Vai a…

Ua-Time

Supplemento giornalistico web

Ua-Timesu Google+RSS Feed

18 novembre 2017

Brexit = disgregazione dell’URSS: c’è un poca di verità?


Vladimir Afremov, un mio amico dissidente russo che ora vive negli stati Uniti, spesso faceva similitudini tra l’Unione europea e l’Unione Sovietica, un paese che lui odia e ha combattuto: lui, per essere sinceri, della prima ha una versione più moderata, ma a suo modo ideologico è antidemocratica. Nessuno, che io sappia, lo ha mai ascoltato, ma due giorni fa, Marine Le Pen, il leader del Fronte nazionale francese, ha sostenuto la stessa cosa – la UE sta cominciando a disintegrarsi – proprio come l’Unione Sovietica. Questa analogia merita una discussione.

Nell’aria post-Brexit c’è qualcosa che ricorda il crollo sovietico, ha ammesso questa settimana l’addetto stampa del presidente Vladimir Putin, Dmitri Peskov: “…probabilmente sarebbe irragionevole tracciare un parallelo diretto, ma diciamo che ci sta attorniando un tempo turbolento, torbido e imprevedibile”.

sans_titre_18

Le Pen però, a differenza di Peskov, non ha alcuna esperienza diretta degli ultimi anni dell’Unione Sovietica: forse è per questo che lei non si pone problemi ad osannare paralleli diretti. In una recente intervista, la diplomatica francese ha sostenuto che oggi, come era successo con la superpotenza comunista, l’Unione europea sia impossibile da sistemare:
Stanno facendo esattamente quello che hanno fatto in Unione Sovietica. Quando i risultati non sono stati in linea con le aspettative, [i sovietici] dicevano che non ha funzionato perché non c’era abbastanza comunismo. E l’Unione europea è la stessa, ogni volta che c’è un fallimento si dice che è perché non c’è abbastanza Europa”.

Per i nazionalisti europei, l’Unione Europea con le sue istituzioni sovranazionali ricorda in molto modi l’Unione Sovietica: è governata principalmente da una burocrazia non eletta, ha un parlamento debole che sbandiera correttezza politica. La cosa più importante, tuttavia, è che i nazionalisti sono preoccupati per quello che percepiscono come dei tentativi di cancellare le identità nazionali per promuovere al loro posto una super-identità europea. All’interno di questo racconto, l’uscita dell’Inghilterra dall’UE, è vista come l’inizio di quel tipo di risveglio nazionalista che ha portato in parte allo smembramento dell’Unione Sovietica. Quello che Le Pen definisce l’inevitabile “Primavera del popolo”, per lei potrebbe essere paragonabile alla cosiddetta “parata delle sovranità” del 1988-1991, quando tutte le repubbliche sovietiche, e anche alcune parti costituenti dello stesso nucleo russo, hanno deciso di diventare Stati nazionali.

800px-Lithuania,_March_11_parade

Se la mettiamo solo così, è facile essere trascinati dal fascino Le Pen; ma quei moltiplicati movimenti d’indipendenza – sullo sfondo di una crisi economica causata dal petrolio a buon mercato – erano ovviamente più cinici di quelli dell’Unione europea, proprio come il dominio totalitario dell’Unione Sovietica era più repressivo e distruttivo delle più selvagge fantasie degli euroscettici: la miseria economica aveva reso facile ai populisti nazionalisti ucraini e degli Stati baltici – anche ai greci – sostenere che il governo centrale di Mosca rendeva sterili tutte le repubbliche.
Nella grave condizione di crisi e carestia s’era improvvisamente diffusa una sorta di virus di gelosia – ha ricordato Sergei Shakhrai, un ex assistente del presidente russo, Boris Eltsinnei paesi baltici urlavano: “Basta dar da mangiare a Mosca!” e in Russia, non volevano il “mangime” dell’Asia centrale e della Georgia”.

Queste affermazioni suonano vagamente come le campane degli argomenti dei sostenitori di Brexit, che affermano che si stia abusando del bilancio dell’UE per dare benefici agli immigrati. Eppure, dopo che le repubbliche sovietiche si sono prese l’indipendenza, non c’è stata la tanto sognata prosperità, anzi, le loro economie, per il crollo dei valori dei beni – ora non più calmierati – l’emergere dei confini nazionali e le barriere doganali, sono state ancor più martoriate.
Anche allora, i movimenti d’indipendenza erano diventati un mantello per il razzismo e altre discriminazioni, cosa apparsa molto evidente dopo il voto britannico e acutamente descritto in un post di Facebook da un adolescente lituano: “Credo che in qualche modo le persone che erano già razziste, adesso che l’UK ha guadagnato la sua “indipendenza”, hanno la possibilità di esserlo apertamente – ha scritto – Perché è diventato chiaro che ora si deve lasciare, perché abbiamo votato “via” e vogliamo tu te ne vada”.

Il ragazzo è troppo giovane per ricordare gli stessi diretti sentimenti contro i russi quando la Lituania ha dichiarato per prima tra le repubbliche sovietiche la sua indipendenza nel marzo 1990 – i russofoni per le strade delle città lituane venivano definiti “occupanti” – un riferimento all’occupazione del Baltico di Stalin dopo la seconda guerra mondiale – e a loro veniva urlato d’andarsene.
Se Brexit dovesse dare luogo ad un’ondata d’uscite dall’UE, è facile immaginare, nello stesso modo in cui i presidenti della Russia, Ucraina e Bielorussia si erano riuniti a Belovezhskaya Pushcha alla fine 1991, che i leader dei paesi più grandi europei si radunino a porte chiuse per negoziare i termini del divorzio finale, e, come è successo negli stati post-sovietici, diventa anche facile presumere che i successori definiranno l’uscita una tragedia e un atto di tradimento.

I sostenitori britannici di “rimanere” stanno già sottolineando questi aspetti, mentre l’establishment degli Stati Uniti è preoccupata che l’erosione dell’UE, possa essere altrettanto destabilizzante dell’attuale ordine mondiale di quanto lo era stata quella dell’Unione Sovietica nei primi anni 1990.
L’analogia di fondo ha un ovvio difetto fatale però. L’Unione Sovietica era basata sulla coercizione; l’UE – anche con tutto ciò che può essere detto a riguardo alla pressione economica della Germania contro i membri più deboli – non lo è. Dopo la secessione della Lituania, il leader sovietico Mikhail Gorbachev l’ha immediatamente dichiarata illegale, come ha cercato di bloccare il progetto con delle sanzioni economiche contro la Repubblica secessionista, ma non ha funzionato; allora, nel gennaio del 1991, ha inviato le truppe russe nella capitale lituana, Vilnius: tredici lituani sono morti durante gli inutili attacchi. Nel frattempo a Mosca, centinaia di migliaia di persone manifestavano contro l’uso della forza e, nonostante il carattere nazionalista della rivoluzione lituana, al momento, i russi a Mosca, l’hanno considerata un passo verso la libertà dal comunismo.

800px-1990_01_12_GorbačiovasŠiauliuose2

Fantastichiamo così tanto da pensare che Bruxelles possa organizzare una protesta contro la secessione britannica, e che contemporaneamente, ispirate dalla speranza che i coraggiosi cittadini britannici possano tracciare il sentiero verso la libertà dal resto d’Europa, avvengano delle manifestazioni pro-Brexit a Berlino; ma per lasciare l’Unione Europea
non serve rivendicare una superiorità morale – come quando i Paesi Baltici hanno cacciato l’Unione Sovietica – non c’è niente d’incancrenito, non c’è alcun serpente da combattere, c’è solo una porta aperta.

Ci sono, tuttavia, delle lezioni da trarre dal collasso dell’Unione Sovietica: i superstati mal gestiti – noti anche come imperi – tendono a cadere a pezzi. Eppure la gelosia, il razzismo e l’ostinato desiderio d’andare da soli non portano verso la ricchezza. I paesi baltici hanno trovato relativa prosperità economica nell’UE, un’Unione che hanno liberamente scelto, e, anche se sono stati i primi a scuotere le fondamenta dell’Unione Sovietica, probabilmente saranno tra gli ultimi a lasciare l’Unione europea se dovesse essere sciolta.

 

Tags: , , , , ,

Rispondi

Altre storie da- News

EnglishGermanItalianRussianUkrainian
Seo wordpress plugin by www.seowizard.org.