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22 settembre 2017

Il Brexit post mortem


Il 24 giugno, il mondo si è svegliato di fronte all’inconcepibile: il Regno Unito, sfidando le previsioni e ciò che alcuni lo consideravano una razionalità, ha votato con un 52 contro un 48 per cento di lasciare l’Unione Europea,
Può essere difficile ricordare che solo quattro anni fa l’Unione europea aveva ricevuto il premio Nobel, come il comitato ha ammesso, per aver contribuito per sei decenni “alla pace, alla riconciliazione, democrazia e ai diritti umani in Europa”: eppure, una sola ma potente votazione ha potenzialmente messo in moto il dipanarsi del progetto europeo.

L’immediata ricaduta ha incluso le dimissioni – poi ritirate e solo rimandate – dell’uomo che ha osannato al referendum, il primo ministro David Cameron, così come le turbolenze sui mercati internazionali, l’incredulità degli altri leader europei e mondiali e un grosso senso d’inquietudine a Washington. Sul fronte interno, le divisioni che hanno portato a Brexit, sono solo che peggiorate. I sentimenti contrapposti, “uscire” contro “rimanere”, vecchi contro i giovani, hanno solo ampliato le spaccature nei principali partiti politici e alimentato gli scontri tra i membri della comunità e anche le famiglie; hanno anche inasprito la Scozia, Irlanda del Nord e Londra, che tutti avevano chiaramente favorito “rimanere”. Il primo ministro scozzese, Nicola Sturgeon ha denunciato il risultato come “democraticamente inaccettabile” e ora ha promesso un’altra votazione per l’indipendenza scozzese, e a differenza del referendum del 2014, ora che è in gioco l’adesione all’UE, questo può benissimo portare alla secessione.

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Il resto d’Europa rimane altrettanto diviso. La preoccupazione di Bruxelles è che altri paesi, strappati in modo simile, possano essere incoraggiati a tenere i propri referendum nazionali. Marine Le Pen, il leader del partito di destra, Fronte Nazionale francese, ha definito Brexit una “vittoria” e ha scritto su Twitter che la Francia ha bisogno di un simile voto, è già stato coniato il termine “Frexit”. Con lo stesso spirito, Geert Wilders, il leader olandese del Partito per la Libertà anti immigrati, ha parlato di un “Nexit”. Altri partiti d’estrema destra in tutta Europa stanno riecheggiando a queste chiamate. Questa disunione arriva in un momento in cui l’Europa sta ancora lottando per riprendersi dalla crisi della zona euro e risolvere le difficoltà dei migranti che arrivano dalla Siria.

Per contrastare questo fenomeno, il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker ha chiesto che il Regno Unito inizi immediatamente il processo di uscita, forse con l’intenzione di dare un esempio di ciò che accadrà a qualsiasi altro paese che dovesse decidere di lasciare. Le regole consentono al Regno Unito due anni di negoziati, ma se non viene concordato nessun accordo, si dovrà tornare allo stato pre-1973, anno in cui il Regno Unito s’è unito a quello che allora era la Comunità economica europea, che non era molto più che un singolo mercato. Già, François Villeroy de Galhau, il governatore della Banca di Francia e membro del Consiglio direttivo della Banca centrale europea, ha minacciato di togliere i diritti conferiti dal passaporto al Regno Unito, che consentono ai servizi finanziari internazionali d’accedere al mercato UE; ma Matthew Elliott, il direttore esecutivo della campagna “Vote Leave”, si fa beffe dell’idea, contrastando che qualsiasi accordo di uscita comporti il mantenimento dei diritti acquisiti; a sostegno della sua tesi ha sottolineato che la Norvegia, che non ha il diritto di voto nell’Unione europea, ha ancora accesso al mercato unico e il privilegio del passaporto.

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L’UE sta attualmente navigando attraverso acque inesplorate, quindi non è chiaro come esattamente le trattative potranno proseguire. Ci sono domande anche sul fatto se l’uscita avverrà, in tutto o in parte. Il referendum era consultivo, quindi l’uscita formale non può avvenire senza una legislazione del Parlamento britannico. Inoltre, anche se non è ammissibile, c’è una petizione per tenere un secondo referendum; c’è inoltre la speculazione che la Scozia non possa lasciare; ma dopo tutto sta diventando chiaro che molti elettori britannici stanno vivendo il rimorso dell’acquirente: molti hanno sostenuto d’aver votato per mandare un segnale di protesta, ma non per lasciare in realtà il blocco. Il Regno Unito sta chiaramente entrando in un periodo disordinato e incerto. Quale impatto potrà avere sull’entusiasmo dei movimenti in favore di Brexit negli altri paesi dell’UE, dipenderà dall’esito dei prossimi mesi o addirittura anni.

A dire il vero, l’UE non è stata perfetta nel modo in cui è stata strutturata o nelle politiche perseguite, infatti, parte delle motivazioni dietro al referendum britannico sono quelle di consentire agli elettori di offrire un input su come riformare il rapporto del Regno Unito con l’UE; ma il risultato è andato ben oltre a ciò che Cameron o anche gli altri euroscettici britannici avevano voluto. Visto in questo modo, Brexit è uno scortese campanello d’allarme per i governi degli altri 27 Stati membri e per i leader delle principali istituzioni dell’UE. Ci sono due possibili rivestimenti per questa nube scura: in primo luogo, è possibile, anche se difficile immaginarlo in mezzo alle attuali turbolenze, che l’UE possa ascoltare la chiamata per la riforma ed emergere dalla debacle di Brexit più snella, più efficiente, e più strettamente in sintonia con ciò che vuole la gente europea; in secondo luogo, potrebbe risultare che i costi del referendum e di Brexit sono così grandi per il Regno Unito – sia politici, economici e sociali – che possano essere sufficienti per far pensare due volte agli altri stati UE prima di arrivare al voto. Il Regno Unito è un pioniere in questo senso, e la sua esperienza potrà alla fine essere un salutare monito per gli altri.

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About Bedris,

Lituano di nascita, culturalmente cresciuto in Lituania, Italia e America. Dopo un lungo periodo di professione forense, ho deciso di dedicarmi al giornalismo. La nuova professione la intendo libera da paletti idelogici, essenziale e aperta a condividere le conoscenze con chi legge. Collaboro con alcune testate e scrivo su un mio blog.

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