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23 settembre 2017

La storia europea ingrana una strana retromarcia


Se giovedì la Gran Bretagna dovesse votare per lasciare l’Unione europea, è probabile che diventi la scintilla di un processo di frammentazione delle strutture politiche e di sicurezza su cui si era costruito il post guerra mondiale e il post guerra fredda europeo; mentre se dovesse tornare indietro dal baratro, le eredità dei lividi del dibattito intrapreso, come la crescente tendenza ad indire referendum nazionali per questioni europee e la reazione contro la globalizzazione internazionale, non scemeranno molto fretta. Fino a che punto e quanto velocemente il contagio possa diffondersi in caso di un voto Brexit, nessuno lo può sapere; ma non ci dobbiamo aspettare che questo si limiti esclusivamente ad un solo grande paese dell’UE.

Il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, uno storico ed ex primo ministro polacco, che ha partecipato alla lotta per rovesciare l’imposto regime comunista sovietico nell’Europa orientale, è stato sia testimone, che attore di quella particolare storia.
Tusk, che conosce per esperienza personale cosa significhi essere dalla parte sbagliata di un muro o di un confine, la scorsa settimana ha sottolineato: “Brexit potrebbe essere l’inizio della distruzione non solo dell’UE, ma anche della civiltà politica occidentale nella sua interezza”.
I politici di altri paesi, consapevoli che il primo ministro britannico David Cameron, con la sua tattica di chiedere una rinegoziazione dei termini d’adesione all’Unione europea, ha usato il plebiscito come leva per vincere il referendum, saranno spinti con rabbia a fare altrettanto, ben coscienti che il primo ministro inglese ha giocato alla roulette russa con il futuro europeo solo per porre fine ad un tentativo di guerra civile in seno al suo partito.

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In caso di un Brexit, i fondatori dell’UE – Germania e Francia – dovranno adoperarsi per puntellare ciò che rimarrà dell’UE e proporre nuovi progetti di sicurezza e difesa; ma la loro mancanza di un accordo su come rafforzare la zona euro – e la prospettiva di un incremento dei populisti anti-UE nei vari paesi membri – rende impossibile per ora ogni grande iniziativa d’integrazione.
Le forze di disgregazione europea, alimentate dal malcontento economico, la paura della perdita dei posti di lavoro per la concorrenza straniera o gli immigrati e le ansie di società che invecchiano, sono in aumento in molti paesi.
Gli euroscettici dei Paesi Bassi nel mese di aprile hanno costretto, con una petizione appena sufficiente per ottenere un valido “NO”, un referendum su un accordo Ue per legami più stretti con l’Ucraina, lasciando le autorità olandesi e comunitarie con un enigma legale.

Il primo ministro ungherese Viktor Orban, che si vanta d’aver istituito una “democrazia illiberale”, sta progettando per il mese di ottobre una votazione pubblica, per sfidare le norme comunitarie che obbligano gli Stati membri a condividere l’onere di prendere i rifugiati che stanno inondando la Grecia e l’Italia.
In Austria il mese scorso, una destra euroscettica, sfidando Bruxelles e carica di ostilità verso gli immigrati, non è riuscita per un soffio a vincere le elezioni presidenziali.
L’ultimo sondaggio del Pew Research Center sugli atteggiamenti europei, dimostra che il sostegno pubblico per l’Unione europea sta crollando in tutta Europa, con un picco in Francia, dove solo il 38 per cento ha un’opinione favorevole dell’Unione, sei punti in meno che in Gran Bretagna.
Tali risultati non indicano necessariamente che altri paesi non siano propensi a lasciare il blocco. Ironia della sorte, a sostenere l’UE in modo molto forte sono la Polonia e l’Ungheria, che sono i principali beneficiari dei fondi di Bruxelles, ma hanno anche due dei maggiori governi euroscettici dell’Unione.

L’ostilità del pubblico con le condivisioni però, – finanziarie, umanitarie o geopolitiche – aveva già guadagnato terreno in Europa, anche prima dell’idea del voto britannico.
In un certo senso i populisti hanno già vinto, perché sono loro che fissano le agende dei partiti tradizionali – ha scritto Heather Grabbe, dell’Istituto universitario europeo di Firenze.
Tra i più allarmati sono gli strateghi degli Stati Uniti e della NATO, l’alleanza di difesa transatlantica, che sono convinti che un voto britannico Brexit, lasci l’UE indebolita e che l’Occidente perda l’univoca volontà d’affrontare le sfide alla sicurezza, tra cui si possono includere: una Russia più assertiva; la militanza islamica; le guerre in Medio Oriente e nel Nord Africa che hanno spostato milioni di rifugiati; le pressioni migratorie provenienti dall’Africa sub-sahariana; e gli attacchi informatici alle reti economiche e di sicurezza.

Londra è stata a lungo un socio di Washington sui temi di difesa e intelligence, ma seppur trainata dagli Stati Uniti, è stata molto riluttante ad unirsi all’azione militare nelle impopolari guerre in Iraq e in Afghanistan. La NATO sta mettendo a dura prova la società europea per trovare nazioni disposte a ricevere i modesti numeri di truppe in rotazione, ideate per sostenere gli alleati baltici e quelli dell’Europa orientale, allarmati dal sequestro russo della Crimea e dal supporto di Mosca ai ribelli filo-russi in Ucraina orientale.

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Alcuni sostenitori di Brexit sostengono che l’UE è “la storia di ieri” e che l’uscita permetterebbe al Regno Unito di essere più globale.
Eppure il voto d’uscita, considerando che Londra è la più grande economia e potenza militare dell’Europa, porrebbe l’Unione e la Gran Bretagna davanti a diversi anni di dibattiti per discutere i termini del divorzio. Il Regno Unito, con entrambi i principali partiti politici impantanati in recriminazioni e accenti sulla chiusura delle frontiere, piuttosto che sulla tradizione britannica d’intervento liberale, diventerebbe più introspettivo.
Il progetto europeo che ha avuto inizio dopo la Seconda Guerra Mondiale e che ha fatto così tanto per garantire che l’Europa tornasse ad essere un luogo di stabilità e di non violenza, è in pericolo – ha riferito Richard Haas, il presidente del Consiglio delle Relazioni estere degli Stati Uniti e un ex politico pianificatore del Dipartimento di Stato.

Scrivendo sulla rivista American Interest, Haas ha osservato che per gli strateghi statunitensi, il continente che ha scatenato due guerre mondiali, dopo la fine della guerra fredda fosse diventato “noioso”.
Brexit da solo non renderebbe l’Europa più interessante, ha continuato Haas, ma contribuirebbe ad un lento dipanarsi dello stabile ordine europeo, lasciando sia l’Unione europea che il Regno Unito “più deboli e più divisi”.

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About Bedris,

Lituano di nascita, culturalmente cresciuto in Lituania, Italia e America. Dopo un lungo periodo di professione forense, ho deciso di dedicarmi al giornalismo. La nuova professione la intendo libera da paletti idelogici, essenziale e aperta a condividere le conoscenze con chi legge. Collaboro con alcune testate e scrivo su un mio blog.

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