin.
A volte, si potrebbe anche pensare che le loro posizioni siano molto vicine a quelle del presidente russo su alcune questioni economiche. Juncker, per esempio, giovedì ha sostenuto: “Per l’Unione europea e la Russia un giorno il premio potrebbe essere grande: una vasta regione governata da uno Stato di diritto, dove ci si scambia liberamente e si lavora assieme su progetti comuni”.

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Venerdì, nel suo discorso di apertura, Putin ha fatto da eco alla grande visione: “Il progetto maggiore di Eurasia (UUA) è sicuramente aperto anche all’Europa, e sono sicuro che tale interazione sia reciprocamente vantaggiosa. L’Unione europea, nonostante tutti i problemi ben noti del nostro rapporto, rimane un trading chiave e un partner economico della Russia”.
La realtà, naturalmente, è più complicata. Juncker ha chiarito che la Russia sarebbe rimasta soggetto di sanzioni fino a quando l’accordo di Minsk non fosse pienamente attuato e che l’annessione della Crimea è un’azione illegittima. Renzi, nel suo discorso, s’è preso cura di confermare il tutto, forse aprendosi anche troppo. Venerdì scorso, l’Unione europea ha rafforzato il messaggio estendendo le sanzioni correlate alla Crimea per un altro anno – quelle legate all’Ucraina orientale probabilmente verranno estese per un periodo più breve.

Inoltre, Juncker e Putin hanno chiaramente parlato di diverse versioni di un accordo di libero scambio UE-Russia. Per il presidente della Commissione europea, la cooperazione deve procedere a condizioni, come ad esempio lo stato di diritto come è inteso nell’UE. Putin, da parte sua, vuole un accordo alle sue condizioni: lui sta spingendo la sua Unione eurasiatica, che comprende altri quattro paesi post-sovietici, come parte di un qualsiasi negoziato commerciale. Il presidente del Kaskistan, Nursultan Nazarbayev, che era presente al Forum, ha proposto che l’Unione eurasiatica debba avviare colloqui tecnici preliminari con l’UE per l’abbattimento delle barriere commerciali, e Putin ha parlato anche di questo con Juncker.

Anche se Putin venerdì, ha sostenuto che ci sono 40 paesi che hanno espresso il desiderio di formare zone di libero scambio con l’Unione eurasiatica, il blocco non è un successo – almeno per ora. L’anno scorso, il primo nella sua forma attuale, il volume degli scambi all’interno dell’UUA ha visto solo diminuzioni: il commercio del Kazakistan con la Russia, per esempio, è sceso di più di un quarto. Le nazioni post-sovietiche che compongono l’unione sono tutte cariche di taglienti rallentamenti economico-burocratici e devono affrontare i prezzi delle materie prime più bassi, per cui la loro integrazione economica non è di grande aiuto. Inoltre, il Kazakistan, la Bielorussia, l’Armenia e il Kirghizistan non commerciano tra di loro – il blocco rimane accentrato sulla Russia.
Per l’UE, non c’è senso di spingersi troppo in profondità nei negoziati commerciali con un’entità traballante che, per ora, rappresenta soprattutto il tentativo di Putin di ricreare in una qualche forma l’Unione Sovietica. L’Unione eurasiatica non necessariamente sopravvive alla rimozione dal potere di Putin o addirittura di Nazarbayev, e, se l’Unione Euroasiatica dovesse cadere a pezzi nei prossimi 15 anni, non varrebbe la pena risolvere la moltitudine di problemi tecnici che si presenterebbero con un accordo commerciale “interbloc”. La volontà di mantenere le sanzioni finanziarie collegate all’Ucraina può far apparire un’Europa indebolita – è per questo che figure come Juncker e Renzi sono disposti a parlare con Putin sul suo terreno di casa – ma questo non significa che sono pronti a lavorare con lui alle sue condizioni.

St. Petersburg International Economic Forum

Putin, dal canto suo, non fa mistero di volere proprio questo. “Non abbiamo rancore – ha sottolineato agli europei, ribadendo una frase che ha usato un anno fa allo stesso forum – La Russia non ha avviato la discordia che oggi abbiamo, i problemi e non ha introdotto le sanzioni”.
Putin ha invitato i politici occidentali a seguire l’esempio delle loro imprese che vogliono sviluppare relazioni con la Russia – ha twittato Alexei Pushkov, il capo del Comitato per le relazioni estere del Parlamento russo – Questo è ciò che accadrà alla fine: la diga di sanzioni scoppierà”. Alcuni dirigenti europei – come il presidente della Nestlè Peter Brabeck-Letmathe – sono apertamente contrari al regime delle sanzioni e a San Pietroburgo hanno espresso questa posizione. Eppure, la visione di Pushkov è troppo ottimistica. Il modo in cui Putin incornicia un ritorno alla cooperazione rimane sgradevole per gli europei.

Nella sessione di domande e risposte dopo il discorso, Putin ha accusato l’Ucraina della lenta attuazione dell’accordo di Minsk e ha insinuato che gli Stati Uniti stessero mettendo un cuneo tra l’Europa e la Russia. Putin ha fatto del suo meglio per sembrare fiducioso dello stato dell’economia russa: la crescita farà un balzo, la Russia ha mantenuto le sue riserve internazionali, l’inflazione è più bassa e la fuga di capitali è diminuita; lui, armato dalle recenti proposte economiche dei suoi consiglieri liberali, ha parlato di tagliare il deficit di bilancio non petrolifero della Russia del 50 per cento in cinque anni, di creare più posti di lavoro nelle piccole e medie imprese e di togliere potere alle forze dell’ordine affinché smettano di entrare negli affari aziendali. Queste idee e promesse, tuttavia, sono state espresse molte volte in passato, senza avere molto effetto sul clima economico della Russia, come ha spiegato al forum, quando ha detto che il ministero della salute russo ha vietato la vendita del brevetto britannico Reckitt Benckiser dei preservativi Durex, il marchio più popolare in Russia, per un problema burocratico di certificazione – si aspettava una busta.
Non c’è da stupirsi che, come è successo nei due anni precedenti, non siano stati annunciati grandi investimenti occidentali o progetti congiunti con le imprese russe, i partecipanti di alto profilo, come Tillerson o il fondatore di AlibabaJack Ma, hanno guardato, ascoltato e hanno parlato, ma a quanto pare non hanno fatto offerte.

È incoraggiante che i top manager e i politici occidentali non s’arrendano alla Russia, ma è anche chiaro che Putin vede la loro volontà di partecipare al suo forum come un segno di debolezza. Non è chiaro cosa loro possano aver acquisito visitando San Pietroburgo, potrebbero semplicemente aver contribuito a gonfiare ancora di più l’egocentrismo di Putin. Il regime russo non è in fase di scongelamento, non si sta ritirando dalla sua assertività geopolitica o dal suo tenace statalismo economico, e, se i visitatori occidentali pensavano di vedere qualcosa di diverso, è un segno che sono dei grossi ingenui; ma se non avessero partecipato, non avrebbero ricevuto la palma di turisti glorificati.

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