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18 novembre 2017

Le divergenze americane e ucraine  


Durante la conferenza stampa del 7 luglio a Kiev, avvenuta dopo un incontro con il presidente ucraino Petro Poroshenko, il Segretario di Stato americano John Kerry, e l’Assistente vicesegretario Victoria Nuland, hanno invitato l’Ucraina ad attuare “nei giorni a venire” l’armistizio di Minsk.
Non è un segreto a Washington o Bruxelles, che, come ha sintetizzato James Sherr, di Chatham House: “tranquillamente, ma sommariamente, l’amministrazione del presidente americano ha informato Kiev che vuole vedere le elezioni nel Donbas prima che Obama lasci il suo incarico”.

Kerry, nel suo intervento ha anche reso noto il sunto della conversazione telefonica avvenuta il giorno prima tra il presidente russo Vladimir Putin, e il presidente Barack Obama, nella quale i due leader hanno convenuto per una soluzione “win-win equa per tutte le parti in causa”, ragion per cui, ha chiarito Kerry, “siamo tutti fiduciosi di vedere che questo processo vada avanti e che traduca le espressioni di speranza in azioni concrete. È necessario – ha continuato il Segretario di Stato – trovare un percorso equo e ragionevole che unisca gli interessi delle parti, perché ce ne sono più d’una, che i requisiti di Minsk siano soddisfatti di modo che tutti i partecipanti siano ragionevolmente accontentati”. Ora, come funziona?

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In pratica, secondo Kerry, l’Ucraina unilateralmente dovrebbe: concedere lo status speciale al Donbas – è un eufemismo in quanto è un territorio controllato da Mosca – un’amnistia e una legge speciale che permetta le elezioni locali sui territori occupati. Kerry perònella sua elencazione ha omesso di dire che lo status speciale richiede una modifica alla Costituzione e che l’amnistia cancella tutti i crimini commessi dai ribelli armati pro-Russia. Ma Kerry, deve ben sapere, che a Kiev queste questioni politiche sono esplosive e che le palesi pressioni su Poroshenko potrebbero destabilizzarlo, dividere la maggioranza parlamentare e rovesciare il governo.

Ora, come implicita Kerry, l’onere della responsabilità pesa sull’Ucraina: “Ci impegniamo a lavorare a stretto contatto con il presidente Poroshenko per assicurare che il suo governo e l’Ucraina stiano facendo tutto il possibile per essere all’altezza delle loro responsabilità”.

Secondo Kerry, le concessioni ucraine dovrebbero dimostrare “buona fede”, e ciò, permetterebbe all’amministrazione Obama di convincere la Russia a rispettare il cessate il fuoco e permettere all’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE), di monitorare senza ostacoli tutto il Donbas, compresi i confini. Eseguito tutto questo, si potrebbero tenere le elezioni nelle due “Repubbliche Popolari di Donetsk e Lugansk”, e, subito dopo, le forze “straniere” si dovrebbero ritirare dall’Ucraina la quale si riprende definitivamente il controllo della sua parte di confine. Se ciò non dovesse accadere, le sanzioni economiche contro la Russia sarebbero rimaste al suo posto, ha assicurato Kerry ai suoi ospiti ucraini.
Washington, tuttavia, non garantisce il mantenimento delle sanzioni europee, un consenso su cui l’Europa è molto traballante, inoltre, se l’Ucraina legalizzasse le due “Repubbliche Popolari”, e se la Russia non dovesse ritirare le proprie forze e non permettesse all’Ucraina di riprendersi il controllo del confine – l’armistizio di Minsk non obbliga la Russia a farlo – la concessione ucraina dello status speciale e la legalizzazione delle due Repubbliche di Donetsk e Lugansk, diverrebbero irreversibili, e per l’Ucraina sarebbe un altro inganno come il Memorandum di Budapest.

In contrasto con Kerry, il presidente Poroshenko alla conferenza stampa non ha fatto menzione di “elezioni”, di “status speciale” e amnistia per i crimini dei ribelli.
L’Ucraina sta cercando di resistere a queste richieste che la Russia non può più imporre, ma l’Occidente ha la forza di poterlo fare. Da parte sua, Kerry non ha menzionato le insistenti richieste ucraine per una missione di polizia OSCE sui territori occupati – gli USA e l’UE non supportano l’Ucraina in una tale opzione. Le discrepanze tra le asserzioni di Kerry e le osservazioni di Poroshenko apparse alla conferenza stampa, rivelano in parte le loro differenze e i loro lontani punti vista.
Nella telefonata del 6 luglio tra Putin e Obama, i due leader hanno affrontato anche i temi caldi della Siria e del conflitto Karabakh: i due presidenti nelle loro relazioni finali hanno messo l’Ucraina, come ordine di priorità, al terzo posto.

Il messaggio pubblico del Segretario di Stato americano John Kerry, ribadisce in linea di massima i punti di discussione che il vicesegretario Victoria Nuland aveva già fornito a Kiev nelle sue precedenti visite, ora Kerry ha fatto solo un’aggiunta: l’urgenza – Obama deve dimostrare risultati prima delle elezioni presidenziali di novembre.
Con la logica e la sequenza dei passi proposti, l’Ucraina si dovrebbe privare di parte di sovranità senza alcuna garanzia che le forze russe si ritirino o che le “Repubbliche Popolari” armate possano abdicare – certamente ambedue non manterranno fede. L’Occidente, imponendo all’Ucraina di rispettare delle disposizioni politiche capestro, sta aiutando la Russia, ma le stesse potenze occidentali non aiutano l’Ucraina a far rispettare le disposizioni militari alla Russia.

Il ministro degli Esteri ucraino Pavlo Klimkin, un giorno prima dell’arrivo dei due diplomatici americani, contraddicendo i due emissari, ha chiaramente ribadito la posizione dell’Ucraina, sostenendo che l’opportunità di un autogoverno nel Donbas era legato alla possibilità di un accesso ucraino ai territori contestati, che le elezioni si sarebbero tenute solo dopo che le forze russe si fossero ritirate completamente e che Kiev avesse ripreso il controllo della sua parte di confine. Senza questi presupposti, Klimkin ha dichiarato, le eventuali elezioni “legittimerebbero le autorità che sono state installate al potere da un intervento militare russo, e lo status speciale cementerebbe la situazione del Donbas come un protettorato russo”.
Finalmente, il presidente Petro Poroshenko e il governo ucraino – dopo molte esitazioni – si sono stabiliti su una ferma decisione e, anche se sotto forte pressione di Washington e Bruxelles che premono per le “elezioni” nel Donbas, non sono disposti a fare nulla se prima non escono le forze russe dai territori occupati.  

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Coincidenza o no, il giorno dell’arrivo di Kerry e Nuland, il Consiglio comunale di Kiev “con una procedura d’urgenza” ha fatto appello al presidente Poroshenko e alla Verkhovna Rada – il parlamento ucraino – di “non approvare gli emendamenti costituzionali dello status speciale per il territorio controllato dai russi; che non si possono indire le elezioni sotto occupazione […] fino a quando l’Ucraina non ripristina il controllo sul territorio e lungo il confine; lo status speciale e le elezioni “sono le richieste russe per riuscire a legalizzare la propria presenza, e trasformare gli illegali banditi occupanti, in locali funzionari statali”. Il testo è stato adottato a larga maggioranza.
Secondo i diplomatici statunitensi coinvolti in questi negoziati, il canale bilaterale diretto con il Cremlino non è inferiore al forum “Normandia” – Russia, Germania, Francia, Ucraina – ma lo appoggia. Questo demurral è una attività diplomatica standard: le due iniziative possono convergere in sostanza – l’accordo di Minsk è il loro dogma comune che Mosca sta cercando di manipolare – ma i due sforzi sono in competizione in termini di processo e ambizioni.

A Kiev, il 7 luglio, il Segretario di Stato Kerry e il presidente Poroshenko hanno annunciato che ci sarebbe stata una riunione speciale tra Stati Uniti, Germania, Francia, Gran Bretagna e Italia per discutere come “accelerare il processo di Minsk” durante il vertice NATO a Varsarvia. Portare l’Italia in un formato Normandia già problematico aggiunge solo un amico alla Russia. Tale riunione non ha alcuna relazione con l’agenda del vertice NATO; ma mostra solo che l’amministrazione Obama è piena di fretta, quindi, rischiando di compromettere gli interessi ucraini, suscettibile di compiere affari molto tristi.

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