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22 settembre 2017

Minsk: perché io si e tu no?


L’accordo di cessate il fuoco di Minsk, firmato il 15 febbraio 2015 dai leader russi, ucraini, tedeschi e francesi, insieme con i rappresentanti dell’OSCE e a quelli delle aree occupate dai russi di Donetsk e Luhansk (DNR e LNR, rispettivamente), semplicemente non funziona. Ormai è tempo di rottamarlo e di rendere chiaro alla Russia, attraverso una dichiarazione formale di tutti i paesi occidentali con anche la sottoscrizione ucraina, che le sanzioni rimarranno in vigore e verranno aumentate nel tempo, a meno che la Russia non si adegui a diverse condizioni chiave: il ritiro delle sue forze e armi dall’Ucraina; il rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale ucraina; il controllo del confine russo-ucraino nelle zone occupate dai separatisti e il ritorno in Ucraina di quei cittadini che i russi hanno rapito sul territorio ucraino. Inoltre, considerato che i russi non riconoscono la presenza delle loro forze sul suolo ucraino, non ci potranno più essere ulteriori negoziati.

Alla Russia, nonostante non abbia mai dato seguito ad una sola condizione dell’accordo di Minsk, non sono state imposte nuove sanzioni, anzi, un certo numero di leader europei, guidati dal ministro degli esteri tedesco, Frank-Walter Steinmeier e dal vice cancelliere Sigmar Gabriel, insieme con il parlamento francese e altri, hanno irresponsabilmente chiesto un allentamento, se non addirittura il sollevamento. Senza il cancelliere tedesco Angela Merkel, il rinnovo delle sanzioni UE sarebbe in grave pericolo.

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I difensori dell’armistizio sostengono che l’accordo ha ridotto i combattimenti, ma in realtà, da quando nel febbraio dell’anno scorso è stato siglato il secondo patto di Minsk, più di quattromila ucraini sono stati uccisi, una cifra che è quasi la metà del numero totale delle vittime da quando la Russia ha invaso l’Ucraina alla fine di febbraio 2014; come se non bastasse, il piccolo ma serio aumento della lotta degli ultimi due mesi, smentisce ulteriormente coloro che sostengono che Minsk ha conservato la pace.
Inoltre, mentre i difensori del contratto sostengono che sia “l’unico atto in piazza”, non ricordano che quando venne firmato nel settembre 2014 il primo accordo a Minsk, c’è stata la necessità 5 mesi dopo di dover ricorrere nel febbraio successivo ad un Minsk II, perché il primo armistizio era completamente fallito. Allo scrivente sembra che tali affermazioni siano scuse per non impegnarsi nella necessaria, anche se difficile, ricerca di un’innovativa alternativa a Minsk.

L’Ucraina ha firmato Minsk e quindi si deve sottomettere alle clausole in esso contenute”, affermano a gran voce i difensori dell’armistizio. Naturalmente! Ma anche gli Stati Uniti e il Regno Unito, così come la Russia, la Francia e la Cina, hanno firmato nel 1994 il Memorandum di Budapest, un accordo che è servito a convincere [leggi imbrogliare] l’Ucraina a rinunciare alle sue armi nucleari ereditate dai sovietici, in cambio del rispetto degli altri firmatari “della sua sovranità e integrità territoriale”; perché oggi nessuno dei firmatari solleva il Memorandum di Budapest e afferma che deve essere rispettato?
L’affare di Minsk inoltre, ha costretto il presidente ucraino Petro Poroshenko, sotto una tremenda pressione e minacce – le forze russe circondavano Debaltseve – di impegnarsi in un qualcosa che solo il parlamento ucraino poteva fare, cioè, approvare un emendamento costituzionale e una riforma legislativa che avrebbero aperto la strada per le elezioni locali nelle DNR e LNR – questo meccanismo applicato contro Poroshenko è perseguibile penalmente in tutte le legislazioni. Ma oltre il fatto d’aver obbligato il presidente ucraino a compiere degli atti sotto minaccia, Poroshenko, semplicemente non ha i voti in parlamento per far passare l’emendamento costituzionale. Per dimostrare quanto sensibile sia per l’Ucraina questo fatto, l’anno scorso, dopo che la Rada aveva approvato in prima lettura le variazioni costituzionali, durante le manifestazioni contro gli emendamenti sono morte quattro persone.

L’argomento più convincente per il mantenimento dell’armistizio di Minsk è che è l’unico modo per mantenere gli europei collegati alle sanzioni e in un qualche modo viene dimostrata la non conformità russa con le disposizioni dell’accordo. Ma, come il solito, c’è sempre un’altra parte della medaglia: Minsk viene principalmente usato per fare pressione contro l’Ucraina affinché faccia passare la legislazione che permetta le elezioni nelle DNR LNR. Questa pressione è contro ogni logica.
Chi controlla le regioni DNR e LNR? Come Kiev potrebbe eventualmente approvare una legge, anche a titolo provvisorio, che autorizza le elezioni locali su un territorio che non comanda? Secondo l’accordo di Minsk, le elezioni in queste regioni devono essere condotte “in conformità con la legislazione ucraina” e “in linea con gli standard OSCE rilevati e monitorati dall’OSCE / ODIHR”, come si può attuare una tale disposizione quando i territori pullulano di russi armati fino ai denti. Ma si è visto ancora al mondo uno “Stato” che effettua delle elezioni “libere” con i carri armati e i soldati di un altro Stato dentro e fuori le aule delle votazioni? Gli 1,7 milioni di persone sfollate, avranno l’opportunità di partecipare alle elezioni? Come? Dovranno andare sul posto?

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Ma gli errori dell’affare di Minsk (vedi ) non sono solo questi, tanto per citarne alcuni, si chiede il ritiro di tutte le “formazioni armate straniere”, ma non si menzionano specificamente le forze russe che, dal momento che il Cremlino dichiara continuamente di non avere forze armate in Ucraina, la Russia può facilmente sostenere che questa clausola non la riguarda; inoltre manca chiarezza sulla sequenza delle misure che devono essere soddisfatte, ciò, consente a Putin di sostenere, come ha fatto il 17 giungo in occasione del Forum economico internazionale di San Pietroburgo, che l’onere dell’adempimento di Minsk si trova a Kiev, non a Mosca; della Crimea non se ne parla neanche più.

Abbiamo impiegato quindici mesi per concludere che l’accordo di Minsk non funziona, ma ora per porre fine alla violenza o risolvere il conflitto servono nuovi modi, e se le sanzioni verranno tolte, l’Occidente una volta per tutte deve essere chiaro: abbiamo interesse a difendere l’Ucraina oppure no? In ambedue i casi – che abbia o non abbia interesse – deve prendere una strada che porti ad una vera soluzione, senza illudere nessuno, ma principalmente smettere di far rischiare la vita a delle persone legandole ad una vana speranza.

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About Bedris,

Lituano di nascita, culturalmente cresciuto in Lituania, Italia e America. Dopo un lungo periodo di professione forense, ho deciso di dedicarmi al giornalismo. La nuova professione la intendo libera da paletti idelogici, essenziale e aperta a condividere le conoscenze con chi legge. Collaboro con alcune testate e scrivo su un mio blog.

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