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19 novembre 2017

Erdogan cerca la pace con Putin


Il presidente russo Vladimir Putin e il suo omologo turco Recep Tayyip Erdogan, sono troppo simili per rimanere molto tempo nemici: lunedì, il sito ufficiale del Cremlino ha pubblicato estratti della lettera che Erdogan ha inviato a Putin, in cui il leader turco si scusa dell’abbattimento dell’aereo da guerra russo del novembre scorso, e ha offerto una compensazione alla famiglia del pilota morto.
Per le inaspettate scuse ci possono essere delle ragioni economiche, ma probabilmente a mettere fine al battibecco, hanno giocato sia l’affinità ideologica che il loro comune interesse per essere sempre al centro degli affari.

Dopo che un aereo russo, mentre stava effettuando una missione militare in Siria, è stato abbattuto dalla forza aerea turca per aver attraversato per poco tempo un suo corridoio, Putin ha chiesto le scuse pubbliche e un’offerta che compensasse i danni causati, ma Erdogan ha sempre insistito che era Putin che avrebbe dovuto discolparsi in quanto era stata violata la sovranità del paese. Entrambe le parti si sono accusate a vicenda di sostenere i terroristi in Siria, e la retorica è apparsa tanto riscaldata, da far pensare che la spaccatura non si sarebbe mai rinsaldata.
Mosca, per punire Ankara, ha vietato ai suoi cittadini i pacchetti turistici in Turchia, ha proibito alle imprese di costruzione turche le edificazioni in Russia, ha tolto dal mercato la frutta, la verdura e il pollame turco. La Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo l’anno scorso, ha stimato che le sanzioni russe avrebbero creato nel 2016 una perdita alla crescita economica turca tra lo 0,3 e lo 0,7 punti percentuali: ma Erdogan è rimasto sempre imperterrito e fermo sulla sua decisione.

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Il numero dei visitatori russi ad Antalya, che negli anni precedenti era una delle mete balneari preferite dai russi, quest’anno è sceso del 95 per cento; il dato sarebbe stato tollerabile – la Turchia tradizionalmente ha turisti provenienti dall’Europa cinque volte in più di quelli che arrivano dalla Russia – ma quest’anno i britannici e i tedeschi sono rimasti lontani per una percepita paura di sicurezza, di modo che, il numero totale dei turisti qeust’anno è il 45 per cento in meno rispetto all’anno scorso. Questi numeri potrebbero aver influenzato il voltafaccia di Erdogan, ma il calcolo del leader turco è probabilmente più complesso.
Proprio mentre il Cremlino ha pubblicato le scuse di Erdogan, la Turchia e Israele hanno annunciato la normalizzazione dei rapporti diplomatici interrotti sei anni fa, dopo che otto turchi sono morti in un raid israeliano contro una flottiglia di Gaza. La riapertura del canale diplomatico con Israele può consentire alla Turchia di diversificare il suo approvvigionamento energetico: Israele ora può costruire un gasdotto a Cipro, che aiuterebbe la Turchia a ridurre la dipendenza dal gas russo. Gazprom, il produttore di gas russo di proprietà dello Stato, fornisce circa il 55 per cento del fabbisogno energetico della Turchia.

La Russia è assolutamente contraria alla proposta pipeline turca. Israele è consapevole del rischio del progetto e ha piani alternativi per inviare il gas in Egitto, liquefarlo e da lì esportarlo utilizzando le navi, non le pipeline. Per rendere possibile la pipeline, e rendere la Turchia un nodo energetico per un’ulteriore esportazione verso l’Europa meridionale, Erdogan ha bisogno di parlare con la Russia, e forse far rivivere gli accantonati piani per un nuovo gasdotto russo in Turchia.
La posizione della Turchia come gateway del Medio Orientale richiede gioco forza relazioni amichevoli con i principali attori. Erdogan è volatile, ma è anche scaltro, e lui deve aver capito che è più facile mantenere un rapporto pragmatico, quid-pro-quo con Putin, rispetto, ad esempio, che con i leader dell’Unione europea.
L’Europa ha promesso ai turchi l’esenzione dal visto in cambio della volontà turca di riprendersi gli immigrati senza documenti provenienti dal suo territorio; eppure, al fine di abolire i visti, l’UE ha inoltre chiesto alla Turchia di cambiare le sue tanto criticate leggi anti-terrorismo, che hanno portato all’incarcerazione numerosi giornalisti e attivisti, qualcosa che Erdogan s’è rifiutato di fare.

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La scorsa settimana, il parlamento dei timbri di gomma di Putin ha approvato un insieme di leggi anti-terrorismo ancora più dure di quelle anti-estremismo turche. A Mosca, dal 20 luglio, chi “giustifica” o “incita” il terrorismo sui social network sarà punito con una pena detentiva massima di sette anni; l’estremismo – un crimine vagamente definito, per il quale centinaia di persone sono multate o incarcerate ogni anno – ora ha una sentenza massima di otto anni, al contrario la legge turca per reati analoghi prevede fino a un massimo di tre anni. Gli operatori delle telecomunicazioni russi sono costretti a conservare i messaggi e le registrazioni di tutte le conversazioni telefoniche per sei mesi, e, nel caso di necessità, dovranno fornire alle forze dell’ordine tutti gli strumenti – questo probabilmente è il pacchetto legislativo più repressivo adottato in Russia dalla scomparsa dell’Unione Sovietica.
Erdogan deve sentire una certa dose d’invidia per la capacità di Putin di fare più o meno ciò che vuole nel suo paese; ma sente anche una certa affinità: i governanti autoritari hanno idee simili sulle minacce alla loro forza e a quelle verso i loro paesi. Entrambi vedono il mondo come un’arena di spietata concorrenza in cui ogni volta vincono i benefici economici.

Il battibecco tra i due dittatori era innaturale, ma questa poteva essere una scusa sufficiente per due uomini che possono fare molto per sostenersi a vicenda? Erdogan, se il passo compiuto è necessario per iniziare a ri-collaborare con la Russia e dimostrare all’Occidente che a lui non mancano i partner che non gli mettono imposizioni, è disposto a lasciare punti alla propaganda del Cremlino affinché si inorgoglisca della sua vittoria.

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