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25 settembre 2017

Un nuovo referendum?


Dopo il voto Brexit, i populisti europei e i perdenti dello scrutinio britannico scozzesi e irlandesi, non hanno avuto altro nella loro mente che il termine “referendum” e, la speranza di poter avere la stessa fortuna dei “fuoriusciti inglesi”; ma allo stesso tempo contro i plebisciti c’è una prevedibile reazione della élite intellettuale: come si può consentire una scelta binaria a situazioni complesse che molte persone non capiscono?

Nella risposta alla questione precedente i populisti hanno molti riscontri; ma nonostante tutti i suoi difetti, la democrazia diretta è ancora il modo migliore per capire come le persone vogliono essere governate.

L’elenco dei soggetti che vogliono indire dei referendum per capire se i loro paesi d’appartenenza vogliono rimanere nell’Unione europea è lungo ed è in crescita: Alternative per la Germania, Fronte Nazionale francese, Libertà in Austria e nei Paesi Bassi, Partito del popolo in Danimarca e Slovacchia, Lega Nord in Italia, Finlandesi, Bloc di Sinistra del Portogallo [solo per le sanzioni UE-Portogallo, perché il paese ha un grosso deficit di bilancio].
Il voto UK ha distrutto il potente argomento dei referendum – essi sono sempre più spesso vinti da chi controlla l’ordine del giorno – come è avvenuto nell’assurdo “non referendum” russo in Crimea. Questo non è sempre stato così, naturalmente ci sono state delle votazioni al contrario, come nel dicembre 2015 la rinuncia danese all’Europol e, prima ancora, il voto olandese del 2005 contro la costituzione europea – anche i francesi hanno respinto la Costituzione europea nel 2005; eppure, il governo di David Cameron, pur avendo controllato l’evoluzione della campagna Brexit con una grande comunità d’esperti, ha perso su una questione più grande.

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I populisti europei possono prendere in prestito intere pagine dal libro della campagna “uscire” dell’UK: ovunque in Europa la gente è preoccupata più o meno dell’immigrazione, oltre che affermare che una non eletta burocrazia UE sta usurpando la loro sovranità nazionale. In favore di queste due questioni gioca anche il fatto che la gente a loro causa ha paura di perdere il posto di lavoro. Nel campo opposto è sempre più difficile sostenere lo status quo affermando solo che è già in “essere”: le stesse élite ora stanno discutendo che i referendum non sono una via democratica.

Jason Brennan, della Georgetown University, ha recentemente offerto al referendum questa analogia:
Siamo da un medico. Ma supponiamo che il “dottore” non ha studiato i fatti, non conosce bene la sua materia e cura capricciosamente – sulla base di pregiudizi o di un pio desiderio. Immaginiamo che il medico, non solo prescrive un ciclo terapeutico, ma letteralmente ti costringe a prendere la cura a mano armata”.
Brennan propone un’alternativa all’attuale democrazia – un’idea epistocratica, nella quale il potere politico dovrebbe essere assegnato, nel loro specifico settore, solo a persone competenti. Ad esempio, i politici prima di essere tali, dovrebbero sostenere “un test di conoscenza politica di base” – un arrogante suggerimento che probabilmente metterebbe fine alla carriera di qualsiasi uomo politico.

Un economista di Harvard, Kennett Rogoff, ha arguito che il governo inglese avrebbe dovuto alterare le regole di modo che non potesse vincere la maggioranza semplice; ma che la vittoria fosse assegnata dopo una seconda votazione, prevista un anno dopo, con il risultato approvato anche dal 60 per cento dei parlamentari.
L’idea che in un qualche modo ogni decisione presa dalla maggioranza sia necessariamente “democratica” è una perversione del termine – ha scritto RogoffLe democrazie moderne si sono evolute in sistemi di pesi e contrappesi atti a tutelare gli interessi delle minoranze e idonee ad evitare di prendere decisioni non chiare che potrebbero portare a conseguenze catastrofiche. Con più la decisione è duratura e coinvolge più persone, maggiori sono gli ostacoli”.
Le teorie di cui sopra sono più difficili da spiegare agli ordinari elettori, che la complessità della scelta dell’UK d’uscire dall’UE.

A nessuno piace sentirsi dire che è troppo stupido per prendere delle decisioni, soprattutto se la popolazione è cosciente d’essere la forza del potere del paese – come di solito i politici affermano durante la campagna elettorale. Anzi, la gente può essere più recettiva della posizione inversa, come l’ha espressa senza mezzi termini il leader del partito Libertà olandese, Geert Wilders, in un suo recente post: “in tutto l’Occidente, siamo stati governati da dei pazzi”. Ma lui non chiede un pogrom contro gli immigrati musulmani, che l’Europa vorrebbe per tenerli fuori; egli propone una “ribellione non violenta per reclamare contro la democrazia e riaffermare la libertà” – una qualcosa che secondo lui è avvenuto nell’uscita britannica.

La democrazia diretta può essere noiosa – è per questo che la Svizzera, che ha tenuto 611 referendum dal 1848, ora vede un bassa affluenza – circa il 45 per cento di voti.
La democrazia diretta può essere manipolata. In Italia nel 2011, si è tenuto un referendum per l’abrogazione delle leggi sulla privatizzazione dei servizi idrici: era già molto chiaro che i cittadini avrebbero votato contro i profitti delle tariffe idriche delle aziende private, e lo hanno fatto con una maggioranza del 95 per cento.
La democrazia diretta può essere uno spreco. Il voto di aprile nei Paesi Bassi, sull’opportunità di un accordo commerciale UE con l’Ucraina, è arrivato troppo tardi per pensare di poter cambiare l’accordo, e non è molto chiaro su cosa hanno votato gli elettori olandesi.

Soprattutto, la democrazia diretta, con la sua semplice logica binaria, può produrre risultati che appaiono irragionevoli, distruttivi e abusivi dei diritti delle minoranze. In Croazia nel 2013, in contrasto con la tendenza globale ed europea che alla fine raggiungerà anche la nazione balcanica, una maggioranza del 65 per cento ha votato per cambiare la costituzione ed escludere il matrimonio gay.

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Niente di tutto questo significa tuttavia, che i governi o i funzionari eletti dovrebbero intervenire per evitare un tale impegno pubblico, come si potrebbe sostenere che, così facendo, troppo spesso si provoca il risultato di un referendum. L’Inghilterra finora ha fatto solo tre referendum – due sull’adesione all’UE, nel 1975 e la scorsa settimana e uno sulla modifica del sistema elettorale, che gli elettori hanno respinto. Agli elettori inglesi non viene mai chiesto nulla, se non di votare per il membro locale del parlamento. È ingiusto dare la colpa a molti di loro perché giovedì scorso pensavano d’esprimere un voto di protesta, non cambierebbe nulla. Gli svizzeri, che hanno molta pratica di votazioni, sanno perfettamente che ogni voto conta e che i referendum cambiano le cose.

Non esistono sistemi democratici che producono risultati ottimali; ma esistono dei paesi disciplinati in linea con i desideri del​la maggioranza dei cittadini. Le minoranze hanno le loro rappresentanze, i loro diritti e le istituzioni che le proteggono; ma è la maggioranza che determina la direzione generale di un paese.
I governi dei paesi europei, in cui i populisti chiedono un referendum, dovrebbero lasciare al popolo la libera scelta: i cittadini hanno bisogno di prendere decisioni epocali; ora hanno davanti agli occhi l’esempio di Brexit e devono dimostrare di avere il buon senso di decidere se vogliono quel risultato. Finora, i sondaggi effettuati nei paesi che sostengono un referendum per l’uscita dall’EU, non hanno dato alcuna maggioranza a coloro che lo stanno proponendo.

I governi, inoltre, hanno bisogno di parlare con la gente di tutte le questioni complicate. David Cameron, nella sua campagna “rimanere” ha scelto un tono sbagliato e, forse riflettendo la sua ambivalenza sul progetto europeo, non è riuscito a mettere in risalto i punti principali.
È molto importante che l’UE ottenga un rinnovato mandato popolare. La vittoria per l’appartenenza all’UE, darebbe fiducia ai dirigenti, funzionari e alle istituzioni; mentre i paesi che decidessero di uscire – un’eventualità da non scartare – non sarebbero stati buoni membri dell’Unione in ogni caso, così come non lo era la UK.

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About Bedris,

Lituano di nascita, culturalmente cresciuto in Lituania, Italia e America. Dopo un lungo periodo di professione forense, ho deciso di dedicarmi al giornalismo. La nuova professione la intendo libera da paletti idelogici, essenziale e aperta a condividere le conoscenze con chi legge. Collaboro con alcune testate e scrivo su un mio blog.

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