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22 settembre 2017

La Russia: “una nazione prigione”


Molti osservatori e scrittori stanno addossando tutta le colpe della situazione attuale russa al vecchio sistema sovietico e all’incapacità dei suoi capi, o a quella della sua popolazione di fuggire dalla sua velenosa e insidiosa influenza, ma in realtà, Irina Birna sostiene, che i problemi di oggi siano il riflesso di un quadro più antico: la Russia è stata e rimane “una nazione prigione”.
In un post sul portale Kasparov.ru, il commentatore sostiene che non ci sia alcun dubbio che “il popolo russo è malato”, ma fa notare, che troppe persone sono inclini a dare la colpa dei problemi attuali al passato sovietico; invece secondo lei, le radici dei disastri odierni s’estendono ben oltre il passato.

Coloro che limitano le difficoltà russe al passato sovietico, non sono in grado di spiegare, sostiene Birna, “il secolare infantilismo del popolo russo” o le descrizioni di Dostoevskij e degli altri scrittori del 19 ° secolo, così come l’idea che i russi sono “il popolo eletto da Dio”, che tuttora risuona in Russia.
Inoltre, continua lo scrittore, non possono chiarire i motivi per cui i grandi leader russi hanno nel sangue ora, come una volta, “gli omicidi di massa”. Alcuni analisti, trovano giustificazione nei “misteri dell’anima russa”, ma una tale affermazione non porta a nessun chiarimento.
Per Birna, la Russia era ed è “una prigione del popolo, e la malattia della sua gente si chiama schiavitù – sostiene lo scrittore di Mosca – questa formula è onnipotente perché è vera. Essa fornisce le risposte a tutte le domande storiche e permette alle persone di spiegare il presente e predire il futuro russo”.

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Ci dà la possibilità di chiarire le guerre straniere e domestiche, il terrorismo di Stato, il doping di Stato agli atleti, gli appassionati di calcio, la povertà universale, l’arretratezza tecnico-scientifica, la mancanza di linee di vita concrete, di cultura, del perché la popolazione per vivere all’interno di questa prigione deve sostenere il regime“.
Il rapporto tra le persone e le autorità è uguale a quello tra i detenuti e i carcerieri – spiega Birna I prigionieri sanno che tipo di condizioni di vita devono affrontare, sono nati prigionieri e quando sarà il momento, i loro figli imprigionati, li porteranno al cimitero delle prigioni. E il tempo che intercorre tra la nascita e il cimitero – non si può definire vita – deve essere vissuto in modo che l’ultimo evento sia il più lontano possibile”.

I prigionieri non parlano di liberazione, i loro termini sono sempre legati alla sopravvivenza, insiste Birna. Essi sanno che possono stare meglio se sono molto fedeli e obbedienti ai loro carcerieri, così come ai loro compagni di prigionia. Loro s’adattano perché “com’è noto, un uomo non è un maiale; egli s’abitua a tutto”.
È così che il popolo russo vive la sua esistenza quotidiana nella casa prigione che è la Russia. Così lui è adattato al suo carcere, non conosce la vita al di là delle sue mura, e non crede in nulla al di fuori di questo. E, se per sbaglio uno dovesse ottenere la libertà, “i prigionieri sono certi che verrà messo in un’altra prigione”.
Forse alcuni hanno delle celle più grandi e più illuminate, hanno super servizi igienici e non i secchi d’acqua, altri forse riescono anche a comperarle; ma in ogni caso rimangono sempre delle prigioni, perché non riescono a vedere oltre quello.

In questo – Birna afferma – i russi sono molto diversi da alcuni ucraini. Birna racconta la storia di Vladimir Goncharovsky, che ha partecipato a Maidan perché “improvvisamente aveva capito che era nato schiavo, e aveva deciso che i suoi figli non dovevano essere degli schiavi”. In breve, ne aveva avuto abbastanza.
Il Maidan, aggiunge, ha segnato “una pausa tettonica” tra russi e ucraini, una realtà che durerà per molto tempo; “ha mostrato al popolo russo ciò che un popolo è quando cessa di credere alle storie della sua eccezionale natura, della sua pazienza, della sua storia comune, delle sue sane radici e ha preso il destino nelle sue mani”.

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Il popolo ucraino ha cominciato Maidan; il popolo ucraino era pronto a morire in Maidan. Tutta l’opposizione ha tentato di trovare dei compromessi e dei punti d’accordo con “il legittimamente eletto” presidente criminale. Tutta l’opposizione ha cercato di evitare spargimenti di sangue; ma le persone che camminavano in piazza erano direttamente sotto il fuoco dei cecchini”.
Questa è “la lezione che il ‘fratello minore” ha dato al “maggiore”; ma i criminali del Cremlino hanno schiacciato ancora di più l’incarcerato popolo russo, e non poteva essere altrimenti, a meno che non fosse stato disposto ad iniziare un Maidan russo”.

Ora non abbiamo più Goncharovsky, ma in Russia abbiamo solo quelli che si comperano un po’ di vodka e un biglietto per Mosca. Questo è l’unico messaggio che un popolo di carcerati può accettare, suggerisce Birna, e secondo lei, “la popolazione si libererà non quando l’ultimo slavo morirà, ma solo quando sarà nato il primo uomo libero”.

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Lituano di nascita, culturalmente cresciuto in Lituania, Italia e America. Dopo un lungo periodo di professione forense, ho deciso di dedicarmi al giornalismo. La nuova professione la intendo libera da paletti idelogici, essenziale e aperta a condividere le conoscenze con chi legge. Collaboro con alcune testate e scrivo su un mio blog.

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