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24 settembre 2017

Con le sole sanzioni non succederà nulla 


Alcuni ospiti dell’appuntamento della scorsa settimana, il Forum Economico di San Pietroburgo – la conferenza economica di punta di Putin – hanno sollevato ferventi speranze per un riavvicinamento russo all’Unione Europea. Tra questi, c’è stato Matteo Renzi, il primo ministro italiano, che ha intrattenuto la folla puntando sull’importanza dei valori come la cultura, la bellezza e ha spiegato che l’Italia e la Russia sono legate da un profondo legame storico: “La parola guerra fredda non ha più senso nel terzo millennio, la Russia e l’Europa devono tornare ad essere buoni vicini di casa”; il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, ha sottolineato le ragioni della sua visita: “Nelle prossime settimane l’Unione europea e i suoi Stati membri saranno impegnati in una serie di importanti riunioni. Dedicheremo molto tempo a discutere delle nostre relazioni con la Russia. Sono dell’opinione che dobbiamo anche parlare con la Russia, con i suoi leader e con il suo popolo. Ad alcuni potrebbe sembrare un’idea radicale, per me si tratta semplicemente di buonsenso”. Il Presidente ha poi ribadito che gli accordi di Minsk vanno attuati con urgenza, come primo passo verso un miglioramento delle relazioni: “La Russia è parte dell’accordo di Minsk. Ha preso impegni e li ha formalizzati in un documento, come hanno fatto gli altri firmatari. Non ci sono dubbi, dunque, sul prossimo passo: piena attuazione degli accordi. Niente di più, niente di meno”. Tuttavia, alla fine di questo mese le sanzioni saranno riapprovate e verranno estese fino a gennaio 2017.

L’UE, nonostante i soliti battibecchi, sta tenendo la linea delle sanzioni con il forte sostegno di Merkel; ma le domande sulla loro efficacia rimangono sempre aperte. Alcuni critici occidentali sostengono che le sanzioni siano solamente una scusa occidentale per dire “stiamo facendo qualcosa”, ma che di fatto non stiano cambiando il comportamento russo e nemmeno stiano dando stabilità all’Ucraina.
Le sanzioni, mirate a colpire quei settori dell’economica dotati di una particolare valenza strategica per il regime, sono la via di mezzo tra una guerra costosa da un lato e un regime di fragile deterrenza dall’altro.
I precedenti storici dei regimi di sanzioni non risultano, tuttavia, essere particolarmente promettenti: basti pensare al caso dell’Iraq, dove le sanzioni non ottennero significativi risultati politici, ma contribuirono al disastroso deterioramento della società e causarono un peggioramento delle condizioni di vita della popolazione. Per questa ragione si è indotti a pensare che il successo e l’efficacia delle sanzioni sia un’eccezione piuttosto che la regola, anche se vi sono stati comunque diversi casi di successo.

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Infatti, nel caso delle sanzioni contro l’ex Jugoslavia negli anni 1992-1995, nonché nel periodo 1998-2000, le misure adottate contro Belgrado ottennero importanti risultati politici, senza per questo disintegrare la società serba.
Nel caso della Libia, le sanzioni portarono alla consegna, da parte del regime di Tripoli, dei responsabili della strage di Lockerbie. Nel caso di Cambogia e Angola, ci furono risultati importanti. In merito all’efficacia delle sanzioni contro la Russia vi sono numerose opinioni contrapposte. Secondo alcuni studiosi, in una congiuntura economica come quella attuale, una serie di misure sanzionatorie volte a colpire pesantemente il settore energetico, avrebbe ripercussioni drammatiche sul prezzo del greggio e quindi, conseguentemente, sull’economia globale. A questo proposito, però, occorre dire che anche le alternative a un regime di sanzioni potrebbero causare un considerevole aumento del prezzo del greggio.

Ad esempio un attacco militare preventivo avrebbe certamente un effetto simile. Si potrebbe obiettare che pesanti sanzioni contro il settore energetico potrebbero indurre il governo russo a interrompere le sue forniture di petrolio e gas ai paesi occidentali, ma va anche sottolineato che l’economia russa, è in grave crisi.
Per questo motivo la Russia ha disperatamente bisogno degli introiti provenienti dalla vendita dei suoi prodotti energetici agli occidentali, e di conseguenza sospendere le forniture come mezzo di ritorsione finirebbe per causare danni considerevoli al regime. Vi sono poi tutti coloro che sono convinti del fatto che le sanzioni non porteranno mai al risultato sperato, in quanto Mosca non potrà mai essere dissuasa in alcun modo dal cambiar corso sulle sue attività in Ucraina.

Sostanzialmente la Russia continuerà la sua destabilizzazione e annessione anche sotto un altro regime e sarebbe quindi più conveniente per gli occidentali essere accomodanti piuttosto che rischiare futili, ed economicamente costose, tensioni con Mosca.
Probabilmente, se la Russia fosse una democrazia funzionante, responsabile e trasparente, se trattasse i suoi cittadini e i suoi vicini in maniera rispettosa, le sue ambizioni egemoniche resterebbero ugualmente una realtà molto scomoda agli occhi degli occidentali, ma non così inquietanti come ora. Se la Russia fosse una democrazia autentica, le sue ambizioni desterebbero meno ansietà. Come detto in precedenza, non sempre le sanzioni hanno prodotto gli effetti sperati, ma hanno insegnato sicuramente che per essere efficaci, cioè per indurre un cambiamento di politica da parte del regime fatto oggetto di sanzioni, devono ridurre il più possibile l’impatto umanitario, devono essere accompagnate da incentivi sufficientemente allettanti in modo da indurre il Governo fatto oggetto di misure restrittive a cambiare corso, e devono essere accompagnate da effettivi meccanismi di attuazione delle norme restrittive. Occorre assicurarsi dell’esistenza di un apparato burocratico, politico e legislativo in grado di permettere un’applicazione adeguata delle norme in questione. Non è sufficiente, quindi, adottare norme restrittive sul commercio e sulle operazioni finanziarie, ma occorre assicurarsi che i paesi interessati siano in grado di applicare tali norme.

Con riferimento alla sanzioni imposte dall’Unione Europea, uno dei maggiori problemi in sede di efficacia delle sanzioni stesse, consiste proprio nel fatto che il controllo delle esportazioni, e quindi l’attuazione del regime sanzionatorio, passa attraverso ventisette agenzie nazionali con caratteristiche molto diverse le une dalle altre. L’Europa dovrebbe, dunque, prendere dei provvedimenti che non hanno nulla a che fare con l’inasprimento delle sanzioni, ma che metterebbero gli Stati membri in condizione di attuare in modo più diligente e incisivo le misure esistenti.
In conclusione, la strada delle sanzioni non è certamente popolare, si scontra regolarmente con gli interessi corporativi, con i gruppi di pressione e con dei genuini interessi economici che frenano le iniziative politiche e ne riducono lo spazio di manovra. Tuttavia, la grande dipendenza economica e tecnologica della Russia dall’Europa, offre a quest’ultima una robusta leva di pressione con cui ottenere dei risultati politici importantissimi senza colpo ferire. Si tratta di una scelta difficile, ma comunque preferibile alle alternative delle quali abbiamo parlato. Il regime delle sanzioni appare, quindi, il male minore tra le alternative di una guerra, e, nonostante ciò, a causa delle varie lacune e problematiche viste, per il momento il regime sanzionatorio non ha raggiunto l’obiettivo prefissato, ossia quello di arrestare la destabilizzazione del Donbas. Ma, ancora più importante, l’obiettivo russo nel Donbas, a differenza della Crimea, non è quello di prendersi più territorio, ma cercare di destabilizzare l’Ucraina mettendo come facciata i suoi proxi e come deterrente il fatto che ogni dilazione di tempo ad attuare ciò che Mosca vuole è una perdita di nuovo sangue.

L’attuale obiettivo del mantenimento della sanzioni, anche se la Russia ha fatto ben poco per porre fine al conflitto, è di continuare a pressare Mosca per implementare l’accordo di pace di Minsk. Il capo della diplomazia americana di questa particolare questione, Victoria Nuland, come segno che il processo è congelato, è arrivata a Kiev e poi si recherà a Mosca. Il formato Minsk, sostiene un alto funzionario americano, offre alla Russia una struttura per cambiare la sua politica; ma il Cremlino non manda nessun segno di adeguamento.
Un altro scopo dichiarato delle sanzioni è di convincere la cerchia di Putin ad agire sul capo affinché moderi le sue politiche; eppure le sanzioni imposte hanno solo rafforzato la mentalità di “fortezza russa”. Il divieto di trasferimento di tecnologia potrebbe danneggiare nel lungo periodo l’industria del petrolio, ma devono ancora avere un effetto: le imprese petrolifere russe inoltre, hanno riferito nel 2015 d’aver già risolto i loro problemi.

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La maggior parte degli economisti concordano sul fatto che le sanzioni contino molto meno del crollo dei prezzi del petrolio. Evsey Gurvich e Ilya Prilepsky, un gruppo di esperti di Mosca, stimano che il calo del prezzo del petrolio costi all’economia russa tre volte di più di quello che stanno facendo le sanzioni. La performance del rublo, rispetto al dollaro, tiene traccia dei prezzi globali del petrolio, e ha una scarsa correlazione con le sanzioni.
Le sanzioni più efficaci sono quelle che limitano i prestiti alle principali banche e società russe. La loro intenzionale vaghezza crea un effetto a catena: gli investitori si rifiutano di finanziare le aziende anche se non sono denominate direttamente. Anche gli istituti di credito cinesi, che Mosca sperava potessero colmare il vuoto lasciato dall’Occidente, sono riluttanti. Il governo russo, che non rientra direttamente sotto sanzioni, ha avuto difficoltà a raccogliere fondi il mese scorso, quando ha fatto la sua prima emissione obbligazionaria dal 2013: i governi occidentali hanno fatto pressione sulle banche per non farle partecipare. Il Cremlino ha sostituito le importazioni, imponendo in parte le proprie “contro-sanzioni” – divieto di importazione dei cibi occidentali – ma i risultati sono stati estremamente limitati, soprattutto per l’agricoltura.

Ciò di cui l’economia russa ha davvero bisogno sono gli investimenti, che sono totalmente crollati. Eppure, anche una eliminazione delle sanzioni potrebbe non far rivivere la Russia. La Banca Mondiale stima che il loro sollievo fornirebbe una spinta dello 0,9% del PIL nel 2017. Il loro effetto sulla politica russa può essere un paradosso: la guerra in Ucraina è stata in parte la risposta di Putin al rallentamento dell’economia in casa. Ancora più importante, il Cremlino crede ancora che l’inettitudine ucraina, le divisioni europee – il fresco Brexit – o una vittoria elettorale di Donald Trump possano da soli porre fine alle sanzioni; ma, mentre la Russia nutre tali speranze, le sanzioni da sole non domeranno mai il suo comportamento.

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About Bedris,

Lituano di nascita, culturalmente cresciuto in Lituania, Italia e America. Dopo un lungo periodo di professione forense, ho deciso di dedicarmi al giornalismo. La nuova professione la intendo libera da paletti idelogici, essenziale e aperta a condividere le conoscenze con chi legge. Collaboro con alcune testate e scrivo su un mio blog.

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