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24 settembre 2017

Una guerra vicina, la pace lontana chilometri


Le truppe ucraine in prima linea si lamentano che Kiev sta inutilmente limitando la loro capacità di combattere.
Ad Avdiivka, una cittadina appena a nord del capoluogo di Donetsk, è notte quando i profondi tonfi d’artiglieria e i suoni staccati di arma da fuoco riempiono l’aria, mi racconta Mark Klimenko, un ragazzo di 25 anni tornato dalla regione di Donetsk dopo aver fatto un viaggio per rendersi conto di com’è in realtà la situazione al fronte.
La 128a brigata dell’esercito ucraino, che è tutta rintanata in una ex miniera posta al confine estremo della zona di guerra, negli ultimi due mesi ha assistito ad un costante aumento dell’aggressività dei combattimenti.
Il colonnello Bandar Balkovnic, che comanda la seconda unità della brigata, dopo aver accolto calorosamente Klimenko, lo ha portato a fare un giro esplorativo per mostrargli ciò che stanno sopportando lui e le sue truppe. Non c’è stato bisogno di fare tanti passi, subito al di fuori della miniera, c’erano degli enormi crateri di razzi di 82 mm, di mortai di 152 mm e proiettili d’artiglieria, mi racconta Klimenko.

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Durante il giorno, usano le armi – mattina, giorno e sera – e l’artiglieria durante la notte -spiega Klimenkoi nostri soldati usano le armi, ma non usano l’artiglieria, semplicemente perché non ce l’hanno”.
Mentre il picco di ostilità degli ultimi mesi sta di nuovo attirando l’attenzione, il traballante cessate il fuoco ha solo acquietato la maggior parte dei combattimenti.
Klimenko ha poca esperienza d’esercito, però riporta una sgradevole sensazione d’impotenza di tutti i soldati che ha intervistato: le forze separatiste e i loro sostenitori russi usano costantemente l’artiglieria – nonostante ci sia in vigore il divieto assoluto nell’ambito dell’accordo di cessate il fuoco – che tengono nascosta interrata nei cortili dei palazzi – il che rende quasi impossibile all’esercito ucraino, per evitare di coinvolgere la popolazione civile, poter rispondere sotto qualsiasi forma.

I ribelli usano quotidianamente tattiche di provocazione – sottolinea Mark – come ad esempio, montano delle luci sulle carriole che fanno poi spingere di notte agli agricoltori per farle apparire dei carri armati in movimento, oppure inviano messaggi di testo su tutti i telefonini dei soldati ucraini incoraggiandoli a smettere e ad aggregarsi con il nemico.
Il colonnello ha riferito che lui e i suoi soldati sono ora frustrati perché non possono combattere e non riescono a fare ciò che, secondo loro, sarebbe necessario.
È la nostra terra – ha insistito il colonnello – noi siamo qui che facciamo la guerra perché non li vogliamo sul nostro territorio”.

Non sarà facile, però. Il conflitto iniziato nel 2014 è attualmente in una sorta di vicolo cieco. I separatisti filo russi hanno creato una pesante opposizione con forze, armi, forniture e sostegno diretto di Mosca; il presidente russo Vladimir Putin ha mascherato i convogli di armi nelle zone contese come aiuti umanitari, e solo recentemente ha ammesso il coinvolgimento russo nel conflitto, anche se nega l’esistenza delle sue forze regolari in Ucraina.

Non possiamo lasciare le persone che risiedono nel sud-est dell’Ucraina in balia dei nazionalisti – ha sostenuto Putin nel mese di dicembre – ma non solo i russi, ma anche le altre persone di lingua russa che s’affidano alla Russia”. La stessa retorica il presidente russo l’aveva invocata nel mese di marzo del 2014, nel cosiddetto referendum in Crimea, che ha spianato la strada alla Russia per annettere la strategica penisola.

Dopo un primo momento di sbandamento, nel quale le forze russe si erano impossessate di ampi territori, le forze militari ucraine si sono ricostruite e dai due singoli decadenti battaglioni ex sovietici ora si sono trasformate in una forza più coerente ed efficace in grado di contrastare i ribelli filo russi.
Ma ora il conflitto è in un punto morto e, permettere che la situazione di stallo vada a marcire, tuttavia, è molto rischioso.
Più a lungo lo stallo va avanti – sostiene Steven Pifer, l’ex ambasciatore americano in Ucraina – più c’è la prospettiva che possa divampare, anche se nessuno a Kiev e Mosca vuole che accada”.

L’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, il gruppo che ha il compito di monitorare il cessate il fuoco, indica Avdiivka come il potenziale punto d’infiammabilità che potrebbe portare ad una ripresa di una guerra. La violenza in corso intorno a questa città è un testamento del suo valore strategico e dell’impegno d’entrambe le parti a continuare a combattere per essa. A solo poche decine di chilometri a ovest del confine del cessate il fuoco, si trova un redditizio impianto chimico, che corre lungo una strada che collega la città chiave separatista di Donetsk alla città di Gorlivka a nord-est, mentre un impianto di filtrazione, lungo la stessa strada, fornisce l’unica fonte di acqua potabile a oltre le 400.000 persone che rimangono nelle vicinanze.
Il territorio di questa parte della regione era sotto controllo delle forze separatiste all’inizio della guerra, in seguito, quando lo scorso anno l’esercito governativo aveva guadagnato un poco di terreno, è stato ripreso dall’esercito ucraino ora stabilitosi sull’attuale linea di cessate il fuoco.

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Al giorno d’oggi, le vittime degli attacchi intermittenti s’avvicinano ad una media di una o due al giorno – un valore alto come quello d’agosto dell’anno scorso e rappresentativo della graduale tendenza al rialzo dei combattimenti.
Le violazioni del cessate il fuoco hanno una scala altalenante, con una numerazione a migliaia nel mese di aprile, maggio e giugno; ma il capo della missione OSCE sostiene che non siano solo i separatisti che sono da biasimare.
Le due parti si stanno muovendo troppo vicine l’uno all’altra – chiarisce Alexander Hug, un ex ufficiale dell’esercito svizzero che ora serve come il vice capo della missione di vigilanza speciale dell’OSCE per l’Ucraina (SMM OSCE) – Questo porta a tensioni, e queste naturalmente, succedono spesso nei periodi di intensi combattimenti”.
L’accordo di Minsk prevede il ritiro dalla linea di cessate il fuoco, vieta l’uso dell’artiglieria e di altri strumenti bellici del 21 ° secolo, come i droni di sorveglianza, che entrambe le parti continuano pesantemente ad usare.

Ad Avdiivkai i combattenti si sono portati su più fronti a centinaia di metri uno dall’altro, il colonnello, continua a spiegarmi Klimenko, riporta che le posizioni dei cecchini nemici sono a meno di 80 metri dalle posizioni della sua brigata.
Il presidente ucraino Petro Poroshenko, è tra i sostenitori più accesi dei colloqui di Minsk e del successivo accordo di cessate il fuoco negoziato a livello internazionale, per il quale la Russia ha aderito solo dopo che Kiev aveva accettato le sue ambiziose richieste – tra cui le nuove elezioni nelle regioni contestate.
Anche se Poroshenko non accetta un aumento della lotta contro i separatisti, ciò non significa che i militari non possano impegnarsi in altri combattimenti, e molti giovani ufficiali in prima linea – riporta Klimenko – sono stanchi d’aspettare.
Tutto l’accordo di Minsk, è una fogna, sostiene il colonnello dell’esercito ucraino – mi chiarisce Klimenkostiamo solo aiutando i russi, l’armistizio funziona solo per loro, non per noi. Per noi è sempre peggio. Minsk ci lega le mani”.

Secondo Klimenko, i grossi crateri situati a pochi passi dai nuovi punti di osservazione e dai vari ingressi della miniera, sono la prova che i separatisti utilizzano i droni e i sistemi radar per sostenere i precisi attacchi degli ultimi giorni.
I politici vogliono dimostrare che stanno facendo qualcosa nei negoziati di cessate il fuoco di Misnk – riassume Klimenko ma in realtà non stanno facendo nulla, anzi ci stanno bloccando”.

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About Bedris,

Lituano di nascita, culturalmente cresciuto in Lituania, Italia e America. Dopo un lungo periodo di professione forense, ho deciso di dedicarmi al giornalismo. La nuova professione la intendo libera da paletti idelogici, essenziale e aperta a condividere le conoscenze con chi legge. Collaboro con alcune testate e scrivo su un mio blog.

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