Vai a…

Ua-Time

Supplemento giornalistico web

Ua-Timesu Google+RSS Feed

19 novembre 2017

Una lotta sulle parole


Superficialmente, la recente affermazione del ministro della cultura russo, Vladimir Medinsky, che Netflix è un complotto della CIA, assomiglia a un altro eccitabile pronunciamento della gerarchia del Cremlino che vive sempre più lontana dalla realtà. Lo stesso vale per i commenti regolarmente infiammatori di Dmitry Rogozin, il possibile successore di Vladimir Putin, che notoriamente nel 2015 ha avvertito l’Occidente che “i carri armati non hanno bisogno di visti” e che l’Occidente sarebbe crollato “sotto la pressione dell’ISIS e dei gay”.

Le accuse russe contro l’Occidente sono spesso bizzarre, e non sempre sono il prodotto di una disinformazione monolite stile sovietico; molte sono anche accuratamente calcolate. Per prima cosa, un gran numero di russi crede seriamente alla linea anti-occidentale che emana il Cremlino, tra questi ci sono gli esponenti dell’intellighenzia accademica, che sono spesso utilizzati nei dibattiti interni come progressisti o moderati; inoltre, la russa angoscia a volte oscura delle legittime rivendicazioni, come ad esempio l’affermazione che gli Stati Uniti stanno rinnegando la loro promessa di non espandere la NATO dopo la disgregazione dell’URSS.

Questi fattori – la diffusa accettazione domestica e un nocciolo di verità – sono due importanti indicatori di un’efficace propaganda. A partire dalla metà degli anni 1990, e in seguito rinforzata da Putin, la Russia ha costruito una narrazione che offre alla sua gente una speranza di fronte al declino delle capacità nazionali, così come un’alternativa visione del mondo per il consumo internazionale.

image

La “storia” russa è semplice. L’Occidente è in declino e sta scatenando una guerra d’informazione contro la Russia; l’UE è in bancarotta, sia economicamente che spiritualmente e presto crollerà; i paesi membri dell’Unione si renderanno conto, che solo riprendendo il controllo dei loro affari nazionali attraverso la sovranità è l’unico modo per evitare il disastro del fallito esperimento sovranazionale. Significativamente, “Brexit” è la prova che tutto si sta verificando. Dall’altra parte dell’Atlantico, o almeno questa è la narrazione russa, l’America è ridotta al minimo. Il suo perno a Oriente mostra solo tentativi per mantenere l’egemonia globale; la pressione dell’opinione pubblica porterà a un ridimensionamento, ad un abbandono dei regimi commerciali liberali, nuovo protezionismo, l’indebolimento delle alleanze di sicurezza e alla frammentazione dell’ordine corrente “basato su regole”- cosa interessante, questi punti di vista stanno iniziando a circolare anche in Occidente.

In mezzo a questo fermento, l’Asia sarà la sala macchine della futura globalizzazione economica, la rifocalizzazione delle leggi e delle norme globali, tutto cadrà sotto un unico principio: il non intervento. E, grazie alla sua impronta geopolitica euro-Pacifica, le sue riserve di energia e la grande macchina militare, la Russia sarà il “naturale” principale protagonista della nuova configurazione del potere globale.
Ovviamente queste dichiarazioni e pensieri sono estremamente ipocriti. Anche sotto Putin, la Russia voleva ardentemente aderire all’UE e alla NATO; ma essere lasciata fuori da ciò che il Cremlino vede come delle organizzazioni sclerotiche, dà anche alla Russia un altro componente essenziale della propaganda: qualcuno da incolpare.

Per Putin queste idee diventano auto-rinforzanti e la sua propaganda in un dato paese potrà avere delle opportunità, se verranno sposate, o semplicemente verranno introdotti dei dubbi nelle menti della popolazione – principalmente nei luoghi in cui l’influenza occidentale sta diminuendo, come nel Medio Oriente.
In altre parole, la propaganda può essere uno strumento di potere nazionale. Questo non è un fatto nuovo, naturalmente: i volantini di propaganda sono stati utilizzati per via aerea quando è diventato tecnologicamente fattibile. Le trasmissioni via radio della Germania nazista di William Joyce, sono state utilizzate per seminare inutilità nelle menti dei cittadini e soldati. Durante la guerra fredda, le due parti si sono seriamente impegnate in campagne di informazione utilizzando matrici di tecniche sofisticate. Anche l’Occidente oggi usa la propaganda, questo è innegabile; ma ciò che differenzia generalmente le democrazie dai sistemi autoritari è la distanza che esiste tra lo Stato e il divulgatore.

Quindi, mentre le intenzioni che stanno dietro alla propaganda non sono cambiate, la globalizzazione ha fatto sì che sia cambiato il contesto di lavoro: il potere nazionale sta cambiando; le misure convenzionali, come quanto grande è un esercito, la dimensione dell’economia di una nazione e la portata di base delle risorse naturali, sono fattori ancora importanti: ma il potere aumenta in base a quello che tu fai riguardo agli altri, e, soprattutto, da come viene percepito. In altre parole, la potenza è relazionale. E il modo migliore per influenzare le percezioni è attraverso l’uso delle informazioni. Dove l’Occidente ha sbagliato è nel credere automaticamente che le informazioni debbano per forza essere veritiere. In realtà, non devono avere un tale requisito. Ciò che è necessario è che siano diffuse in modo efficace, su un pubblico giusto e per quel tanto che basta per renderle plausibili in un mercato dove ci sono tante idee congestionate.
Questo spiega l’apparente debolezza del cosiddetto potere “morbido” – soft power. Joseph Nye lo ha notoriamente definito come la capacità di ottenere dagli altri, cioè “voglio quello che vuoi”, anche se è ugualmente valido prendere dagli altri ciò che rifiutano. In precedenza, per uno stato che utilizzava il soft power come maniera principale, era difficile che potesse pensare in questo modo senza vedere dei veloci risultati misurabili: il punto di forza della propria cultura, le proprie idee, la prosperità e la capacità di fornire una “buona vita” sono difficili da implementare come strumento di politica estera orientato sugli obiettivi.

Ma, come la propaganda russa dimostra, la globalizzazione sta cambiando tale calcolo. La dipendenza dalla tecnologia e dai flussi della rapida informazione consentono al propagandista moderno di raggiungere tre obiettivi generali più velocemente rispetto a qualche tempo fa:
– seminare: proiettare sul bersaglio un’immagine di debolezza – e / o uno di forza nella parte che cede;
– propagare: minare l’obiettivo, con delle contro-narrazioni e diffonderle ad altre aree di influenza;
– potare: adattare la comunicazione ad una situazione di sviluppo, scartando i messaggi inefficaci e incoraggiando quelli nuovi che sono promettenti.

Il cyberspazio si è dimostrato un ottimo incubatore di queste tecniche, le quali stanno diventando sempre più sofisticate e in grado di essere mirate alle abitudini di navigazione degli individui. I fatti di cronaca possono essere popolati di bot che offrono una varietà di trilli ideativi nelle sezioni dei commenti. Uno dei più comuni, prevede l’utilizzo di una foto del profilo stereotipato di una donna in bikini con un commento dolcemente critico progettato verso un pubblico particolare – Mio nonno in guerra ha combattuto a fianco degli americani. Perché non possiamo andare d’accordo? Erano i capi che erano diffidenti – oppure mettere una foto di una Bibbia – i russi e gli americani entrambi amano Dio. Dobbiamo essere amici.

or-37465

I rapporti di notizie false appaiono spesso su Russia Today e Sputnik, e spesso si fanno strada nelle fonti dei media occidentali che hanno dei controlli lassisti. Alla fine diventa molto nitido: il cyberspazio è anche un facilitatore di guerra ibrida. Il conflitto russo con l’Ucraina continua a coniugare le operazioni militari con funzioni informatiche offensive attraverso attacchi DDoS contro le comunicazioni ucraine e le sue infrastrutture, vengono installati malware che dirottano i sistemi IT e vengono messi a dimora dei falsi rapporti.

Il problema con la propaganda contemporanea è che è molto difficile dire che si tratta di vere e proprie campagne di disinformazione sponsorizzate dallo stato, alcune notizie sono dubbie, alcune sono semplicemente stranezze e altre sembrano una via di mezzo; questo può succedere anche in Occidente, come è successo con il rapporto della rivista The Australian del gennaio 2016, che sosteneva che Vladimir Putin era un pedofilo. Se non si distinguono le fonti affidabili da quelle inaffidabili, non c’è da meravigliarsi che il pubblico democratico sia confuso dalle informazioni, dalle loro provenienze e che diventi sempre più apatico.

Il politologo Randall Schweller ha riassunto piacevolmente questi aspetti quando ha cupamente descritto l’arrivo della noia globale. Al centro di questo c’è la “InfoSfera”: una cornucopia interconnessa, eppure eterogenea di verità, mezze verità e falsità, che sono tutte in circolo e si muovono con grande rapidità. In precedenza, l’Occidente, al di là delle dichiarazioni ufficiali, non aveva davvero bisogno d’impegnarsi nella Guerra Fredda delle parole con la Russia; ma ora si sospetta, che l’Infosfera stia diventando sempre più affollata e confusa.

Tags: , , ,

Rispondi

Altre storie da- Opinioni

EnglishGermanItalianRussianUkrainian
Seo wordpress plugin by www.seowizard.org.