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19 novembre 2017

L’uso improprio della democrazia


Il voto Brexit può o non può essere una tragedia, ma il primo ministro ungherese Viktor Orban, sembra determinato a dargli un seguito con una farsa. Lunedì, il ministro ungherese, minacciando l’unità del già indebolito blocco, ha riconfermato che il suo paese il 2 di ottobre terrà un referendum per non accogliere i rifugiati come previsto dal piano di distribuzione dell’UE. La questione del referendum verterà: “Vuoi che l’Unione europea possa obbligare l’Ungheria ad ospitare dei cittadini non ungheresi nel paese senza il consenso del parlamento?”. Questo è un tipico esempio di manipolazione democratica a scapito dei cittadini.

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Tale referendum non è realmente progettato per affrontare il piano UE per risolvere i 1.294 rifugiati che dovrebbero arrivare in Ungheria – la parte ungherese delle 160.000 persone siriane che le autorità di Bruxelles hanno proposto che debbano essere reinserite in Europa. Ungheria e Slovacchia hanno già fatto causa all’Unione europea per i contingenti dei rifugiati, e, in teoria, Orban potrebbe porre il veto a qualsiasi piano; ma il referendum lo aiuterà a puntellare la sua popolarità interna e a dargli della merce di scambio “democratica” con gli altri leader dell’Unione europea – anche se la sua strategia è troppo alla luce del sole: la domanda è incorniciata in modo tale da produrre una sola risposta.
La più grande vulnerabilità della democrazia diretta è che possa essere sovvertita da attori politici che chiedono agli elettori delle domande incomprensibili o più o meno truccate. Recentemente gli esempi abbondano:
– Il “referendum” in Crimea del 2014. Ai cittadini è stato chiesto di scegliere se diventare parte integrante della Russia o rimanere parte dell’Ucraina con una più grande autonomia – nella scheda elettorale non c’era lo status quo. Nessuno si è preoccupato però, del fatto che la Russia aveva già deciso d’annettere la Crimea.

– 2015, il referendum greco. La Grecia nel suo referendum sul pacchetto di salvataggio del Paese ha chiesto ai greci: “Se erano d’accordo d’accettare il progetto presentato dalla Commissione europea, la Banca centrale europea e il Fondo monetario internazionale nella riunione dell’Eurogruppo del 25 giugno 2015, composto di due parti che costituiscono una sola proposta unitaria”. Il ballottaggio quindi comprendeva due documenti – densi testi economici che pochi hanno capito. I greci hanno votato “no” e sono stati debitamente ignorati anche dal proprio governo che aveva invocato la votazione.

– Nel mese di maggio, i residenti di Austin, Texas, hanno votato per decidere se scartare alcune severe regole usate quando si usano i servizi di auto con autista, come quelli di Uber e Lyft. Il governo della città di Austin ha superato i greci, e ha chiesto “ Sì. Verrà modificato il codice della città e verrà abrogata l’ordinanza n 20.151.217-075 relativa alle aziende di trasporto con autista; questa verrà sostituita con una nuova ordinanza che non obbligherà l’uso delle impronte digitali, abrogherà l’obbligo d’identificare il veicolo con un emblema particolare, abrogherà il divieto di carico e scarico dei passeggeri in una sola e unica corsia di marcia, e se ci fossero delle necessità per altri regolamenti, quali?”. I residenti di Austin hanno votato “No”, obbligando Uber e Lyft, dopo che avevano speso milioni di dollari per la campagna referendaria, a sospendere le operazioni. Secondo me, è completamente improbabile che le persone abbiano capito cos’hanno votato.

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– Nel Regno Unito, il governo del primo ministro David Cameron, aveva inizialmente inquadrato il quesito referendario Brexit in maniera univoca: “Se il Regno Unito deve rimanere un membro dell’Unione europea? Ma la commissione elettorale dell’UK ha raccomandato l’uso di almeno due opzioni.
Orban non ha nessuno che lo corregge: all’inizio di quest’anno, la Corte Suprema ungherese ha approvato il quesito referendario. Così ora l’elettore ungherese può scegliere fra l’accordo di Orban o effettivamente riconoscere che l’Unione europea può fare quello che gli piace in Ungheria senza che le autorità nazionali possano avere una voce in capitolo. L’unica altra opzione è quella di non farsi vedere, rifiutando così d’essere manipolato – se lo facessero in tanti, Orban potrebbe apparire un pazzo; ma data la combinata popolarità del partito del primo ministro, Fidesz, con l’estrema destra Jobbik, i cui tuoni stanno cercando di rubargli dei voti, c’è una buona probabilità che l’affluenza possa essere sufficiente.

Nello stesso giorno del referendum ungherese, un giudice austriaco ha ordinato la replica delle elezioni presidenziali, nelle quali potrebbe essere eletto l’euroscettico Norbert Hofer: in teoria, i risultati potrebbero essere un doppio smacco simbolico all’UE, e potrebbero fornire ai nazionalisti di tutto il mondo alcune munizioni per rivendicare che gli europei sono desiderosi di una “rivoluzione democratica contro i burocrati non eletti di Bruxelles”. In pratica, però, il voto di Orban ha poco a che fare con la democrazia: è una dimostrazione di come un leader autoritario possa abusare dei valori che ha la democrazia.

A differenza dei sostenitori di Brexit, Orban non è nemmeno disposto a far uscire il suo Paese dall’UE. Nel 2014, l’Ungheria è stata il secondo più grande beneficiario netto dei fondi dell’UE dopo la Polonia. Orban ha sostenuto che i suoi elettori “lo avrebbero appeso ad un lampione”, se avesse permesso le quote dei rifugiati; ma potrebbero essere più arrabbiati con lui, se portasse il paese fuori dall’Unione.
L’UE deve agire con molta cautela per evitare di creare un effetto domino post-Brexit; eppure non può permettere a Orban di sovvertire la democrazia. Questo potrebbe essere un buon momento per sospendere il voto ungherese in seno all’UE in quanto sta costantemente calpestando i suoi valori fondamentali: il referendum è il primo esempio di un tale atteggiamento.

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