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18 novembre 2017

Una generale contaminazione


La decisione del Comitato olimpico internazionale di concedere agli atleti russi la possibilità di competere alle Olimpiadi di Rio se sono in grado di dimostrare che non hanno usato sostanze dopanti, non sarà molto bene accetta negli altri paesi; tuttavia, è stata una scelta oculata e giusta. Ma porta anche alcune sfumature sgradevoli: viene richiesto formalmente, che l’atleta dimostri che non è contaminato dal regime marcio che gestisce il paese. approfondimento

Martedì scorso, il vertice olimpico – un incontro di alti funzionari del CIO – ha adottato una dichiarazione che sosteneva una decisione fatta dall’Organo di governo di controllo sportivo mondiale, di vietare alla Federazione Atletica Russa le gare internazionali. Tale risoluzione si basava sulla constatazione della World Anti-Doping Agency di una chiara cultura del doping sostenuta dallo Stato – anche il Kenya è stato dichiarato non conforme. Così il CIO, ha affermato che gli atleti provenienti da questi paesi non sarebbero stati automaticamente considerati puliti; ma che, avrebbero dovuto fornire prova della loro conformità alle norme antidoping alle federazioni internazionali:
Il vertice Olimpico mette la “presunzione di innocenza” degli atleti provenienti da questi paesi in seria discussione. Di conseguenza, ogni Federazione Internazionale (IF), al fine di garantire le condizioni di parità degli atleti nella loro specialità sportiva, deve prendere una decisione sull’ammissibilità di tali agonisti su base individuale. In questo processo decisionale, l’assenza di un test nazionale positivo anti-doping non dovrebbe essere considerato sufficiente dalle IF. Ciò significa che le rispettive IF, oltre ai test nazionali anti-doping, devono tener conto di altri affidabili e adeguati sistemi di prova”.

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Questa è la decisione più favorevole che la Russia avesse potuto sperare. Il governo russo era preparato ad un “divieto totale che si sarebbe potuto anche estendere oltre all’atletica leggera – ha riferito lunedì il ministro dello sport, Vitaly Mutko, e martedì, prima della riunione del CIO, il parlamento russo ha emesso ed approvato una dichiarazione che condanna un possibile divieto generale:
Sembrava che l’utilizzo dello sport, come arma politica delle differenze ideologiche, fosse passato da tempo, eppure oggi alcune persone stanno cercando d’utilizzare tale arma per ritornare nella discarica della storia”.

L’ansia implicita in queste dichiarazioni è comprensibile: i rispettati atleti occidentali sono arrabbiati per la lentezza dei funzionari antidoping nell’esporre il sistema di doping russo. La comunità atletica sta facendo pressione sui funzionari per tenere lontana la Russia dai giochi, perché è stata palesemente disonesta a livello sistemico: il Cio avrebbe semplicemente potuto approvare un divieto totale, ed evitarsi così il fastidio di trattare con i singoli casi e con le accuse che potrebbero consentire la partecipazione di potenziali imbroglioni.
Il presidente del CIO, Thomas Bach, sarà certamente criticato per la decisione presa martedì, e avrà conseguenze disordinate. La Federazione Atletica Russa e il Comitato Olimpico porteranno il loro caso alla Corte internazionale di Arbitrato per lo Sport, mentre i singoli atleti cercheranno – e in alcuni casi non s’affermeranno – di dimostrare la loro idoneità alla competizione. Ma, anche coloro che riusciranno ad aggregarsi alla competizione rimarrano sempre sotto una nube di sospetto: la recente indagine della WADA sulla Russia ha completamente rovinato la reputazione del paese. L’aperta interferenza dell’apparato di sicurezza russo a nascondere le violazioni antidoping, ha evidenziato che il problema è andato ben oltre ai tentativi di alcuni singoli allenatori e/o dirigenti sportivi.

È giusto, però, che a Rio, ad alcuni atleti venga permesso di competere sotto la bandiera russa, piuttosto che, come qualcuno aveva suggerito, di partecipare come atleti “neutri”. La bandiera, dopo tutto, rappresenta il paese e la sua gente, non il regime. Mutko, il ministro dello sport che ha fatto ben poco per evitare lo scandalo doping, si è opposto alla richiesta di partecipazione alle Olimpiadi del delatore, Yulia Stepanova, le cui rivelazioni hanno portato al divieto. Eppure l’organo di governo dello sport le ha concesso il suo permesso, e con lei sfileranno altri russi: la bandiera appartiene tanto a lei quanto a Mutko.

Il presidente Vladimir Putin ha costruito l’attuale sistema russo, che unisce spettacoli di patriottismo con cinica corruzione. In un paese governato da un leader autoritario, le mancanze del sistema sono tutte colpa del leader: ciò rende lo scandalo doping una responsabilità di Putin. Eppure Putin è egli stesso un ex atleta, e sembra incapace, per scrollarsi di dosso il divieto, di voler usare l’idea della concorrenza sleale come un altro esempio dell’ostilità occidentale verso la Russia. Ha fermato i suoi fedelissimi che volevano usare questo divieto come carta di propaganda, e non ha chiesto un boicottaggio olimpico, come alcune teste calde gli hanno suggerito. Putin spera chiaramente che il Cio conceda ad alcuni russi la possibilità di competere.

Invece di essere tolti in un battibaleno dalle Olimpiadi, Putin vuole che i suoi funzionari “proteggano gli interessi dei suoi atleti non connessi con il doping”. Ciò significa che è d’accordo con il divieto atletico e che accetta di fornire la prova di conformità per ogni singolo caso.
La Russia probabilmente, grazie alla preferenza di Putin per la conformità sulla teatralità, non sarà in grado di mettere in campo una squadra decente alle Olimpiadi; ma la decisione del CIO ha esposto un disagio ben più profondo.

In tutta una serie di attività – dal commercio alla cultura – i partner occidentali vogliono la prova russa che non fanno parte del regime di Putin: i russi, che vogliono acquistare proprietà o che sono potenziali partner commerciali, devono affrontare severi controlli, maggiori di quelli che richiedono le normali transazioni; le personalità della cultura russa e gli accademici non sono invitati agli eventi internazionali, perché sono noti come lealisti di Putin che sostengono l’invasione della Crimea o la guerra in Ucraina orientale; molti russi – tra cui alcuni avversari di Putin che sono meno vocali – hanno notato che non sono i benvenuti in Occidente, come lo erano prima dell’annessione della Crimea.

Russia

Il CIO ha formalizzato una sensazione: i russi devono dimostrare di essere puliti. Si presume – sulla base degli abbondanti dati – che il regime abbia danneggiato tutti coloro che vivono nel paese.
Per i cittadini russi questo è uno stigma difficile da accettare, ma qui entrano in ballo delle scelte personali: uno può supporre, come molti russi già fanno, che l’Occidente stia odiando il paese e tutto il suo popolo, oppure un altro deve per forza dimostrare che la contaminazione di Putin non cade su di lui. Si può anche capire che alcuni possano vedere la seconda opzione come umiliante, ma onestamente non possono sostenere la prima perché è vero che il regime è marcio ed è meritevole di condanna. Questo comunque non significa che la bandiera non appartenga a tutti.

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