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18 novembre 2017

Le preoccupazioni del cristianesimo ortodosso


Lo scorso giugno, in occasione del Santo e Grande Consiglio della Chiesa ortodossa [a volte indicato come il Consiglio pan-ortodosso], i leader di 262 milioni di cristiani ortodossi nel mondo si sono riuniti a Creta per discutere le sfide che attendono la loro comunità religiosa. Il Consiglio è stato il primo del suo genere da 1.229 anni – l’ultimo fu il Concilio di Nicea nel 787 – e all’eco dell’antico Consiglio i leader hanno affrontato una chiesa circondata da conflitti e lacerata da dispute politiche e ideologiche: a poche centinaia di chilometri a est di Creta, i cristiani ortodossi di Siria e Iraq vedono in faccia uno sterminio, così come le loro antiche comunità sono state devastate dalla guerra e dalla persecuzione; a nord, i credenti ortodossi sono su entrambi i lati della linea di fuoco in Ucraina; in Africa, le comunità ortodosse in Egitto, Kenya, Nigeria e Sudan devono affrontare continue minacce dai militanti islamici; e mentre l’Ortodossia si trova ad affrontare nemici esterni, è anche sempre più afflitta da divisioni interne.

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In contrasto con la Chiesa cattolica, che è unificata sotto l’autorità del Papa, l’Ortodossia non possiede un solo leader: ognuna delle 14 Chiese ortodosse è indipendente e sono paritarie all’interno della gerarchia della fede. Tradizionalmente il Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli (oggi Istanbul) è stato il “primus inter pares”, [“primo tra i pari”] uno status che risale alle origini dell’ortodossia orientale nata con il Grande Scisma del 1054, quando Costantinopoli era la capitale dell’Impero Bizantino (o Romano d’Oriente); eppure questo status, a causa della crescente forza della Chiesa ortodossa russa, è stato di recente messo in discussione.
Durante l’Impero Bizantino, il patriarca di Costantinopoli era così potente che era responsabile dell’incoronazione dell’imperatore. La chiesa bizantina e lo stato erano così reciprocamente intrecciati che sono stati definiti la “sinfonia” del potere secolare e religioso. Ora, una sinfonia simile può essere ascoltata in Russia, sede della comunità ortodossa più grande del mondo (ufficialmente numerata a circa 100 milioni di fedeli). Sotto il dominio combinato del patriarca di Mosca, l’arcivescovo Kirill, e del presidente russo Vladimir Putin, la Russia in questi ultimi anni ha cementato l’alleanza per il perseguimento dei valori tradizionali in patria e all’estero.

La linea tra religione e politica in Russia, e in generale nello spazio ortodosso, è molto sottile – sostiene Lucian N. Leustean, un docente di politica e relazioni internazionali presso l’Università Aston. Per esempio, quando alla fine del 2015 Putin ha presentato la sua più recente strategia di sicurezza nazionale, ha elencato come sua terza generale priorità la “difesa dei valori russi”. Con valori russi, Putin significa la versione russa del Cristianesimo ortodosso sostenuto da Kirill, che lo vede come una civiltà separata e fondamentalmente diversa da quella laica occidentale. La Russia, in questa visione, è il campione della civiltà ortodossa, e il regime di Putin, come Kirill ha ammesso nel 2012, non è altro che “un miracolo di Dio”.

Il punto di vista di Kirill è spesso definito come una ortodossia particolare, infatti sostiene che lo Stato russo ha il dovere morale di proteggere gli spazi religiosi ortodossi all’interno e all’esterno dei confini della Russia; condanna le idee occidentali dei diritti umani e la separazione tra chiesa e stato; presenta l’ortodossia come l’alternativa più spirituale all’individualismo, presumibilmente decadente, e al consumismo occidentale. Negli ultimi anni, la particolarità ortodossa ha motivato la costruzione – finanziate dal Cremlino – di grandi chiese ortodosse russe in Europa occidentale, di cui una con vista su San Pietro a Roma, e un’altra nei pressi della Torre Eiffel a Parigi.
Nonostante tutte le manovre del Cremlino, tuttavia, il Patriarcato ecumenico di Istanbul rimane un ostacolo per il dominio russo all’interno del mondo ortodosso.

Il Patriarcato, anche se sotto la sua giurisdizione ha solo circa cinque milioni di fedeli – poche migliaia a Istanbul, le popolazioni delle isole di Creta e Dodecaneso, e i greci ortodossi che vivono al fuori della Grecia – mantiene sempre il suo ruolo tradizionale di convocare i Consigli e di fare da mediatore nelle controversie. Dai tempi del presidente degli Stati Uniti, Harry Truman, inoltre, il patriarcato ha posto l’appoggio americano come un valido contrappeso a Mosca. Non ci deve essere quindi nessuna sorpresa che il Santo e Grande Consiglio, sostenuto da Bartolomeo I, l’arcivescovo di Costantinopoli e leader del Patriarcato ecumenico, sia diventato un’arena per una prova di forza tra Istanbul e Mosca. La chiesa ortodossa russa, dopo aver contribuito ad organizzare l’evento e a redigere i suoi documenti, all’ultimo minuto ha sostenuto d’essere preoccupata della legittimità del Consiglio. Il ritiro di Mosca, ha minato l’universalità della riunione, e quindi la sua legittimità, ed è arrivato dopo una raffica di critiche dei media statali russi che mettevano in discussione il diritto del Patriarcato di Istanbul di convocare il Consiglio. L’agenzia di stampa russa TASS ha anche messo in piedi una storia che sosteneva che il Consiglio fosse un tentativo di tradire la Chiesa ortodossa in favore del Papa, un’accusa equivalente a un tradimento.

Il Consiglio tenutosi a Creta, ha senza dubbio risentito del fatto che il Mediterraneo orientale è diventato un obiettivo delle ambizioni geopolitiche della Russia e di quelle della Chiesa ortodossa russa. Poco prima del Consiglio, Putin, per celebrare i 1000 anni dei monaci russi, aveva visitato la comunità monastica del Monte Athos in Grecia, ufficialmente sotto la giurisdizione di Istanbul. Durante la sua visita, ha suggerito che la connessione russa con la Grecia “non poteva che diventare più forte”, e in effetti la Grecia è stata esplicita nella sua opposizione alle sanzioni UE contro la Russia, così come il governo di Cipro e alcuni gruppi ortodossi ciprioti hanno pensato di mettere le strutture dell’isola a disposizione delle forze russe. L’intervento militare in Siria ha avuto come giustificativo anche la protezione delle comunità ortodosse.

Le controversie attorno al Consiglio hanno inoltre dimostrato l’influenza della Chiesa ortodossa russa nel più ampio mondo dell’Ortodossia. Gli antiochiani, i bulgari e le chiese georgiane hanno anche loro rifiutato di partecipare al Santo e Grande Consiglio. Antiochia, con sede a Damasco, controllata da Assad, ha citato come motivo della sua assenza la sua controversia con la Chiesa di Gerusalemme per la giurisdizione del Qatar; la Chiesa georgiana, con il sostegno della Chiesa russa, attribuendosi un pedigree più vecchio di quello attualmente riconosciuto dal Patriarcato di Istanbul, ha respinto l’ordine consueto con cui sono poste le 14 Chiese ortodosse; mentre la Chiesa bulgara, nel frattempo, ha spiegato la sua mancanza in parte come una protesta contro i documenti del Consiglio, e in parte i gerarchi bulgari ultra-conservatori hanno sostenuto, in riferimento alla Chiesa cattolica, che l’ortodossia attuale sia una comunità, non una chiesa.

La pignoleria della Chiesa bulgara usata per descrivere il cattolicesimo mette in evidenza un’altra importante divisione all’interno dell’Ortodossia: che tra i leader ci sono i conservatori e coloro che hanno una mentalità liberale. Questa divisione attraversa tutte le chiese. Ad esempio, diversi vescovi di Cipro, che hanno partecipato al Consiglio, su eco dei bulgari hanno votato contro il documento che prevede un miglioramento delle relazioni con le altre Chiese. Tuttavia la divisione non è limitata alle questioni religiose; si estende anche alla politica. Sia a Cipro che in Grecia alcuni funzionari religiosi hanno accolto con favore l’elezione di politici di partiti neofascisti, Elam e Golden Dawn. A Creta, tuttavia, il Patriarcato ecumenico di Istanbul ha spinto per una dichiarazione d’intenti che condanna ogni forma di razzismo e di discriminazione.

Patriarchs and Archbishops in Istanbul

La scissione conservatore-liberale, ha la capacità di mettere in crisi la sinfonia russa. Di solito, la Chiesa ortodossa russa è un forte sostenitore del conservatorismo teologico; ma il conservatorismo non è sempre allineato agli interessi russi. Ad esempio, nel febbraio 2016 Kirill ha incontrato Papa Francesco a L’Avana, con una mossa che è stata probabilmente progettata da Putin per aumentare il profilo globale della chiesa russa. Eppure, al suo ritorno a Mosca, Kirill è stato fortemente criticato dai vescovi ortodossi conservatori, che hanno ritenuto l’incontro non confacente.

Il patriarcato di Istanbul ha anche un qualche effetto leva potenzialmente dannoso su Mosca quando si parla di Ucraina. L’Ucraina è attualmente sotto la giurisdizione della Chiesa ortodossa russa, e, il giorno in cui i vescovi hanno cominciato ad arrivare a Creta per il Consiglio, il parlamento ucraino ha lanciato un appello al Patriarca Bartolomeo a Istanbul per far riconoscere una Chiesa ortodossa ucraina indipendente, separata da Mosca. Bartolomeo s’è rifiutato, e il consiglio è andato avanti senza alcuna discussione ufficiale; ma la pressione rimane. Una tale mossa, eliminerebbe circa 30 milioni di fedeli dalla giurisdizione della Chiesa russa, e a Mosca probabilmente potrebbe esser vista come una dichiarazione di scisma.

La domanda ucraina, così come quella della più ampia lotta tra le Chiese per l’influenza, illustrano una delle questioni fondamentali messe avanti dal Consiglio e le molte discussioni all’interno del cristianesimo ortodosso nel corso degli ultimi 1.229 anni. Forse, l’Ortodossia, come molti nella Chiesa russa potrebbero sostenere, è semplicemente un insieme di organismi nazionali, vagamente affiliati da idee dottrinali, oppure è un’entità più unitaria e universale che trascende i confini nazionali ed etnici? La questione è essenzialmente teologica. Tuttavia il Consiglio ha dimostrato che, proprio come ai tempi della sinfonia bizantina, le questioni di teologia e le domande della politica sono difficili da tener separate.

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