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19 novembre 2017

La contraddizione presidenziale


Nonostante le recenti battute d’arresto dell’ideale ’Unità Europea”, c’è un leader nazionale che apparentemente ci crede di più che i maggior ardenti federalisti di Bruxelles: il presidente ucraino Petro Poroshenko. Giovedì, Poroshenko ha pubblicato un pezzo eloquente nell’edizione europea della rivista “Politico” rendendo molto chiaro il suo desiderio: “Brexit o no, crisi o no, guerra o no, noi arriveremo ad integrarci con l’Europa”.

Forse, i leader europei sono stati rincuorati: l’Ucraina è uno dei più grandi paesi d’Europa, con una popolazione di circa 40 milioni, ed è ancora fedele all’ideale che ha ispirato la rivoluzione euromaidan del 2013-2014. Gli ucraini ordinari, che hanno fatto fuggire l’ex presidente Yanukovich, vedevano nell’Unione europea l’alternativa all’abbraccio troppo stretto del presidente russo Vladimir Putin e, come ha scritto il presidente ucraino nel suo post, per loro simboleggiava “più equità e rispetto, meno corruzione e assurdità post-sovietiche”.

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Ma la lealtà di Poroshenko sarebbe più convincente se non fosse per il fatto che questa visione non è quella che lui ha consegnato dopo la sua elezione a presidente: lui è ancora alle prese con i conflitti di interesse. L’azienda dolciaria che aveva promesso di vendere è ancora sua, e molto in Ucraina appartiene ai suoi amici e ai suoi partner commerciali. Più di recente, Poroshenko ha modificato una tanto attesa legge che abbassa i dazi d’importazione delle autovetture usate, queste modifiche permettono ad un ucraino d’importare solo una macchina, presentandola personalmente al confine, e ha il divieto di rivendita – un assurdo post-sovietico se mai ce ne fosse solo uno, a meno che non ci si ricordi che uno dei suoi più stretti collaboratori, Oleg Gladkovsky, è un azionista di Bogdan, una casa automobilistica che dipende dalle protezionistiche politiche governative.

Nel corso dei due anni di potere di Poroshenko, il governo ucraino ha irritato i leader europei con la sua falsità di sradicare la corruzione e il paese è un insieme di problemi che l’UE sembra non voler affrontare: le stesse promesse dell’UE – per esempio, l’esenzione dal visto – ora che l’immigrazione è un argomento così controverso, si sentono a disagio.
Nel mese di giugno, i leader europei guidati da Merkel hanno deciso di rimandare il regime senza visti per l’Ucraina, la Georgia e il Kosovo fino a quando non fosse stato tolto il meccanismo di emergenza sviluppato per bloccare le immigrazioni. Il primo ministro ucraino, Volodymyr Groysman, un associato vicino a Poroshenko, ha asserito che il suo paese entrerà a far parte dell’UE nel prossimo decennio – un termine che nessuno al di fuori di lui pensa possa essere realizzabile. Nel clima politico attuale europeo, decine di milioni di potenziali lavoratori stranieri appartenenti a Paesi, con un prodotto interno lordo pro capite di 3.200 dollari, raccoglie solo un sonoro “no-no”.

Poroshenko sa tutto questo. Capisce che l’adesione all’UE non accadrà sul suo orologio o su quello del suo successore, inoltre si deve anche rendere conto che Brexit ha appena spinto questa prospettiva così lontana nel futuro che non vale nemmeno la pena di discuterne: l’UE non è in procinto di sostituire la UK con la Turchia, e tanto meno con un paese instabile e povero come l’Ucraina.
Poroshenko chiede ai leader europei di mettersi insieme e di spingere per una maggiore unità perché ha paura che la discordia nell’UE lo possa lasciare solo contro Putin. Se Merkel e Hollande sono impegnati per evitare ulteriori Brexit, saranno ancora capaci di dedicare tempo a Putin perché soddisfi i suoi obblighi ai sensi della tregua di Minsk che ha congelato il conflitto in Ucraina orientale? Il fronte unito europeo sulle sanzioni contro la Russia terrà? Se l’Unione dovesse diventare meno stabile, i singoli Stati membri decideranno singolarmente come ristabilire i legami con la Russia?

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Un simile scenario sarebbe disastroso per Poroshenko che ha venduto malamente la europeità del suo paese agli europei. Ecco perché, nel suo pezzo su Politico, si scaglia contro gli euroscettici: “l’avidità e la ristrettezza sono mascherate come pragmatismo”; ma questo è esattamente l’atteggiamento che potrebbe portare a un riavvicinamento a Putin.

I governi post-euromaidan stanno fallendo nel trasformare le ambizioni europee della nazione in una transizione di vita reale. Poroshenko, emulando le qualità che sostiene di ammirare, dovrebbe fare di più per le aspirazioni europee del suo paese, ma ciò non significa, tuttavia, che l’ambizione stessa debba essere respinta. L’UE ha ancora le risorse per aiutare l’Ucraina con gli investimenti, la consulenza, l’istruzione e gli scambi culturali, e non deve dimenticarla, anche se ora i suoi problemi rendono quelli di Kiev meno importanti.

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