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19 novembre 2017

Un accomodante Vladimir Putin


Il presidente russo Vladimir Putin, dopo due anni e mezzo di sfrenate corse alle armi e tensioni diplomatiche è tornato in modalità di “prevenzione” delle conflittualità con l’Occidente.
Il 1° luglio – ultimo giorno in cui si è visto prima di scomparire per una settimana – durante un discorso politico ad ampio raggio nella riunione biennale degli ambasciatori russi, Putin non solo non ha sciolinato la solita litania di lamentele contro l’Occidente che ignora gli interessi russi, l’espansione della NATO, l’unilateralismo degli Stati Uniti, la difesa missilistica e il rovesciamento dei regimi con le “rivoluzioni colorate”; ma ha anche evitato di parlare delle minacce di guerra per il dispiegamento di forze aggiuntive NATO nei Paesi Baltici, come ha definito i paesi occidentali dei partner nella creazione di un “vasto fronte anti-terrorismo”, sottolineando inoltre un grande interesse russo per una “stretta collaborazione con gli Stati Uniti per gli affari internazionali”.

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Solo due settimane prima, al Forum Internazionale Economico di San Pietroburgo, Putin ha sostenuto che la Russia ha accettato gli Stati Uniti come “unica superpotenza” e che voleva operare in sintonia con loro, a condizione che gli Stati Uniti tenessero per se stessi le loro lezioni di democrazia. Durante una visita in Finlandia, Putin ha confermato una nuova riunione del Consiglio Russia-NATO che si terrà alla fine del vertice NATO di Varsavia, inoltre passivamente ha aderito alla proposta della NATO di prevenire incidenti aerei e marittimi militari – ha dato incarico al suo Ministro della Difesa che gli aerei quando operano sul Mar Baltico usino attivamente il transponder.
Dall’inizio del 2016, Putin e gli altri alti funzionari russi stanno segnalando interesse per una de-escalation delle tensioni con l’Occidente, vogliono normalizzare le relazioni e tornare ai tempi pre-Crimea – come è successo dopo la guerra russa con la Georgia nel 2008 – e quindi senza alcuna conseguenza per le politiche russe in Ucraina, dove Mosca può esercitare la sua influenza.

Mosca, grazie alle sue forti politiche, si sta prendendo spazi per riaffermare lo status russo come potenza globale e come “blocco” all’espansione delle istituzioni occidentali nell’ex spazio sovietico, che deve rimanere un suo legittimo ambiente d’influenza. Queste politiche di confronto con l’Occidente, in Ucraina e poi in Siria, sono state molto popolari tra il pubblico domestico – oltre il 60 per cento è dell’idea che la politica estera russa sia una vittoria – e hanno potenziato il sostegno interno di Putin.
Tuttavia, i risultati della politica attuale analizzati profondamente sono stati un po’ deludenti. Mosca ha dimostrato d’essere capace di distruggere l’Ucraina per evitare che si unisca alle alleanze occidentali; ma i costi sono stati enormi, sia in termini di sanzioni economiche occidentali, isolamento diplomatico e un rapporto rovinato con un vicino. Tuttavia, l’Occidente s’è rifiutato di riconoscere la sfera d’influenza russa e ha ignorato gli appelli di rimpolpare un nuovo accordo di Yalta stipulato per la la risoluzione della guerra fredda; la posizione militare di Mosca, per quanto riguarda l’Occidente, si è deteriorata, mentre la NATO, applicando le peggiori ipotesi d’irresponsabilità russa, ha iniziato la pianificazione per l’invio di truppe supplementari, una gara che Mosca non può vincere.

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La Russia ha resistito all’impatto delle sanzioni “e la sua economia non è crollata”; ma le sanzioni sono state limitate ed è diventato chiaro che, una risposta occidentale più forte, come il divieto di esportazioni verso l’UE e la sospensione delle transazioni SWIFT avrebbero potuto causare un colpo devastante all’economia russa, mentre il perno in Asia si è rivelato irraggiungibile.

L’audace intervento militare in Siria nel 2015 che doveva essere un punto d’aiuto per eliminare in parte l’isolamento dovuto all’intervento russo in Ucraina, e che è stato incredibilmente salutato come la partecipazione della Russia al club d’elite alla pari con gli Stati Uniti, oltre che aver trovato un alleato in più in Assad, non ha avuto una grande collaborazione con gli Stati Uniti. Ora, quasi un anno dopo il suo intervento, Mosca è ancora bloccata in Siria ed è sul punto di trovarsi in mezzo ad una guerra civile – l’Iran è una condivisione di questo investimento. Mosca ha un disperato bisogno di uscire politicamente da questo empasse, dichiarare una vittoria e tornare a casa, tutte cose che possono succedere se progettate in cooperazione con gli Stati Uniti, la Turchia – ecco l’ultimo riavvicinamento – e l’Arabia Saudita.

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