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18 novembre 2017

Mettere dello zucchero nel conflitto non aiuta


La situazione in Ucraina è in procinto di degenerare ancora una volta: l’accordo di Minsk è appeso a un filo che si sta sfilettando giorno dopo giorno, anche ieri i filo russi hanno attaccato le forze ucraine per ben 61 volte.
Nelle ultime settimane siamo stati tentati di pensare che in una qualche misura la situazione in Ucraina orientale si stesse placando, gli Osservatori dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE) hanno segnalato incidenti lungo tutta la linea del cessate il fuoco su una base quasi quotidiana, ma le armi pesanti vengono utilizzate raramente: ora, il periodo di insidiosa calma sembra finito, ieri come detto, 61 attacchi, il giorno prima 50 e due giorni fa 48.

Utilizzando i mortai e i carri armati, i combattenti filo russi delle “Repubbliche Popolari di Donetsk e Lugansk” (DNR, LNR) hanno lanciato un ulteriore attacco militare massiccio sulla strada principale che si estende verso ovest e che conduce a Donetsk. Questo attacco potrebbe aprire la strada ad una nuova offensiva su larga scala, che il presidente Poroshenko sta temendo da alcuni giorni.
Finora, nessuno si è fatto avanti per dichiarare che l’accordo di Minsk è fallito, tutti parlano di “battuta d’arresto” e “violazione del contratto”. I politici europei stanno esprimendo la loro preoccupazione e l’allarme per una nuova spirale di violenza; ma loro, come gli stati Uniti hanno preso l’abitudine di vedere il conflitto con gli occhiali rosa. Può il contratto di Minsk piacere a tutti? È un piano di pace realistico, se solo una delle parti coinvolte si adopera e gli altri danno spettacoli contrari agli obiettivi concordati?

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Le uniche norme del contratto di Minsk finora rispettate sono un fragile cessate il fuoco e un ritiro parziale degli equipaggiamenti militari pesanti; nessuna delle due parti sta facendo un serio sforzo per aprire un concreto dialogo – manca la fiducia tra le parti. Il governo ucraino non è disposto a riconoscere i sedicenti rappresentanti delle “Repubbliche Popolari” in qualità di partner negoziali – dopo tutto, è solo con la violenza e il sostegno militare russo che questi personaggi sono arrivati al potere. I combattenti richiedono un territorio indipendente sul suolo ucraino – dopo elezioni – con la possibilità di rappresentanza nel parlamento e l’opzione di veto sulle decisioni politiche. Come ci può essere uno spazio di manovra per un accordo, tanto più che l’armistizio prevede la conservazione dell’unità statale ucraina?

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La Russia nel frattempo, continua a negare il suo coinvolgimento nella guerra. In realtà, però, non c’è mai stata un’invasione formale russa dell’Ucraina, anche se i soldati russi spesso vengono arrestati e molti altri stanno morendo. In questo periodo dell’anno quando ci sono i ricambi dei coscritti nelle forze armate russe, i confini con l’Ucraina vengono intasati di soldati e armamenti. Il servizio di sicurezza dello Stato ucraino (SBU) alcuni giorni fa ha reso noto che l’ammassamento di soldati al confine sia da correlare ad un possibile aumento delle ostilità. Chiaro che se dovesse succedere, l’accordo di Minsk sarebbe solo parte della storia. Quattro giorni fa è arrivata Kiev, in segno che qualcosa negli accordi non sta andando secondo le previsioni, l’assistente segretaria di Stato americana, Viktoria Nuland, per poi recarsi a Mosca per un incontro con Dmitry Peskov, dove assieme studieranno delle nuove strategie operative per definire una pace. Non c’è alcuna indicazione che la Russia – o i separatisti – stiano rinunciando alla via della guerra. Tre giorni fa Alexander Zakharchenko, il capo della DNR, ha mandato un ultimatum, nel caso in cui non vengano rapidamente decise le date per le elezioni nel suo territorio, a luglio lui deciderà autonomamente. La pace non può essere raggiunta in tali circostanze. Tutto ciò che l’Ucraina può fare è continuare a segnalare una “colossale minaccia”, come sostiene spesso il presidente Petro Poroshenko.

Gli occhi ancora una volta sono impostati sui colloqui tra Nuland e Peskov, ma si nota poca volontà e nessun desiderio russo a voler chiudere l’affare. La diplomatico americana che cerca d’usare l’incontro per tracciare la strada e un modo per far aderire al dialogo Mosca, è la cosa più giusta da fare, ciò include la continuazione del processo di Minsk, anche se difficilmente se ne prevede un funzionamento. Dopo tutto, l’alternativa è la guerra. Allo stesso tempo, dovrebbe essere chiarito alla Russia, che ogni ulteriore escalation si tradurrà immediatamente in un drastico inasprimento delle sanzioni, non un sollevamento come molti suggeriscono. Lo zuccherino non è una via da seguire, l’esempio – se ne avessimo bisogno – lo abbiamo avuto ancora in UK, nel referendum Brexit, dove, per mancanza di fermezza, decisione e chiarezza, si è aperta una voragine in Europa per la quale non si può prevedere alcun risultato, proprio come in Ucraina.

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