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12 dicembre 2017

Senza difese con solo offese


Tutti gli addetti ai lavori affermano sempre più convinti che gli accordi di Minsk non hanno alternative, tuttavia, giorno dopo giorno sta diventando sempre più chiaro che questo processo di negoziazione è in un vicolo cieco, un tunnel senza luce e senza un fine, e nel prossimo futuro, non ci sarà nessuna soluzione al conflitto. Nel frattempo, i politici europei stanno diventando sempre più sfacciati: perché dovremmo continuamente tenere le sanzioni se non c’è una fine a questa guerra? La scorsa settimana al Forum Economico di San Pietroburgo c’è stata una chiara dimostrazione di come i politici europei stanno vedendo il Donbas. L’ex presidente francese Sarkozy, ad esempio, ha implorato Putin che sollevi le controsanzioni russe sull’Europa, perché “il più forte deve decidere per primo, e chi ha il coltello dalla parte del manico è la Russia con il suo presidente Putin”.

Durante il suo discorso, ha affermato che il tentativo d’integrazione ucraino con l’Europa è stato un errore, mentre “quando l’esercito russo si era fermato a 40 chilometri da Tblisi nel 2008, la Russia stava esattamente mettendo in mostra la sua forza”. Sarcozy, s’è anche inorgoglito d’aver convinto personalmente i russi a non invadere ed occupare la capitale georgiana. Il primo ministro italiano, Matteo Renzi, non s’è perso d’animo in mezzo al marasma, ed ha definito gli europei “schiavi di Washington”. Dopo tutto, secondo la logica russa, tutto il male arriva da oltre oceano, e l’Europa è costretta, suo malgrado, a sopportare le sanzioni. L’altro giorno l’Ue ha ufficializzato che le sanzioni verranno tenute per altri sei mesi, anche se la formalizzazione avverrà a fine luglio, ma tra sei mesi, gli europei che non vorranno più le sanzioni saranno aumentati, anche se nulla sarà accaduto nell’attuazione dell’armistizio di Minsk.

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Sembra che l’Europa abbia paura – o, forse per dei bonus economici, non voglia – a chiamare le cose con il loro nome. I politici europei sono tanto impegnati nella verbosità, ma ignorano l’elementare reale situazione che vige sul terreno: la Russia ha occupato militarmente una parte ucraina del Donbas, e ora ne ha il pieno dominio militare, economico e politico. Questo non è un segreto per nessuno, oppure lo è per chi si vuole mettere le fette di prosciutto sugli occhi per motivi totalmente personali.

Dell’invasione russa del Donbas – non consideriamo la Crimea – ci sono prove ogni giorno. Lunedì ad esempio, gli osservatori OSCE hanno visto i russi nella stazione militare di Zhitel, un paese subito fuori dalla città di Donetsk; ma nessuno ha avuto il coraggio d’affermare che si trattassero di soldati russi, sono ancora una volta dei “minatori e agricoltori” in rivolta. I rapporti degli attacchi russi alle forze ucraine, sono diventati così comuni che non vengono nemmeno più nominati dai media occidentali; ma allo stesso tempo, è diventato ordine del giorno, nominare Mosca che chiede “l’attuazione della parte politica dei negoziati”. Tradotto in linguaggio normale, questo significa che il Cremlino continuerà ad uccidere fintanto che Kiev non emetterà gli emendamenti Costituzionali, come imposto dal Cremlino, non fornirà la legittimità e lo status speciale ai territori occupati dai russi, non si prenderà in carico d’avere nel suo parlamento i rappresentanti – nel numero adeguato come costituzionalmente sancito – dei due “Stati” i quali avranno diritto di veto su ogni decisione che le autorità ucraine dovessero emendare.

Ma questo cavallo di Troia posto nel Donbas e in centro a Kiev, non garantisce nemmeno la fine delle ostilità militari. In tutto questo cosa ci trova di positivo l’Occidente? Da quale presupposto partono le varie capitali europee per appoggiare la linea militare-diplomatica russa? Non è Kiev che non adempie ai suoi obblighi, c’è forse qualcuno che può documentare dove l’occupazione russa è legittimata? Se esiste un tale accordo, beh! Allora il popolo ucraino si deve ricredere! Se oggi Kiev accettasse le richieste di Mosca, sarebbe come se si portasse in casa un cavallo di Troia, ma non solo pieno di 300 persone armate come nell’antica Grecia, ma colmo di soldati, carri armati e sistemi missilistici, senza nominare tutto il sistema politico e di comando. Come dovremmo definire una tale situazione: occupazione, annessione, o business as normal? Sembra che gli europei intendano e vedano solo l’ultima possibilità. Durante il forum di San Pietroburgo, Putin ha sostenuto che la “Russia non ha alcun rancore con l’Europa” e che si può facilmente reiniziare ad operare come si faceva un tempo, tanto le “aziende europee lo vogliono e sono solo i politici che si devono adeguare”. Mosca in pratica ha già detto esplicitamente, che negozierà direttamente con i gruppi industriali europei e che così succederà anche con i leader politici.

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La presidenza di Putin, è limitata dalla durata della sua vita biologica, ma il potere di Merkel, Hollande, o Poroshenko finirà con la prossima elezione. La nuova classe politica che ne uscirà potrebbe decidere d’attenuare o addirittura rimuovere le sanzioni, così come tutte le altre forme di pressione sulla Russia. Gli ucraini hanno la necessità di fare i conti con i loro problemi e cercare di domare da soli i loro arroganti vicini, il sostegno occidentale appare sempre più come un’elemosina finalizzata ad assecondare la violenza russa. Dopo tutto, nonostante tutte le dichiarazioni e i desideri ucraini d’aderire alla NATO, Kiev rimane un paese non allineato, per cui nessuno alla fine vuole sporcarsi le mani o perdere i propri vantaggi.

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